75ma Mostra Internazionale d'arte Cinematografica di Venezia

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manifesto75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto - 8 settembre 2018)

 http://www.labiennale.org/it/cinema/

La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, giunta quest’anno alla 75 edizione, è la più longeva e importante manifestazione cinematografica d’ Europa. Si è confermata tale dopo che il Festival di Barlino ha perso la funzione di ponte fra est e ovest che aveva assunto in passato e dopo che quello di Cannes ha decisamente virato in favore ci una funzione di puro mercato dei film a disposizione. In questo quadro la funzione culturale della Mostra si è ulteriormente rafforzata al punto di collocala al primo posto fra le iniziative europee attente ai valori culturali e artistici del cinema.Ecco i più importanti film in cartellone quest'anno:

 

CONCORSO UFFICIALE

 

First Man (Il primo uomo) di Damien Chazelle (Film d'apertura)

The Mountain (La montagna) di Rick Alverson

Doubles Vies (Doppia vita) di Olivier Assayas

The Sisters Brothers (Le sorelle fratelli) di Jacques Audiard

The Ballad of Buster Scruggs (La ballata di Buster Struggs) di Joel e Etan Coen

 

Vox Lux di Brady Corbet

Roma di Alfonso Cuarón

22 July (22 luglio) di Paul Greengrass

Suspiria di Luca Guadagnino

Werk Ohne Autor (Opera senza autore) di Florian Henckel von Donnersmarck

The Nightingale (L'usignolo) di Jennifer Kent

The Favourite (La favorita) di Yorgos Lanthimos

 Peterloo di Mike Leigh

Capri-Revolution di Mario Martone

What You Gonna Do When the World's On Fire (Cosa farai quando il mondo è in fiamme ) di Roberto Minervini

Napszállta (Tramonto) di László Nemes

Frères Ennemis (Fratell inemici)  di David Oelhoffen

Nuestro Tiempo (Il nostro tempo) di Carlos Reygadas

At Eternity's Gate (Alla porta dell'eternità) di Julian Schnabel

Acusada (Accusata) di Gonzalo Tobal

Zan (Uccidere) di Shin'ya Tsukamoto

FUORI CONCORSO (fiction)

 

Una storia senza nome di Roberto Andò

Les Estivants (I villeggianti) di Valeria Bruni Tedeschi

A Star Is Born (E' nata una stella) di Bradley Cooper

Mi Obra Maestra (Il mio calolavoro) di Gaston Duprat

A Tramway in Jerusalem (Un tram a Gerusalemme) di Amos Gitai

Un Peuple et son roi (Un popolo e il suo re)di Pierre Schoeller

La Quietud (Il silenzio) di Pablo Trapero

Dragged Across Concrete (Trascinato attraverso il calcetruzzo) di S. Craig Zahler

Shadow (Ombra) di Zhang Yimou

FUORI CONCORSO (documentari)

 

A Letter to a Friend in Gaza (Lettera a un amico a Gaza) di Amos Gitai

Aquarela (Acquarello) di Victor Kossakovski

El Pepe - Una vida suprema (El Pepe - Una vita suprema) di Emir Kusturica

Process (Processi) di Sergei Loznitsa

Carmine Street Guitars (La chitarra di via Carmine) di Ron Mann

Isis, Tomorrow. We Lost Souls of Mosul (Isis. Domani Abbuamo perso l'anima di Mosul) di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi

American Dharma (Dharma americano) di Errol Morris

Introduzione all'oscuro di Gaston Solnicki

1938 diversi di Giorgio Treves

Ni De Lian (Il tuo viso) di Tsai Min-Liang

Monrovia, Indiana di Frederick Wiseman

ORIZZONTI 

Sulla mia pelle di Alessio Cremonini (Film d'apertura)

Kraben Rau (Manta Ray) di Phuttiphong Aaronpheng

Soni di Ivan Ayr

Ozen (Il fiume) di Emir Baigazin

La noche de 12 años (La notte di dodici anni) di Alvaro Brechner

Deslembro (Io disprezzo) di Flavia Castro

Anons (L'annuncio) di Mahmut Fazil Coşkun

Un giorno all'improvviso di Ciro D'Emilio

Charlie Says (Dice Charlie) di Mary Harron

Amanda di Mikhael Hers

Yom Adaatou Zoli (Il giorno che ho perso la mia ombra) di Soudade Kaadan

L'Enkas di Sarah Marx 

The Man Who Surprised Everyone (L'uomo che ha sorpreso tutti) di Natasha Merkulova e Aleksy Chupov

Kukumbu Tubuh Indakuhn (Ricordi del mio corpo) di Garin Nugroho

As I Lay Dying (Mentre morivo) di Mostafa Sayyari

La profezia dell'armadillo di Emanuele Scaringi

Erom (Nudo) di Yaron Shani

Jinpa di Pema Tseden

Tel Aviv On Fire (L'incendio di Tel Aviv) di Sameh Zaobi

SCONFINI

Blood Kin di Ramin Bahrani

Il banchiere anarchico di Giulio Base

Il ragazzo più felice del mondo di Gipi

Arrivederci Saigon di Wilma Labate

The Tree of Life - Extended Cut (L'albero della vita - Versione estessa) di Terrence Malick

L'Heure de la sortie (L'ora dell'uscita) di Sébastien Marnier

Magic Lantern (La lanterna magica) di Amir Naderi

Camorra di Francesco Patierno

PROIEZIONI SPECIALI

The Other Side of the Wind (L'altro lato del vento) di Orson Welles

They'll Love Me When I'm Dead (Mi ameranno quando sarò morto) di Morgan Neville

L'amica geniale di Saverio Costanzo (primi due episodi)

