11° Festival del Cinema Europeo

Stampa
PDF
Indice
11° Festival del Cinema Europeo
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4
Pagina 5
I premi
Tutte le pagine
Lecce 2010
Il Festival del Cinema Europeo di Lecce è giunto all’undicesima edizione confermandosi una delle manifestazioni cinematografiche più interessanti del panorama italiano. Un’iniziativa che coniuga proficuamente un saldo rapporto con il territorio a una forte vocazione all’internazionalizzazione del lavoro. In altre parole uno sguardo sul mondo mediterraneo che parte dalla città per allargarsi a tutte le cinematografie dell’area. Da un punto di vista organizzativo ci sono alcune sbavature ampiamente compensate dal calore che percorre l’intera iniziativa ricollegandosi a quella classica maniera di fare festival che non si limitava all’esibizione delle opere o, peggio, al loro commercio, ma si allargavano ai rapporti umani, alla messa in contatto di artisti e critici, produttori e operatori culturali. E’ questo l’aspetto migliore di quest’iniziativa: un comportamento antico che non rinuncia, anzi ricerca la modernità. Anno parte del primo aspetto le numerose iniziative culturali (convegni, presentazioni di libri, incontri) che si addensano nel programma. E’ esempio di modernità la ricerca di mezzi tecnici e sistemi di proiezione aggiornati.
Disperati nella Casa dello Studente
Disperati nella Casa dello Studente
L’edizione 2010 ha visto il coronamento, in particolare di due titoli. Desperados on the Block (Disperati nella Casa dello Studente) di Tomasz Emil Rudzik, un regista polacco attivo nel cinema tedesco, ha vinto il maggior riconoscimento messo in palio dalla manifestazione, il premio dei critici della FIPRESCI e quello CINEUROPA. All’origine c’è un saggio di fine anno alla Scuola di Cinema a Monaco in Baviera trasformato, con il supporto della televisione tedesca, in lungometraggio vero e proprio. Sono tre storie centrate su altrettanti studenti stranieri ospitati in un enorme edificio adibito a Casa dello Studente. C’è il cinese bravo in matematica che fa lo sguattero per mantenersi agli studi e che deve vedersela con una capricciosa ragazza tedesca i cui genitori lo hanno assunto per darle ripetizioni. C‘è il lettone sordomuto che non sa come conquistare la bella bibliotecaria su cui ha messo gli occhi. C‘è la giovane studiosa di teologia che viola, uno dopo l‘altro, i dieci comandamenti nella speranza che, così facendo, induca Dio a darle un segnale della sua esistenza. Il film è costruito con grande professionalità e con sapienza nell’incastro delle varie storie. Alcuni passaggi sono forse troppo prevedibili, ma nel complesso l’opera è robusta e molto interessante.
9:06
9:06
L’altro titolo che ha accolto il consenso dei giurati, guadagnandosi l’ex aequo nel riconoscimento speciale della giuria e l’alloro per la migliore fotografia, è stato 9:06 dello sloveno Igor Sterk. L'opera ruota alla complessa psicologia di un poliziotto in crisi familiare – ha divorziato da poco dalla moglie che lo accusa di essere responsabile dell’incidente d’auto in cui è morta la loro figlia – chiamato a indagare sul suicidio di un pianista omosessuale che si è gettato da un viadotto. Progressivamente l’agente entra nei panni del morto, ne occupa la casa, concupisce l’amante e s’identifica in lui siano a uccidersi nello stesso modo e alla medesima ora, quella in cui cosmonauta russo Jurij Alekseevic Gagarin (1934 – 1968) compì, il 12 aprile 1961, la prima missione nello spazio a bordo della navicella Vostok 1 (Oriente 1). La costruzione psicologica è molto accurata e l’interpretazione di Igor Samobor è di primissima qualità, così come la struttura del racconto e lo sviluppo della storia. Il che fa dimenticare gli accostamenti, fatti da alcuni critici, con L’inquilino del 13mo piano di Roman Polanski. In poche parole un piccolo gioiello che trova nella misura contenuta del racconto, un’ora e 11 minuti, la secchezza indispensabile a realizzare una costruzione precisa e coinvolgente.
