47mo Karlovy Vary International Film Festival - Pagina 5

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47mo Karlovy Vary International Film Festival
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altIl festival ha presentato, come evento speciale, The Door (La porta), ultima fatica dell’ungherese, premio Oscar, István Szabó. Il film nasce da un racconto della scrittrice Magda Szabó (1917-2007), i cui libri sono stati tradotti in trentasei lingue ma che non ha alcuna parentela con il regista. Vi si racconta, ambientato a Budapest negli anni sessanta, il rapporto fra una scrittrice di successo, che ha appena ricevuto l’importante Premio Kossuth, e un’anziana domestica semianalfabeta e scontrosa. I rapporti fra le due donne, dapprima burrascosi sin quasi allo scontro fisico, diventano progressivamente sempre più sereni sino a indurre la più anziana a raccontare alla padrona i drammi che hanno segnano la sua esistenza e a indurre la scrittrice a guardare in faccia la realtà. In questo il regista riannoda non pochi fili che gli sono cari: l’ebraismo, le violenze del regime realsocialista, le miserie e le grandezze degli intellettuali costretti a vivere oltre la cortina di ferro. E’ un’opera che reclamava due grandi attrici e sono state trovate nell’inglese Helen Mirren che offre, nel ruolo dell’anziana domestica, una prestazione eccezionale e nella tedesca Martina Gedeck, impegnata a sfumare alla perfezione un personaggio in bilico fra successo politico e umanità vera. Ricordato che il film testimonia, ancora una volta, la precisione narrativa e la cura ambientale tipiche di quest’autore, si deve rilevare come, anche se etichettabile come cinema vecchia maniera, è un’opera che offre suggestioni di grande, grandissimo respiro.
altLa sezione competitiva ha presentato Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, di cui abbiamo parlato al momento dell’uscita italiana, e Kamihate Soten (Il negozio di Kamihata) del giapponese Tatsuya Yamamoto. Kamihata è un piccolo porto di pescatori divenuto tristemente famoso perché nei pressi di una roccia a picco sul mare prescelta da decine di suicidi per il salto finale. Fra questi c’è stato anche il padre di Chiyo, una donna matura che, dopo aver superato il dramma del tumore, gestisce un negozietto in cui gli aspiranti suicidi passano per comprare latte e pane, sorta di pasto rituale prima del gesto definitivo. L’esercizio è spoglio, gli espositori allineano poche cose, solo il pane fatto a mano dalla stessa gestrice appare alettante, come un prodotto del buon tempo andato. In questo scenario misero e quasi immobile i giorni passano tutti uguali, con la donna che tenta, spesso invano, di dissuadere quanti arrivano nel suo negozio dal proseguire altre, verso la mortale scogliera. A testimonianza di questa fatica conserva decine di scarpe che i suicidi, seguendo una sorta di rituale, lasciano per terra prima di saltare nel vuoto. Il film ha un andamento lento, omogeneo ai tempi che scorrono sullo schermo. E’ una scelta stilistica che infastidisce non pochi spettatori, ma che ha una sua ragione funzionale ed espressiva. Come dire un film non facile che richiede pazienza e attenzione, ma che premia lo spettatore con riflessioni non banali sullo scorrere della vita.