Il diario di Angela - Noi due cineasti di Yervant Gianikian

 

SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA

aKasha di hajooj kuka (Sudan, Sudafrica, Qatar, Germania)

Adam und Evelyn (Adamo e Evelyn) di Andreas Goldstein (Germania)

Bêtes blondes (Bestie bionde) di Alexia Walther, Maxime Matray (Francia)

Lissa ammetsajjel (Registramio ancora) di Saeed Al Batal, Ghiath Ayoub (Siria, Libano, Qatar, Francia, Germania)

M di Anna Eriksson (Finlandia)

Saremo giovani e bellissimi di Letizia Lamartire (Italia)

Ti imaš noć (La notte è nostra) di Ivan Salatić (Montenegro, Serbia, Qatar)

Tumbbad di Rahi Anil Barve, Adesh Prasad (India, Svezia) (Evento speciale - Film d'apertura)

Dachra di Abdelhamid Bouchnak (Tunisia) (Evento speciale - Film di chiusura)

GIORNATE DEGLI AUTORI

Pearl (Perla) di Elsa Amiel (Svizzera, Francia)

C'est ça l'amour (L'amore è questo) di Claire Burger (Francia)

Ville Neuve di Félix Dufour-Laperrière (Canada)

Mafak – Screwdriver di Bassam Jarbawi (Palestina, Stati Uniti, Qatar)

Continuer - Keep Going di Joachim Lafosse (Belgio, Francia)

José di Li Cheng (Guatemala)

Domingo (Domenica) di Clara Linhart, Fellipe Barbosa (Brasile, Francia)

Ricordi? di Valerio Mieli (Italia, Francia)

Joy di Sudabeh Mortezai (Austria)

Les tombeaux sans noms (Le tombe senza nome) di Rithy Panh (Francia, Cambogia

Three Adventures of Brooke (Tre avventure di Brooke) di Yuan Qing (Cina, Malesia)

Emma Peeters di Nicole Palo (Belgio, Canada)

EVENTI SPECIALI

Dead Women Walking (Una morta che cammina) di Hagar Ben-Asher (Usa)

Goodbye Marilyn (Arrivederci Marilyn) di Maria Di Razza (Italia)

Happy Lamento (Un lamento felice) di Alexander Kluge (Germania)

The Ghost of Peter Sellers (Il fantasma di Peter Sellers) di Peter Medak (Cipro)

Il bene mio - My Own Good di Pippo Mezzapesa (Italia)

Why Are We Creative? (Perchè siamo creativi) di Hermann Vaske (Germania)

As If We Were Tuna (Come se noi fossimo tonni) di Francesco Zizola (Italia)


locandina il primo uomo

Il 20 luglio 1969 l’astronauta americano Neil Armstrong mise il piede, primo uomo della storia, sulla superfice della luna. Alla preparazione e a quel viaggio il regista statunitense Damien Chazelle ha dedicato Il primo uomo, un colossal interpretato, fra gli altri, da Ryan Gosling e Claire Foy che aperto il concorso della 75 edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. È un colossal con tute le caratteristiche dei filmoni di questo tipo ma si segnala per due caratteristiche specifiche: l’uso spettacolare del suono e il taglio stilistico da film di famiglia. Il primo aspetto ha il merito di introdurre lo spettatore nel cuore della vicenda – meglio del lavoro degli astronauti – senza far leva su modellini o tecniche computeristiche. Il risultato è tutt’altro che disprezzabile e conduce chi guarda dentro una vicenda di cui non enfatizza i momenti drammatici o le svolte sentimentali. Il secondo elemento di pregio è l’uso di immagini che si richiamano al cinema familiare, a quei filmini casalinghi di cui tutti abbiamo esperienza. La combinazione di questi due elementi contribuisce non poco a dare una patina realistica al film, patina in parte smentita dalla trascuratezza con cui sono affrontati elementi tutt’altro che marginali come la corsa allo spezio quale frutto della competizione politica ed economica fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Allo stesso odo appare sottovalutato il quadro generale (le lotte sessantottine, quelle razziali e le battaglie giovanili contro la Guerra in Viet Nam) che segna la vita politica in quegli anni. Ciò che rimane è un filmone professionalmente pregevole, fastidiosamente patriottardo, ma non meno imbarazzante di altri che hanno come obiettivo principale l’esaltazione dello spirito americano.
sulla mia pelleHa preso il via anche la Sezione Orizzonti con un titolo molto atteso e che ha deluso per buona parte le attese del pubblico. In Sulla mia pelle – La storia controversa di Stefano Cucchi di Alessio Cremonini il regista ripercorre il calvario di questo piccolo spacciatore morto il 22 ottobre 2009 in detenzione causa un pestaggio subito alcuni giorni prima da due carabinieri, senza dimenticare l’insensibilità di agenti carcerari, medici e infermieri. Il film è girato sulla base di un copione estratto dagli atti giudiziari e dalle prese di posizione di Ilaria, sorella dell’ucciso, che non ha mai spesso di battersi affinché fossero individuati e puniti i responsabili della morte del suo congiunto. Ciò che manca al film che, sembra più un servizio televisivo che un’opera cinematografica vera e propria, è il coraggio di spingersi oltre indicando con precisione i responsabili e quanti ne hanno coperto il crimine. Qui, tranne un paio di casi, i carabinieri sembrano angeli caduti dal cielo pronti a fare tutto il possibile per aiutare l’arrestato. Colpevole appare, casomai, la burocrazia con le sue regole rigide e inumane, che ha impedito ai familiari dell’arrestato di avvicinarlo anche quando gli rimanevano poche ore di vita. In altre parole un film banale che non sfugge al sospetto di essere stato concepito più per cogliere una facile occasione che non per voler denunciare un esempio di mala giustizia, intesa in senso più che ampio.