Anch'io
Anch'io
Questo film ha diviso il riconoscimento speciale della giuria con lo spagnolo Yo, Tambien (Anch’io) di Álvaro Pastor e Antonio Naharro che ha ricevuto anche il premio del pubblico e quello del Rotary Club Gallipoli. E’ una bella storia d’amore fra un trentenne Down e una donna matura e spregiudicata. Lui è un piccolo genio, nonostante la malformazione si è laureato, ha un acuto senso dell’umorismo è colto e s’intende d’arte. Lei si porta dentro il trauma causatole dagli abusi sessuali subiti, quando era bambina, dal padre. L’ambiente circostante, un ufficio dedicato all’inserimento nella società delle persone con abilità limitata, non facilita il loro rapporto che, nonostante i molti ostacoli sortirà in un quasi lieto fine. E’ un film generoso, retto da attori molto bravi, Pablo Pineda ha ricevuto il premio per l’interpretazione al Festival di San Sebastian 2009, che affronta, con qualche sentimentalismo eccessivo, un tema solitamente velato da pregiudizi e paternalismi.

Cinque minuti di Paradiso
Cinque minuti di Paradiso
Migliore sceneggiatura è stata considerata quella di Five minutes of Heaven (Cinque minuti di Paradiso), una produzione irlando - britannica diretta dal regista tedesco Oliver Hirschbiegel e la cui interprete Anamaria Marinca ha ricevuto il riconoscimento quale migliore attrice non protagonista. In Irlanda, nel 1975, Alistar, un giovane militante protestante uccide un cattolico davanti agli occhi del fratello. Siamo in piena guerra civile e gli omicidi politici si susseguono a ritmo incalzante. Sono passati più di trent’anni, alla guerra è subentrata la pace fra le due comunità, ma i sentimenti e i ricordi non sono per niente sopiti. Complice una trasmissione televisiva, i due dovrebbero rincontrarsi, ma Joe, che pensa di cogliere l’occasione per vendicarsi, fugge prima che l’incontro avvenga. A questo punto sarà il militante protestante ad andarlo a cercare e i due avranno uno scontro fisico che rasenta la tragedia. Tuttavia saranno proprio quelle botte a siglare una sorta di chiusura della vicenda prima che la tragedia si ripeta. Il film è strutturato in modo che i due interpreti principali vi abbiano un ruolo decisivo, in questo James Nesbitt, più ancora che Liam Neeson, riesce a rendere credibile il suo personaggio pur con qualche caduta nel gigionismo e nell’esagerazione di gesti ed espressioni. In complesso è un film di ottima confezione professionale, ma tutt’altro che originale e, cosa che più conta, del tutto estraneo al cuore dei temi che segnarono il lungo massacro irlandese.
La riberlle
La ribelle
Miglior interprete è stato giudicato Michel Piccoli protagonista de L’insurgée (La ribelle) del francese Laurent Perreau. Il film racconta il difficile rapporto fra un anziano combattente della Resistenza, ossessionato da ciò che ha visto e fatto, e la nipote diciottenne che non vuole studiare, gli ruba i soldi e vive solo per il nuoto. I due abitano da soli in una grande casa deruta, non si parlano e, frequentemente si guardano in cagnesco. Complice un infarto dell’anziano e una delusione d’amore della giovane, troveranno finalmente il modo di aprirsi l’uno all’altra e di stabilire un rapporto e una separazione non traumatici. È il classico film di cultura e struttura transalpina, pieno di monologhi fluviali alternati a lunghi silenzi. E’ un film molto di testa e quasi niente di pancia. Un dato molto positivo è nell’interpretazione in cui una giovanissima Pauline Etienne tiene testa senza alcun timore a un mostro di bravura come Michel Piccoli.