altSempre in concorso si è visto anche La Estrada de Palha (La strada di paglia) del portoghese Roderigo Areias, una sorta di western filosofico legato al credo del pensatore americano Henry David Thoreau (1817 – 1862) autore del famoso libro sulla Disobbedienza Civile (Civil Disobedience, 1849) molto amato da ecologisti e anarchici pacifisti. Molte frasi tratte da quel volume e da altri scritti di quel filosofo punteggiano vari momenti di un film le cui immagini, di una natura dalla bellezza straordinaria, accompagnano il cammino verso una vendetta che non sarà mai consumata. A compierlo è un uomo di mezza età che, venuto a sapere nel ritiro innevato in cui si era autorecluso, dell’uccisione del fratello, che è stato anche derubato del gregge che accudiva, si lascia alle spalle il ritiro solitario, s’imbarca, raggiunge la patria d’origine e inizia la caccia agli assassini scontrandosi con un ufficiale fanaticamente ossequioso della regole di buona condotta e con una giustizia ben più formale che sostanziale. Finirà per non uccidere chi lo ha perseguitato e fatto incarcerare, voltando ancora una volta le spalle al mondo cosiddetto civile. Il film ha un ritmo decisamente lento, inanella paesaggi bellissimi, ma ha anche la debolezza delle opere a tesi ove ciò che si vuole dimostrare conta più del modo in cui lo si racconta.

U.R.
altForse per ridurre la tensione emotiva della prima giornata, nella sezione dei film in concorso dell’Est sono state proposte due commedie, la prima con letture interessanti anche a livello sociologico, la seconda composta di quattro episodi molto dissimili tra loro per qualità e originalità nonostante siano diretti dallo stesso regista. L’estone Seenelkäik (Andare per funghi) è diretto con bravura da Toomas Hussar. I personaggi sono pochissimi, l’azione è sempre alta come del resto il divertimento. Un politico molto in vista decide di andare in un bosco per raccogliere funghi con la moglie; per strada incontrano un noto chitarrista che caricano in macchina. Giunti nel luogo dove devono proseguire a piedi, il musicista decide di rimanere comodamente seduto. Gli altri iniziano l’infruttuosa ricerca, si perdono, intravvedono una bella e fortunata raccoglitrice; si fa notte e, nonostante il cellulare, non riescono a farsi aiutare. Intanto nei pressi dell’auto giunge un malvivente che cerca di rubarla. Negli ottanta minuti della sua durata accade di tutto e di più, riesce a perdersi anche un terzo in fuga dal malintenzionato, ma così facendo incontra la coppia. E così via. La morale sta nelle scene finali quando l’uomo politico, durante una conferenza stampa in cui non nasconde di avere avuto paura e di non essere stato in grado di gestire la situazione, riesce a capovolgere i fatti negativi in sua umanità, nei suoi valori di uomo vero che dona se stesso al popolo. E’ un debutto in regia e sceneggiatura che coniuga, noir, satira, suspense, tragicomico in un cocktail allegro ma non troppo.
altPraktični vodič kroz Beograd sa peva (Guida pratica a Belgrado tra musica e pianto) racconta storie d’amore affermando che nella capitale serba tutti trovano l’anima gemella o s’innamorano definitivamente del partner. Brava chitarrista e cantante francese giunta a Belgrado per esibirsi in un festival mette in crisi il malcapitato autista (al primo giorno di lavoro) del minibus del transfer ubriacandosi, scappando, baciando in bocca uomini e donne, il tutto perché è stata abbandonata dal marito. Uno pseudo diplomatico americano accoglie la padrona Melita in elegante camera d’albergo, la vorrebbe sposare, lei forse accetta ma quando lui confessa di essere un cuoco dell’Ambasciata, lei si vendica in maniera terribile. Un uomo d'affari tedesco d’origine turca ha il volo annullato e si trova, quasi senza capire la ragione, nel letto di bella cameriera non prima di essersi ubriacato con lei; ma lei non è una mangia uomini, anzi, è una dolce mamma. Due poliziotti molto espansivi, dopo anni in cui convivevano, decidono di sposarsi scortati dai colleghi; ma l’uomo fa l’errore di confessare alla neo moglie di averla tradita, ma anche la donna ha i suoi cadaveri nel cassetto. I vari episodi sono seguiti da canzoni ironiche eseguite da un coro che di volta in volta indossa gli abiti dei carcerati, delle hostess e così via Ognuno a modo loro, tutti questi personaggi cercano di trovare l’amore nella città che dopo anni d’isolamento apre le sue porte al mondo. Nulla da eccepire sulle buone intenzioni del debuttante Bojan Vuletic, ma la scarsità di trovate, l’ovvietà degli sviluppi, l’assurdità di certe situazioni aggiunta alla disparità di bravura fra i vari interpreti, fa di questa commedia un qualcosa che, alla fine, irrita in maniera completa.