(U.R.)


the-mountainStati Uniti anni cinquanta, le operazioni al cervello e la psicoanalisi sono di gran moda. Un medico lobotomista che afferma di aver inventato un nuovo metodo per intervenire sulle teste dei pazienti gira gli ospedali offrendo i suoi servizi accompagnato da un giovane assistente che gli fa da fotografo. È convinto di aver ideato un nuovo procedimento ammalati, un metodo molto doloroso per gli ammalati e dagli esiti spesso letali. Il suo assistente lo segue in tutto sino ad immedesimarsi nei pazienti e a sottoporsi, a sua volta, alle cure del medico. The Mountain (La montagna) dell’americano Rick Alverson è un film difficile in cui non è facile separare la critica alla cialtroneria dal discorso fantastico. Operazione tutt’altro che semplice in cui il regista gioca su più piani sconcertando lo spettatore. Nella sostanza, un’opera forzatamente complessa in cui è più la voglia di stupire lo spettatore che quella di documentare un momento della cronaca americana. Ottima l’interpretazione di Jeff Goldbum nei panni del medico invasato e un po’ cialtrone, assai meno la prestazione attoriale di Tye Sheridan che fa rimpiangere le sue prestazioni precedenti.
RomaDi taglio completamente diverso, d’impostazione quasi naturalista e con esito assai migliore, di Roma che è il nome del quartiere in cui è nato e vissuto il messicano Alfonso Cuarón. Il cineasta ha fatto ricorso ai suoi ricordi d’infanzia a Città del Messico. Qui una famiglia della buona borghesia, in cui padre e madre stanno per separarsi, deve fare i conti con una servetta, messa in cinta da un bellimbusto appassionato di arti marziali e militante dei gruppi paramilitari in servizio alla polizia. La giovane seguirà i propri padroni sino a rischiare la vita per salvare due figli della coppia ricavandone solo una gratitudine abbastanza formale. Sono gli anni in cui esplodono i movimenti studenteschi che esplodono nel massacro di Tlatelolco, avvenuto il 2 ottobre 1968 nella Piazza Delle Tre culture a Città del Messico. In altre parole è una vicenda personale che si trasforma in un quadro preciso e impietoso di una società rigidamente classista. Questo senza che il cineasta salga in cattedra neppure per un istante. Davvero un film di grande respiro che speriamo presto di vedere nei cinema del nostro paese.
La favoritaThe favorite (La favorita) del greco, ma attivo nel Regno Unito e negli Usa, Yorgos Lanthimos che muove da un fatto storico. La guerra con la Francia mossa dalla regina britannica Anna all’inizio del XVIII secolo. La sovrana che non era riuscita ad avere figli viventi e aveva una passione per le donne, fu costretta ad aumentare le tasse per fare fronte alle spese belliche e a subire una pace umiliante con gli odiati francesi. Il film racconta la rivalità e gli scontri fra le due donne che si contendevano le grazie della sovrana, ricorrendo senza alcuna remora a pettegolezzi, avvelenamenti e conflitti di vario tipo. È un film storico del miglior tipo, accurato nell’ambientazione e nelle ricostruzioni. Se a questo si aggiunge un’interpretazione davvero perfetta di Olivia Colman si ha un‘idea abbastanza precisa dell’opera di film di cui stiamo parlando. Un testo accuratissimo, ma decisamente carente a livello di radiografia di un’epoca che non fu solo segnata dl conflitto con i francesi, ma registrò profonde modifiche nella struttura dell’intera società inglese.

(U.R.)


eromSecondo lungo metraggio della Sezione Oizzonti è il film Erom, letteralmente Strappato del quarantacinquenne cineasta israeliano Yaron Shani.  Qui a essere messe a confronto sono due figure: la trentaquattrenne Alice e il diciassettenne Ziv. La prima, insegnate di disegno, scrittrice impegnata nel sociale, la cui esistenza apparentemente tranquilla, è turbata da inquietanti stati d’ansia e incubi invasivi di abusi sessuali che la ossessionano e la costringono a rifiutare qualsiasi contatto esterno; il secondo un giovane talentuoso, che ancora vive con i genitori e che sogna, di diventare un musicista professionista a discapito di una obbligata carriera militare. Due storie solo apparentemente distinte che si incrociano quando entrambi scoprono di essere vicini di casa, alla periferia di Tel Aviv, e una chiamata casuale di Alice consentirà a Ziv, inesperto sentimentalmente, di incontrare il desiderio delle sue fantasie di giovane adolescente. Un buon lavoro quello di Yaron Shani, che orchestra con destrezza le storia, rivelando solo alla fine, quasi avvolgendo pellicola per tornare alle prime sequenze, la causa delle ossessioni di Alice.