Cosmonauta
Cosmonauta
Per completare la lista dei riconoscimenti c'è, poi, il Premio Mario Verdone, vera novità di questa edizione. Il primo riconoscimento è andato a Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli di cui abbiamo già parlato al momento della presentazione sugli schermi e che qui ricordiamo. La trentaquatrenne regista esordisce nel lungometraggio dopo una consistente e fruttuosa esperienza nel corto e avendo sovrainteso al backstage de Il Caimano di Nanni Moretti (2006). L’asse del film è una storia, non inedita, di crescita – in questo caso dall’infanzia all’adolescenza – ma con l’originalità di un’ambientazione, l’Italia delle sezioni comuniste dagli anni che vanno dal 1957 al 1963, abbastanza precisa. All’inizio Luciana, nove anni, rifiuta la comunione nel bel mezzo della cerimonia, perché si dichiarano comunista e ammiratrice delle capacità scientifiche, soprattutto nel campo dell’esplorazione cosmica, dell’URSS. Sua madre, rimasta vedova con lei e un altro figlio moderatamente handicappato a carico, si risposa con il classico membro del generone impiegatizio romano, un benestante baffuto e di simpatie, se non proprio di destra, sicuramente conservatrici. Sono passati sei anni e la ragazza, ormai avviata a diventare donna, deve destreggiarsi fra entusiasmi politici e compromessi, ambiente familiare opprimente e sogni di un futuro radioso, rabbia per il tradimento dei cugini socialisti che, dopo il tentativo paragolpista del democristiano Fernando Tambroni (1960), si apprestano a realizzare al primo centro – sinistra, e speranze di vittorie elettorali che, tuttavia, si limitano a qualche punto percentuale in più, senza intaccare la solida predominanza del potere democristiano. Un clima e ambienti che la regista descrive con buona precisione, tuttavia ciò che conta è la sensibilità nella descrizione dei sussulti della psicologia femminile in un’età e in tempi difficili. E’ questo il vero lato politico del film, quello che trasforma la giovane compagna in un’incubatrice di quelle che saranno le lotte operaie e studentesche della fine degli anni sessanta.

Poter passare attraverso la pelle
Poter passare attraverso la pelle
Ecco ora una veloce rassegna degli altri titoli in concorso. Can Go Through Shin (Poter passare attraverso la pelle) segna l'esordio nel lungometraggio dell'olandese Esther Rots. E' un'opera girata sulla soggettiva di una donna ossessionata da una violenza subita o immaginata, oltraggio che non è mai ben definito: potrebbe essere uno stupro, l'abbandono del partner, una tensione sessuale non soddisfatta. La protagonista si auto-esilia in una bicocca deruta, a pochi chilometri da Amsterdam, e là vive in solitudine con i suoi fantasmi fra muri cadenti, arredi fatiscenti, topi e relitti vari. Scopre, in un nascondiglio, alcuni residuati bellici, fra cui un fucile con cui immagina di ferire o uccidere l'uomo che l'ha offesa. Allo stesso modo sogna (o agisce veramente?) di aggredire un tassista stupratore, anche se la cosa non è accaduta a lei, ma a un'altra donna che gli l'ha raccontata, una storia che lei ha trasformato in vissuto personale. Il film è girato bene, anche se non manca di una certa dose di compiacimento e alcune fastidiose ripetizioni. E' il quadro di una psicologia estrema che ricorda Repulsion (1965) di Roman Polanski, solo che in quel film l'ossessione arriva dalla mente della protagonista, mentre in questo caso ha il tono della conseguenza di un atto violento, reale o immaginato che sia. Uno dei punti di forza è l’interpretazione di Rifka Lodeizen, attrice di grande forza espressiva capace di rendere credibili anche le fantasie più sfrenate di una mente turbata.
Applausi
Applausi
Applause (Applausi) del danese Martin Pieter Zandvliet è ritratto di un'attrice alcolizzata che ottiene grandi successi sul palcoscenico, ma ha una vita personale devastata. Divorziata da un anno e mezzo, non riesce a darsi pace di aver lasciato la cura dei figli al marito, ora accasato con una psicologa, e vorrebbe ritornate ad avere un rapporto con i piccoli. Per riuscirci, smetterà di bere, anche se, alla fine, sarà il teatro con i suoi applausi ad averla vinta. E’ il classico film da camera riletto in versione Dogma: quasi nessuna musica, macchina da presa sempre in movimento, preminenza del lavoro sugli attori. Un testo molto interessante anche se non originalissimo, ma sorretto dal lavoro di una grande attrice: Paprika Steen.