altIn questa terza giornata si entra nel vivo della competizione con due titoli di sicuro interesse, anche se non necessariamente dello stesso livello. La Polonia ha presentato Beze Studu (Senza vergogna), dove per il debutto nel lungometraggio il regista Filip Marczewski sviluppa il tema del suo cortometraggio di successo Melodrama (Melodramma), che era entrato nella rosa degli Oscar 2006. Una diciottenne giunge a casa della sorellastra per trascorrere le vacanze. Il loro è un rapporto particolare, in passato sfociato nell`incesto, anche se la giovane ora lo rinnega. Anche perché ora si è messa assieme a leader di movimento neo nazista e spera con lui di costruire un futuro migliore. Il giovane è geloso, cerca di avere rapporti sessuali con lei ma viene sempre più allontanato. Nel frattempo, il giovane conosce bella coetanea rom, tra i due nasce amicizia, forse lei s’innamora e vorrebbe andare via con lui per evitare matrimonio combinato dalla famiglia. Il ragazzo non vuole capire e si sente appagato solo quando la sorellastra gli cede per l`ultima volta. Finale drammatico, prevedibile ma ottimamente sviluppato. Esperto documentarista il regista evita di sfruttare il soggetto per creare immagini esplicite, dimostra grande comprensione per i suoi personaggi e il loro dramma. Tema importante è l’intolleranza razziale, i gruppi neo nazisti che vogliono eliminare i rom ma anche chiunque non la pensi come loro. Il ruolo del ragazzo è ottimamente interpretato da uno degli attori più amati della nuova generazione polacca, Mateusz Kościukiewicz, che all’edizione del 2010 di questo festival aveva ottenuto il premio per il migliore attore.
altCoprodotto da Polonia e Repubblica Ceca, Yuma (Yuma) è film di grande complessità narrativa in cui molto è lasciato alla lettura personale dello spettatore e poco è fornito come dato certo dal regista Piotr Mularuk. Siamo nei primi anni `90 al confine polacco - tedesco. In una piccola, noiosa, triste cittadina vive il ventenne Zyga che trascorre il tempo con i suoi amici, sognando la vita di lusso della zia che gestisce il contrabbando, una casa di tolleranza e un bel pub. Quando lei gli propone di entrare in affari, lui immediatamente accetta. Dapprima solo, poi in compagnia degli amici, compie frequenti viaggi a Francoforte, dove portano sigarette e comprano ogni cosa che possa essere venduta nel loro paese. Osano sempre di più, compiono rapine, diventano violenti. Gli amici si trasformano in piccoli boss della criminalità, lui diventa l’amante della congiunta e il più temuto criminale della cittadina. Riesce a creare un Saloon, chiamato El Dorado, che concreta un suo sogno di grande appassionato del West, tutti sembrano essere felici ma antiche rivalità mai dimenticate portano alla distruzione del locale e alla fine dei sogni di Zyga che torna alla sua triste normalità, con il timore che quella sarà la sua vita per sempre. Mille sono le cose dette, poche quelle che hanno uno sviluppo logico, concreto. Questo è un problema che spesso affrontano i registi all’opera prima quando, volendo dire troppo, non riescono a trasmettere nulla. Piotr Mularuk non ha ancora una vera visione cinematografica e dà l’impressione di non sapere come terminare una certa scena. Troppi i personaggi di cui non si coglie l’importanza, situazioni che appaiono irrisolte, la sensazione che il film forse durava il doppio, ma è stato tagliato per riuscire a trovare una distribuzione. Il budget è notevole, ma la qualità è low cost.
F.F.