L-enkasIl terrzo titolo della sezione è LEnKas, opera prima, della giovanissima cineasta francese Sara Marx che ha il merito di aver assemblato in modo diligente una storia ordinaria. Il protagonista è Ulysse che appena uscito da prigione, in libertà vigilata, ha un solo obiettivo: fare soldi. Davanti a sé ha da affrontare la depressione di sua madre, ottimamente interpretata da Sandrine Bonnoire, le bollette che non smettono mai di accumularsi, un matrimonio fallito alle spalle e il desiderio inappagato di voltare le spalle ad una esistenza senza prospettive. Per farlo decide, complice un suo amico, che l’aiuterà nell’impresa di una notte, un veterinario ed un fattore corrotti, che forniranno la ketamina, un anestetico dissociativo che può produrre stati di esaltazione, di andare a vendere ad un rave in cui girano bevande miscelate con la sostanza incriminata. La serata sembra scorrere liscia, quando il servizio sicurezza corrotto del rave, taglieggia i due malcapitati pretendendo l’incasso della serata; ne segue una fuga precipitosa e il fermo della gendarmeria per un controllo di ruotine, che fa presagire l’epilogo.  E’ una parabola discendente, quella di Ulysse, che non è in grado di assicurare alla madre le cure sperimentali, il caso vuole, a base di ketamina per la cura della depressione; non ha di ché pagare i debiti e non gli rimane che presentarsi spontaneamente al commissariato di polizia.

(A.S.)


Juliette-Binoche-Guillame-Doubles-Vies-Non-Fiction-3763-600x338Double vies (Doppie vite) del francese Olivier Assayas è un film francese che più non si può. Un testo che ruota attorno a una girandola di chiacchiere, situazioni coniugali e di adulterio che ricordano tanti altre opere transalpine. C’è il grande editore che tenta di uscire dalla crisi causata dall’arrivo dell’elettronica (internet, e-book, audiolibri e quant’altro) e che nel frattempo non trova di meglio se non andare a letto con la giovane incaricata di svecchiare la ditta. Lo scrittore in crisi perché si vede rifiutare l’ultimo libro. L’attrice di successo impegnata in serie televisive che non ama e vari personaggi di contorno. Un mondo chiacchierino e chiuso in sé stesso di cui il cinema di quel paese di ha fornito numerosi esempi e che ora questo cineasta rispolvera senza troppa originalità. Sappiamo che Olivier Assayas conta anche da noi su una vasta platea di fan, ma non ci sembra proprio che questo testo aggiunga qualche cosa se non di fondamentale, almeno d’originale al suo cinema e a quello di molti suoi colleghi. I dialoghi, come il solito, sono sovrabbondanti e brillanti, ma non servono a dare al film un reale spessore che è poi quello di una piccola borghesia intellettuale in continuo dibattito fra lenzuola e i grandi temi filosofici. In poche parole un film dalla confezione accurata e dalla presentazione affascinante, ma piuttosto polveroso come stile.
jamesfranco-theinstituteJoel e Ethan Coen hanno colpito ancora una volta con The Ballad of Buster Scruggs (La ballata di Buster Scruggs), una raccolta di sei storie brevi tratta da un libro immaginario e dedicata al mito del far west. Si parte con il pistolero damerino - quasi infallibile, si prosegue con il condannato all’impiccagione che finisce davvero appeso dopo una serie di vicende che facevano pensare a una sua salvezza, si prosegue con l’imbonitore che esibisce ai poveracci per poche monete un moncone umano che recita versi aulici per poi affogarlo non appena trova un’occasione più redditizia in un pollo che si dice sappia fare di calcolo, si va avanti con il cercatore d’oro che ammazza il bandito che aveva tentato di derubarlo e via di seguito sino ad approdare ai tre viaggiatori di una carrozza sperduta nella notte che può anche lettere letta come l’ultimo traghetto perso aldilà. Ciò che caratterizza il film, internazionalmente distribuito dalla società di programmi televisivi Netfix, è l’ironia con cui i due cineasti americani inanellano trovate su trovate, anche in parti di sapore decisamente drammatico. Qui ci sono gag di grande spessore, ne citiamo una a mo’ d’esempio: l’indiano che spara al conduttore di carovana e quando si accinge a scotennarlo credendolo morto si prende una pallottola in corpo dal falso defunto. In altre parole un film in pieno stile di questi ironici e mefistofelici cineasti capaci di guardare alla cultura profonda del loro pase con ironia. Lo hanno già fatto in numerosi film ad iniziare da Sangue facile (Blood Simple, 1894) sino a No Country for Old Men (Non è un paese per vecchi, 2007). Dal loro lavoro emerge uno sguardo disincantato, ironico e, allo stesso tempo, spietato sul paese in cui vivono e amano anche senza cessarne di vedere le storture.
a-star-is-bornFuori concorso si è visto A Star is Born (È nata una stella) opera prima dell’americano regista e cantante Bradley Cooper che ne è anche interprete assieme a Lady Gaga. È una nuova versione della commedia trasferita in film da George Cukor nel 1954 che si era rifatto al melodramma, del 1937, A che prezzo Hollywood? (What price Hollywood?) da cui anche William Wellman aveva tratto un film. Per la verità il regista di oggi ha guardato in modo particolare è al film del 1976 di Frank Pierson, interpretata da Barbra Streisand e Kris Kristofferson. Inutile cercare grandi novità in questa nuova versione se non nell’apparato musicale che sostituisce quello teatrale nel testo originale. È l’ascesa e la caduta di una cantante stilisticamente dotata che, in questo caso, ama visceralmente l’uomo che la lancia nel mondo della musica, al punto che la sua ascesa coincide con la caduta di lui. È un film molto ben costruito, pieno di musica che ha il pregio di rivelarci una Lady Gaga attrice di talento oltre i lustrini con cui è solita adornarsi. Una bella anteprima ma che c’entra veramente poco con il cinema d’arte di cui si fregia la Mostra.

(U.R.)