La non amata
La non amata
In The Unloved (La non amata) la britannica Samantha Morton tratteggia il ritratto di un’undicenne sottratta al padre, cui il tribunale l’aveva affidata dopo la separazione dalla moglie, che finisce in una sorta di casa – famiglia gestita dai servizi sociali dopo che si è scoperto che il genitore la picchiava selvaggiamente. Nel nuovo ambiente la ragazzina fa conoscenza di una sedicenne ladra e ribelle che diventa per lei una sorta di sorella maggiore cui affidarsi. Il film è centrato sui sussulti e la psicologia di questa non amata che cerca disperatamente qualcuno cui volere bene e che la accetti e prenda cura di lei. E’ un ritratto terribile della condizione dei giovani - un quadro finale ci fornisce le cifre impressionanti di quanti ragazzi sono a carico dei servizi sociali inglesi – e delle lacerazioni che colpiscono il loro animo. E' un film dal taglio tradizionale ma costruito con grande forza e commozione.
Gamberetto di fiume
Gamberetto di fiume
Raci (Gamberetto di fiume) del bulgaro Ivan Cherkelov rientra a pieno titolo nel filone cinematografico teso a rispecchiare la grande confusione e i crimini nati dal caos che ha accompagnato la fine dei cari regimi realsocialisti nell’est Europa. In questo caso tutto ruota attorno al conflitto fra due gruppi mafiosi che si contendono il controllo di una vecchia Ferriera che interessa a un industriale greco. Entrambi i contendenti non lesinano colpi per primeggiare e coinvolgono anche giovani disoccupati che, senza averne coscienza, finiscono per diventare i reciproci carnefici. Il film è realizzato con grandissima professionalità, cosa che non sorprende perché il regista ha alle spalle una lunga carriera iniziata nel 1982 con Balade (Ballata) e nella quale emerge con particolare forza Obarnata elha (Il viaggio dell’albero di Natale) un film molto bello basato su una serie di racconti cadenzati dal percorso compiuto da un abete gigantesco dalle montagne alla piazza principale di Sofia. Il problema non sta, dunque, nella professionalità della narrazione, quanto nell’approccio fenomenologico della regia che, come in molte opere di questo tipo, affronta la degenerazione sociale e i fenomeni criminali alla stregua di fatti quasi naturali, eventi che non hanno né origine né spiegazione. Ripetuto, ancora una volta, che non è al cinema che si devono chiedere ricette politiche, rimane la necessità, qui non soddisfatta, di dare un significato ai fatti raccontati indagandone, ovviamente artisticamente, cause e ragioni. Non percorrendo questa strada si rischia di limitare il discorso alla pura fenomenologia privando personaggi e fatti di qualsiasi radice storica o politica che sia.

Due vite per caso
Due vite per caso
Due vite per caso, opera d’esordio di Alessandro Aronadio segue un modello di racconto non nuovissimo e che richiede una grande padronanza di tempi e meccanismi narrativi. E’ il tipo di storia che procede su binari paralleli partendo da un fatto e ipotizzandone le varie conseguenze. In questo caso il tamponamento causato da un’auto guidata da due ragazzi, uno dei quali deve correre al Pronto Soccorso per farsi ricucire una ferita a un dito che si è causato aprendo una lattina di birra. Il mezzo investito è un’autocivetta della polizia i cui occupanti - prima versione - prendono assai male la cosa, maltrattano i due investitori e li denunciano accusandoli di resistenza alla forza pubblica. Nella seconda ipotesi il tamponamento non avviene, l’auto investitrice si ferma in tempo e gli agenti se ne vanno senza neppure chiedere ai documenti ai due ragazzi. Da quei due percorsi, uno dei quali marcia verso una vita normale da giovane impegnato contro il razzismo con padre colpito da infarto, malore da cui esce sano e salvo. Il secondo percorso, invece, vede uno dei ragazzi arruolarsi nei carabinieri, essere comandato alla repressione di una manifestazione non autorizzata e diventare l’assassino di una giovane manifestante che non è altro che il se stesso che abbiamo visto nella prima storia. Il racconto è tutt’altro che lineare e la vicenda si snoda in maniera per nulla armonica. Due soli dati positivi: una fotografia efficace e curata o una confezione complessivamente segnata da una buona professionalità. L’impressione è che il regista si sia posto un obiettivo non alla sua portata affrontando un modello di racconto in cui contano al massimo la perfezione degli incastri. Nel complesso è una buona promessa per il futuro piuttosto che una sicura affermazione per il presente.
Yilmaz Güney
Yilmaz Güney
Fra le varie sezioni del festival ce n’erano due di particolare interesse. La prima era una retrospettiva dedicata al cineasta turco Yilmaz Güney, l’altra una panoramica sul più recente cinema di quel paese. Per quanto riguarda il maestro turco ricordiamo come Il cinema di Yilmaz Güney la conoscenza del suo cinema in Italia, ha preso il via dalla Mostra del Cinema d’Autore che si tenne a Sanremo nel marzo 1976. Questa manifestazione era stata idea da Mino Zucchelli ed ebbe le prime edizioni a Bergamo città da cui trasmigrò dopo le contestazioni subite nel 1968. Ancor prima che si accendessero gli schermi dell’Ariston, Leonardo Autera aveva suscitato la curiosità di molti con un articolo, apparso su Il corriere della sera, in cui si raccontava di questo straordinario regista che dirigeva i film dal carcere. Infatti, Yilmaz Güney era stato condannato, nel 1974, a sedici anni di prigione per l’omicidio di Sefa Mutlu, pubblico ministero della prefettura di Yumurtalık, una cittadina della Turchia settentrionale, nella provincia Adana. La ricostruzione dei fatti - una lite fra supporter di destra e membri della troupe che stava girando Endişe (Inquietudine, 1974), film che sarà portato a termine dal suo assistente Serif Gören – lasciò molti dubbi, tanto che la maggior parte degli osservatori concordano ancor oggi sul fatto che l’attribuzione dell’omicidio al regista - che non negò mai di aver partecipato alla rissa, ma esclude di essere l’assassino del magistrato – fu, per il governo turco, una ghiotta occasione per sbarazzarsi di un oppositore particolarmente scomodo. Non si deve dimenticare, infatti, cha già in precedenza, nel 1961, il cineasta era stato imprigionato, per diciotto mesi (questa la pena sancita in appello mentre la prima condanna era di ben sette anni e mezzo di carcere e due e mezzo d’esilio), con l’accusa di aver pubblicato un racconto definito comunista in cui si rivendicava l’uguaglianza di tutti gli uomini. Nel 1970 era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver dato ospitalità ad alcuni giovani anarchici ricercati per l’uccisione di un diplomatico israeliano in Turchia. Sarà liberato quattro anni dopo sia per un’amnistia generale, sia in seguito alle prese di posizione di molti intellettuali europei fra cui Jean - Paul Sartre. E’ facile capire come la biografia di un personaggio di questo calibro, unita al fatto che continuasse a dirigere i suoi film dal carcere, abbiano alimentato la curiosità di giornalisti e critici.