 

deslembroTerzo lungo metraggio in concorso della sezione orizzonti è la pellicola Deslembro letteralmente rimembranza, opera prima della cineasta Flavia Castro; un’opera dignitosa diligente, godibile dal vasto pubblico, senza particolari pregi o difetti. Tema conduttore è la memoria, il ricordo, costruito attraverso la storia di una famiglia originaria del Brasile, che a causa dell’esilio politico del patrigno è stata costretta ad espatriare in Francia e che all’indomani del 1979, anno in cui viene concessa l’amnistia per i reati politici, decide di ritornare in patria. La protagonista è Joana, una quindicenne, alle prime esperienze sentimentali amante della letteratura e della musica rock, il cui padre è scomparso-assassinato sotto la dittatura dei governi militari. I ricordi della giovane protagonista affiorano, come tanti flashback, a suscitarli, lettere ritrovate, vecchie fotografie, i racconti della nonna paterna, una vecchia casa ormai abbandonata a Rio de Janeiro. Il film tuttavia, più che ricostruire le vicende storiche degli anni tormentati di dittatura, che rimangono solo accennati e lontanissimi sullo sfondo, indaga sulle dinamiche di una famiglia qualunque che deve reinventare la propria esistenza all’indomani del ritorno al paese di origine: il lavoro da cercare, i conti da far quadrare, l’educazione dei figli. Buona la fotografia e adatta la colonna sonora.

(A.S.)


peterloo Nel 1819 nella piazza Paterloo, a Manchester, si consumò un feroce massacro in cui reparti della guardia nazionale e dell’esercito caricarono a colpi di sciabola 60 mila persone che stavano manifestando pacificamente per il miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie operaie e per la riforma del sistema di potere. Molti furono i morti, moltissimi i feriti fra cui donne e bambini. Mike Leight ha diretto una rievocazione di questo terribile fatto di sangue che ha purtroppo un taglio decisamente televisivo, con lunghi dialoghi e perorazioni in cui, molto schematicamente, si contrappongono le ragioni degli umili a quelle dei padroni della società e delle fabbriche. Il film è molto lungo, oltre due ore e mezzo di proiezione, e indugia a lungo sulle ragioni dei dimostranti. In poche parole una posizione che sceglie apertamente, come è costume di questo cineasta, le parti degli emarginati anche se il risultato finale appare una scelta più politica che storica, con la sconfitta di Napoleone a Waterloo che appare solo in poche sequenze che aprono il film. Ciò che domina è la denuncia della terribile condizione in cui sono costrette le classi operaie che stanno facendo l’esplosione e il rilancio economica britannica. In definitiva un testo di denuncia che getta nuova luce su una condizione umana e lavorativa sinora scarsamente indagata.
suspiria-copiaPoco da dire, invece, per Luca Guadagnino che ha ripreso in mano Suspiria, diretto nel 1977 da Dario Argento, per farne una nuova versione ambientata alla fine degli anni settanta in una scuola di danza che apre i battenti nella Berlino ancora divisa dal muro. È un film di oltre due ore e mezzo che racconta, soprattutto nella parte finale, i demoni evocati una sorta di banda di streghe devote a un misterioso capo che si nasconde nel corpo di una vecchia centenaria che condiziona le adepte a uccidere e mutilare le allieve indisciplinate. Un film balzano, troppo lungo e non troppo chiaro. Un’operazione poco comprensibile e un’opera che annoia e interessa assai poco il pubblico.
Fratelli nemiciDi tutt’altra pasta Frères Ennemis (Nemici fraterni) del francese David Oelhoffen in cui si racconta lo strano legame che si stabilisce fra un poliziotto dell’antidroga e un trafficante accusato ingiustamente di aver ucciso un complice. È un film che non dà allo spettatore un attimo di tregua e che si muove dentro i quartieri periferici di una Parigi tanto lustra di edifici moderni, quanto corrotta dalla malavita. Le sparatorie accadono ad ogni piè sospinto e i contendenti si affrontano senza remore. Un film commerciale, ma di grande qualità espressiva capace di dire qualche cosa di nuovo nell’universo, forse troppo sfruttato, del cinema noir di cui ribadisce vari stereotipi, primo fra tutti quello dei rivali che diventano amici, ma ha il merito di cercare novità di linguaggio e d’azione in un campo sin troppo battuto.

(U.R.)


amandaQuarto lungo metraggio in concorso della Sezione Orizzonti è la pellicola Amanda, opera d'esordio nella sezione dei lungometraggi del cineasta Mikhaël Hers. Si tratta di un racconto di elaborazione di un lutto, doloroso ma al contempo dolce ed intenso. La sorella del protagonista, David, muore in un attentato terroristico in un parco parigino, e a lui viene affidato il compito di prendersi cura della sua nipotina di soli 7 anni, Amanda. Il regista focalizza il suo lavoro, contrariamente a quanto possa far presagire il titolo, sul percorso d’ingresso nell’età adulta del giovane protagonista, che ha soli vent’anni ed è costretto a confrontarsi con la realtà che si fa improvvisamente dura:  dalla perdita di punti di riferimento agli affetti, della burocrazia, necessariamente asettica, per l’adozione della nipote. Una commedia semplice, senza dietrologie, ma banalmente un accorato invito a resistere ed a ricercare comunque la felicità.
anonsInteressante è anche Anons (L’annuncio) del turco Mahumt Fazil Coskun, in concorso nella stessa sezione. La storia si svolge a Istanbul dove quattro ex militari in pensione, insoddisfatti della situazione sociale ed economica del paese, tentano, nell’arco di una notte, di organizzare un colpo di mano, prendendo possesso, dell’emittente radiofonica di stato. Momento dopo momento, per i quattro cospiratori, niente va per il verso giusto e l’operazione si rivela un fallimento. Sebbene le premesse lo potrebbero farlo presagire, l’autore è lontano dall’intentare una ricostruzione storica, di un passato neanche troppo lontano della Turchia Il risultato è una commedia tutto sommato gradevole che gioca sull’ironia, senza di fatto, e questo può essere il vero limite, prendere una posizione per le parti in gioco.