Inquietudine
Inquietudine
Per quanto riguarda questo inconsueto metodo realizzativo se n’è già parlato molto per cui varrà la pena di ricordarlo per sommi capi. Il regista scriveva in carcere le sceneggiature, dettagliatissime sia per punti di ripresa sia per movimenti di macchina, che poi affidava ad autori in cui aveva una totale fiducia e che lo ripagavano eseguendo minuziosamente le sue indicazioni. Spesso riusciva ad ottenere l’autorizzazione a visionare in carcere i materiali girati prima del montaggio finale, ma questa pratica incorreva in numerosi ostacoli. Per quanto riguarda, ad esempio, Dusman (Il nemico, 1979) il direttore dell’isola prigione in cui era rinchiuso gli concesse una sola proiezione. La cosa fu organizzata nell’unico cinema esistente sul posto e doveva essere un fatto assolutamente privato. Tuttavia, quando il regista si presentò, la sala era già strapiena: tutti i detenuti rinchiusi nel carcere e che godevano di un regime di semilibertà, si erano precipitati ad assistere all’evento. A questo punto fu inevitabile accoglierli come spettatori con l’avvertenza che se vi fosse stato anche un solo rumore, la proiezione sarebbe stata interrotta. Per quasi quattro ore, raccontò lo stesso cineasta, nessuno fiatò nonostante le immagini fossero ancora mute e ordinate, in modo approssimativo. Per quanto riguarda i cineasti che co-firmarono i suoi film durante la detenzione, di solito si rifiutarono di partecipare a festival o ritirare premi attribuiti ai film di cui risultavano autori con la motivazione che quelle opere erano in realtà del cineasta imprigionato. Così fu, ad esempio nel caso del primo riconoscimento di grande importanza attribuito a Sürü (Il gregge, 1979) dal Festival di Locarno (Pardo d’Oro), Düşman (Il nemico, 1979), menzione d’onore e premio OCIC al Festival di Berlino 1980, entrambi diretti da Zeki Ökten e Yol, firmato anche da Serif Gören e coronato con la Palma d’Oro al festival di Cannes 1982. In tutti questi casi, il primo elemento d’interesse, come confermano gli articoli scritti dagli inviati alle manifestazioni, furono proprio le particolari condizioni che avevano segnato la realizzazione delle opere e la straordinaria biografia dell’autore. A proposito di quest’ultima si deve ricordare come, nella seconda metà degli anni settanta, la popolarità di questo regista e la resa commerciale dei suoi film fossero grandissime. Non solo le edicole di Istanbul erano piene di suoi poster, ma sue fotografie si trovavano nei luoghi più impensati come saloni da barbiere e bar. Per quanto riguarda la resa commerciale delle opere era sistematicamente superiore a quella dei film stranieri di successo, come la serie 007. Per inquadrare correttamente il fenomeno bisogna dire che erano anche gli anni in cui, causa una violenta controversia fra produttori angloamericani e distributori – esercenti turchi, i grandi film hollywoodiani arrivavano nelle sale del paese con vari anni di ritardo rispetto alla data di realizzazione.

Yilmaz Güney
Yilmaz Güney
Forse sono utili anche alcune note riferite alla fuga del regista dalla Turchia alla fine del 1980. In passato si è sussurrato di un coinvolgimento di Gian Maria Volontè, la cui barca era in zona proprio in quei mesi, nell’uscita dal paese del regista che fruiva di un periodo di permesso concesso in occasione del Ramadan. Personalmente ricordo di aver appreso la notizia da La Gazette de Lausanne che mi capitò sottomano nel corso di un convegno organizzato dalla sezione svizzera della FIPRESCI. Ebbi subito il dubbio che si trattasse di una messa in scena per mascherare in qualche modo l’uccisione del regista da parte dei militari golpisti che avevano assunto il potere, per la terza volata nella storia del paese, il 13 settembre del 1980. Per fortuna questi dubbi furono presto fugati dalla notizia del suo arrivo in Svizzera.
Yilmaz Güney
Yilmaz Güney
Sempre a proposito della fuga dalla Turchia ricordo che fu lo stesso regista a raccontare come avesse deciso di abbandonare il paese, dopo anni di detenzione, quando si era convinto che i militari e le forze di destra avevano deciso di ucciderlo. Lo stesso Yilmaz Güney narrò come un giorno si venne a trovare in una parte del carcere relativamente solitaria e qui aveva notano un noto killer del Lupi Grigi (formazione parafascista in cui ha militato anche Mehmet Ali Ağca, che il 13 maggio 1981 attentò alla vita di Papa Giovanni Paolo II) che muoveva verso di lui con un coltello in mano. Allora il regista scostò i lembi della giacca e mise in mostra il calcio della pistola che portava infilata nella cintura, a tale vista l’altro girò sui tacchi e si dileguò. Alla domanda: ma come facevi ad avere una pistola in carcere? Il cineasta rispose con la massima serietà: come sarei potuto sopravvivere in prigione se non fossi stato armato?. Vero o falso che sia, l’episodio risponde alla mitologia che il regista ha creato attorno a se e ai suoi personaggi e ne illustra assai bene il carattere di uomini coraggiosi, disposti a violare qualsiasi regola pur di sopravvivere e far trionfare quella giustizia di cui si sentono portatori unici.