(A.S.)


annapurna-boards-western-sisters-brothersThe Sisters Brothers (I fratelli Sisters) è il titolo di un romanzo di Patrick deWitt tratto in film dal francese Jacques Audiard. Siamo alla metà dell’ottocento, negli Stati Uniti e due fratelli, assassini a pagamento, percorrono il paese ammazzando i nemici di un capobanda che si fa chiamare Il Commodoro. L’ultimo incarico riguarda un chimico che ha appena inventato un composto chimico, altamente urticante, in grado di rivelare in poco tempo le pagliuzze d’oro traportate dalle acque dei fiumi. Uno dei due entra in contatto, per impazienza, con il liquido urticante e suo fratello è costretto a tagliargli un braccio. Proprio in quelle ore arriva la notizia che il mandante è morto e i due assassini possono ritornare a casa in tutta pace. La prima cosa che viene alla mente sono i film di Sergio Leone, anche lui ha affrontato da europeo un genere che, sino a quel momento, si pensava monopolio degli americani. Solo che, in questo caso. Il francese non dispone delle capacità delle della genialità dell’italiano. In definitiva un film che è più un’imitazione che non una voce autentica.
55305Molto più interessante La Quietud (La quiete) di Pablo Trapero che affronta un doppio tema, quello delle responsabilità degli alti borghesi nel corso della dittatura argentina e la storia di due sorelle che di amano talmente da essere felici solo quando l’una porterà in senso un figlio concepito anche grazie all’altra. È un testo piuttosto complesso e interessante che offre l’ennesima immagine del grande paese latinoamericano che non ha ancora superato del tutto il trauma della cancellazione della democrazia.
Si sono visti anche le prime due puntate della serie televisiva L’amica Geniale ideata da Saverio Costanza sulla base del romanzo omonimo scritto da Elena Ferrante. È una grande produzione costruita senza risparmio in cui il regista racconta assai bene l’Italia del dopoguerra. Un 81102 pplesempio di televisione d’alto livello che eguaglia e supere il cinema di qualità.
(U.R.)  


La notte di 12 anniLa noche de 12 años (La notte di 12 anni) di Alvaro Brechner. L’Uruguay, dal 1973 al 1985 è stato retto col pugno di ferro da una feroce dittatura militare, responsabile di una repressione durissima nei confronti di ogni forma di dissenso; forse meno conosciuta e non cosi lunga, rispetto alle dittature militari Cilena e Argentina, tuttavia si è distinta  anche essa per migliaia di casi di tortura e per centinaia di desaparecidos. L’opera dell’uruguayano Alvaro Brechmer è il tributo  a tre superstiti del giogo militare: Mauricio Rosencof, Eleuterio Fernandez Hidobro e l’ex presidente Pepe Mujica, che condividono la terribile esperienza per 12 anni, quanto dura la dittatura in Uruguay e da cui titolo della pellicola, di totale prigionia in condizioni disumane. L’opera, la sesta della sezione Orizzonti, alterna in modo convincente le tre storie, giocando con il mescolare argutamente i particolari più struggenti, come gli incontri sporadici con i familiari, sia reali che immaginati, con quelli più grotteschi, dalle torture disumane dei loro carcerieri, agli espedienti per renderle sopportabili. Allo stesso modo è fatto uso della fotografia e del suono, che rende ancora più intensa la storia, alternando ambienti particolarmente angusti ai pochi ma suggestivi spazi aperti, dal silenzio dell’attesa, carico di paura, al suono assordante degli strumenti di tortura. Un ottimo film, un inno alla vita, alla resistenza che apre gli occhi e travalica i confini ortodossi dell’impegno politico, sintetizzabile con la frase: Ricordatevelo: quando la vita vi colpirà, rialzatevi, andate avanti detta dalla madre di uno dei prigionieri.

la-profezia-dell-armadilloLa profezia dell’armadillo, adattamento cinematografico dell’omonimo libro a fumetti, è l’unica pellicola italiana in concorso, della Sezione Orizzonti. L’opera seconda di Emanuele Scaringi, racconta la storia del ventisettenne Zero (Simone Liberati), un disegnatore squattrinato che vive nella periferia anonima romana e che si arrangia sbarcando il lunario dando ripetizioni di francese e creando illustrazioni per gruppi musicali punk indipendenti. L’esistenza di Zero è una continua rincorsa all’inseguimento dell’occasione buona, del raggiungimento dell’agognata tranquillità economica, cercando tuttavia di rimanere ostinatamente fedele ai suoi principi; a fare da argine a possibili cedimenti e compromessi è un armadillo, personificazione della sua coscienza critica, pronto a conversare sulla vita e i massimi sistemi; ad affiancare il protagonista nelle piccole imprese quotidiane, c'è Secco (Pietro Castellitto), l'amico di sempre. La pellicola si mantiene agile con la stessa impaginazione del libro a fumetti, dove le tante tessere che compongono la storia sono tenute insieme dai continui rimandi all’infanzia del protagonista. Un film, senza pretese, godibile e ben interpretato.

tel-aviv-on-fireLa cinematografia palestinese sta attraversando un momento di particolare felicità creativa, come conferma Tel Aviv on Fire (Tel Aviv in fiamme), terzo lungometraggio del giovane, è nato nel 1975, Sameh Zaobi. La storia  restituisce, in chiave ironica, l’eterno conflitto tra israeliani e palestinesi, attraverso i triboli e le speranze  del trentenne Salam che vive a Gerusalemme e lavora a Ramallah come stagista sul set di una famosa soap opera palestinese. La commedia è un susseguirsi di equivoci, ci sono gag e snodi narrativi sicuramente spassosi e non manca il colpo di scena a lieto fine. Nel complesso un film ben costruito, il cui intento dichiarato è quello di dimostrare che per quanto pessime e inconciliabili possano sembrare le situazioni, il dialogo, a patto di ascoltarsi reciprocamente, è sempre possibile.

(A.S.)


TramontoNapszállta (Tramonto) dell’ungherese László Nemes è il classico film fatto anche per far discutere ai festival spettatori e critici fornendo una storia non facilmente sbrogliabile. Rimanendo alla superfice si tratta del ritorno a Budapest della rampolla di una famiglia altolocata sfuggita dopo per ragioni non meglio precisate. Il tempo sono le settimane che precedono lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. La fanciulla ha imparato a fare la modista a Trieste e, seguendo la tradizione di famiglia, vorrebbe farlo anche nella capitale ungherese. Vorrebbe anche ritrovare il fratello di cui si sono perse le tracce e che è coinvolto in uno scontro mortale fra giovani rivoluzionari e nobili. Schematizzando alquanto si tratta del conflitto fra rivoluzione e conservazione alla cui fine a pagare il prezzo saranno le classi più umili trascinate in un massacro che non hanno voluto e da cui non trarranno alcun vantaggio. Il regista impiega poco meno di due ore e mezzo per dire queste poche cose ricorrendo ad uno stile ridondante, tutto giocato sulla macchina a mano che sta addosso alla protagonista e alle persone che incontra allo stesso modo di quanto faceva, ma con ben maggiore regione, ne Il figlio di Saul (2015). In passato il cinema magiaro si è era segnalato come uno dei più vivaci e interessanti fra quelli dell’ex-est Europa, oggi sembra regredito in un raccontare eccessivamente simbolico di cui non è facile individuare le componenti. In poche parole il classico film da festival che scambia l’oscurità del pensiero per dovuta complessità del reale.
Alla porta delleternitàTutto molto chiaro (o quasi) invece per At Eternity’s Gate (Alle porte dell’eternità) dell’americano Julian Schnabel, dedicato agli ultimi mesi di vita del pittore Vincent Van Gogh (1853 – 1890). Questo cineasta è anche un pittore le cui opere sono esposte nei maggiori musei del mondo, ha già rivolto il suo interesse ad un altro artista (Basquiat, 1996). Questa volta ha studiato a fondo l’opera dell’autore de I girasoli e i luoghi in cui ha trascorso gli ultimi mesi di vita. Ne è noto un film in cui il rapporto fra la rappresentazione e l’opera pittorica s’articola, in particolare, nell’uso del colore più che nella trasposizione sullo schermo dei soggetti dei quadri. Anche se non mancano i riferimenti a celeberrimi dipinti come il Ritratto del dottor Gachet e Un paio di scarpe. Il punto più sorprendente del film è nella parte finale ove il cineasta mette in dubbio il suicidio del pittore, aprendo la strada ad un finale del tutto diverso e all’ipotesi di un vero e proprio omicidio. Da notare, positivamente, l’interpretazione che Willem Dafoe dà del calvario dell’artista mescolando con grane intelligenza riferimenti religiosi a turbe psicologiche. In altre parole un film di grande spessore che si è collocato da subito fra i possibili candidati al LeoDRAGGEDwebne d’Oro.
Tutto il contrario dell’action movie Dragged Across Concrete (Trascinato sul cemento) dell’americano di S. Craig Zehler visto fuori concorso e che vanta l’interpretazione di due star come Mel Gibson e Vince Vaughn che, con la loro forza attoriale, superano le numerose incongruenze presenti nel film. In pratica si tratta di due poliziotti che derubano un gruppo di rapinatori, facendosi ammazzare nell’impresa. Nulla di particolarmente originale, ma un film costruito con abilità in grado di catturare l’attenzione dello spettatore dal primo all’ultimo minuto.

(U.R.)