Yol
Yol
Ritorniamo al discorso sulle opere di quest’autore e le maggiori rassegne. Sin dall’inizio molti critici posero l’accento, e confermarono dopo la definitiva affermazione dopo la Palma d’Oro a Yol, sulla confluenza nel suo lavoro di tre filoni: il western, americano e italiano, la miglior lezione neorealista, particolarmente evidente in opere come Umut (Speranza, 1970) e Zavallilar (I poveri, 1975), e l’impegno fantastico – sociale tipico del cinema novo brasiliano. Quest’ultimo considerato più sul versante di Nelson Pereira dos Santos (Rio 40 Graus, Rio 40 gradi, 1955 e Vidas Secas, 1963) che non su quello di Glauber Rocha (Deus e o Diabo na Terra do Sol, 1964 e Terra em Transe, 1967). Nel cinema di quest’autore, infatti, è sempre il realismo a prevalere, anche quando il melodramma e il fantastico vi fanno capolino. Paradossalmente si deve notare come con l’esilio sia venuta meno quella forza esplosiva che serpeggiava nel suo cinema e coniugava popolarità del periodare con vigore politico. Infatti, l’anno successivo alla conquista della Palma d’Oro, nel 1983, il regista presentò, sempre al festival di Cannes, Duvar (La rivolta), film prodotto da Marin Karmitz, girato in un'abbazia francese nei pressi di Senlis trasformata nella sezione minorile di un immaginario carcere turco. Il film è ispirato a un fatto di cronaca, una ricolta avvenuta nel 1976 in una prigione di Ankara, e mostra solo in alcuni momenti la forza creativa ed espressiva che sorregge sia le opere popolari, sia quelle dal carcere di questo grande cineasta.

Disperati nella Casa dello Studente
Disperati nella Casa dello Studente
I premi
Premio "Ulivo d'Oro" Migliore Film
Desperados on the Block (Disperati nella Casa dello Studente) di Tomasz Emil Rudzik (Germania, 2009).
Premio Speciale della Giuria (ex-aequo)
9: 06 di Igor Sterk (Slovenia/Germania, 2009) di Igor Sterk
e
Yo, También (Anch'io) di Antonio Naharro e Álvaro Pastor (Spagna, 2009)
Premio Migliore Cinematografia
9:06 di Igor Sterk (Slovenia/Germania, 2009)
Premio Migliore Sceneggiatura
Five Minutes of Heaven (Cinque minuti di Paradiso) di Oliver Hirschbiegel (Irlanda/Regno Unito, 2009)
Premio Migliore Attore Europeo
Michel Piccoli per la sua interpretazione nel film L’Insurgée (La ribelle) di Laurent Perreau
Premio FIPRESCI
Desperados on the Block (Disperati nella Casa dello Studente) di Tomasz Emil Rudzik (Germania, 2009)
Premio Cineuropa
Desperados on the Block (Disperati nella Casa dello Studente) di Tomasz Emil Rudzik (Germania, 2009)
Premio "Officine Lab" Migliore Attore Non Protagonista
Anamaria Marinca per la sua interpretazione nel film Five Minutes of Heaven (Cinque minuti di Paradiso) di Oliver Hirschbiegel (Irlanda/Regno Unito, 2009)
Premio "Puglia Show"
Danze di Palloni e Coltelli di Chiara Idrusa Scrimieri (Italia, 2009)
Menzione Speciale
Se Dobbiamo Andare Andiamoci di Vito Palmieri (Italia, 2009)
Premio "Rotary Club Gallipoli"
Yo, También (Anch'io) di Antonio Naharro e Álvaro Pastor (Spagna, 2009)
Premio Speciale del Pubblico
Yo, También (Anch'io) di Antonio Naharro e Álvaro Pastor (Spagna, 2009)
Premio "Mario Verdone"
Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli (Italia, 2009)