AccusataDolores vive l’esistenza tranquilla e agiata della borghesia di Buenos Aires, ma questo non le impedisce di essere travolta da un caso nazionale: una sua amica è uccisa durante un party studentesco in cui non mancano sesso e droga. Accusata di essere la responsabile dell’omicidio, la giovane è imputata in un processo a cui si interessano i grandi giornali e le televisioni nazionali. L’esito del giudizio sarà a lai favorevole, ma le farà attraversare per intero l’inferno dei pregiudizi e delle valutazioni sommarie dell’opinione pubblica. L’argentino Gonzalo Tobal ha firmato Acusada (Accusata) forse con l’intento di farne un ritratto della borghesia del suo paese, ma l’operazione gli è riuscita solo parzialmente. Se si deve riconoscere l’abilità del cineasta ad impostare una storia processuale tesa dalla prima all’ultima immagine, anche grazie la forte interpretazione di Lili Esposito che da all’imputata tutte le sfumature del caso. Ciò che manca al film è la capacità di passare da un evento singolo ad un quadro complessivo, per cui il calvario della giovane non va oltre l’episodio individuale senza trasformarsi in descrizione o messa in stato d’accusa di un’intera classe sociale.
Il nostro tempoÈ un po’ quanto capita al messicano Carlos Reygadas autore e interprete di Nuestro Tiempo (Il nostro tempo) da cui l’unico discorso che sembra possibile trarre è che alla nostra epoca non c’è spazio per una condizione di pace fra uomini e donne. Sin dalle prime sequenze (un gruppo di bambini aggredisce alcune femmine che stanno facendo il bagno con loro) sino alle immagini finali dello scontro fra tori, uno dei quali rimane esamine sul terreno, questo tema appare dominante. Il centro del discorso c’è un poeta internazionalmente noto e allevatore di tori da corrida che tenta di stabilire un legame aperto con la moglie. Legame in cui moglie e marito hanno piena libertà di avere altre relazioni a patto che ne informino il coniuge. Quando Esther va letto con Phil, un addestratore di cavalli capitato nel ranch per dovere professionale, e non lo dice al marito quest’ultimo si sente come se avesse subito un vero tradimento. Ne nasce un conflitto che mette in luce quanto sia teorica e cervellotica la teoria della cosiddetta copia aperta. Il film è girato molto bene anche se è troppo lungo (173 minuti) tanto che la tesi di fondo la si può intuire sin dalle primissime sequenze, mentre tutto il resto non fa che ribadirla con vari compiacimenti anche erotici. In altre parole un testo interessante, ma eccessivamente verboso. La fotografia è veramente eccezionale e propone allo spettatore un’immagine del Mexico, meglio della campagna e di Mexico City, tutt’altro che usuale.
Opera senza autoreNeanche Work ohne Autor (Opera senza autore) del tedesco Florian Henckel von Donnersmarck scherza in lunghezza (188 minuti) ma in questo caso c’è una ragione collegata alla volontà dell’autore di rappresentare la Germania dagli anni trenta ai sessanta. Tutto è visto attraverso la figura di Kurt un ragazzino che passa l’infanzia sotto il Terzo Reich, assistendo all’uccisione dell’amata zia da parte di un famoso ginecologo che, nel dopoguerra diventerà suo suocero. Il giovane approderà, attraverso diverse vicende, al ruolo di un noto pittore e il suo lavoro, dipingere immagini fotografiche appena velate da uno strato di vernice, obbliga, meglio dovrebbe obbligare, chi guarda ad interrogarsi su ciò che è stato è sulle responsabilità che aveva quando svolgeva un ruolo pubblico. È un film che, forse, non contribuisce molto alla ricerca sul linguaggio e l’innovazione nel cinema, ma è un’opera che svolge un ruolo fondamentale nella denuncia delle responsabilità sociali di più di una generazione. Come dire uno dei testi che si sono imposti da subito fra i candidati ai premi finali.
Vox-Lux-999x562A una parte gli spettatori è molto piaciuto Vox Lux dell’americano Brady Corbet. È il ritratto sofferto e doloroso di una star dello show business che, dopo essere scampata ad un massacro di alunni in una scuola, approda ad un grande successo costellato di droga, amori occasionali e cattiverie professionali. Una serie di temi già affrontati decine di volte dal cinema e non solo da quello americano e che, in questo caso, diventano l’asse di un discorso ben poco originale.
Molto più interessate, almeno da punto di vista politico, 22 july (22 luglio) dell’inglese Paul Greengrass. Il 22 luglio 2011 un terrorista filonazista uccise 77 persone e ne ferì più di 200 nella capitale norvegese e nell’isola di Utǿya sul lago Tyrifjorden, il quinto della Norvegia. In quest’isola si stava svolgendo un campeggio dei giovani del partito socialista e il terrorista, che aveva appena fatto esplodere un pulmino carico d’esplosivo ricavato da un fertilizzante nel parcheggio antistate gli uffici del primo ministro, intendeva protestare per la politica di apertura agli stranieri del governo socialdemocratico. Arrestato e processato, il criminale dapprima accettò di essere sottoposto a perizia psichiatrica poi rivendicò pienamente il gesto dichiarandosi capo di un pseudo movimento politico antiarabo ispirato ai Cavalieri Teutoni. Il regista segue con precisione l’esecuzione del massacro, senza tacere l’impreparazione della polizia, e il processo da cui emerge la personalità dell’assassino (finirà condannato all’ergastolo in detenzione solitaria). La forza del film è nel sottolineare come le forze di governo e gli stessi parenti delle vittime non siano caduti nella trappola della vendetta, applicando rigidamente e coerentemente le regole della democrazia. Un film molto attuale, anche alle nostre latitudini e ai nostri giorni.
(U.R.)


L-usignoloThe Nightingale (L'usignolo) ci riporta nell’Australia d’inizio ottocento, quando il continente è ancora saldamente nelle mani dell’Impero Britannico e della corona inglese che hanno trasformato il paese in un enorme bagno penale per alleggerire la pressione sulle sovraffollate carceri inglesi. Si tenga conto che in quegli anni la giustizia della corona sforna condanne, anche pesantissime, per reati – soprattutto economici – minimi. Danne, bambini e vecchi finiscono nelle orribili galere del regno anche solo per aver rubato una pagnotta. Claire è una giovane detenuta irlandese che ha già scontato interamente la pena, ma che il suo controllore non lascia ritornare in patria avendone fatto una sorta di schiava sessuale. Un giorno, alle continue richieste di autorizzazione a partire il controllore, un tenente dell’esercito, e un paio si suoi accoliti rispondono stuprando la ragazza, uccidendone il marito e la figlioletta. Ora la donna coltiva un solo scopo: la vendetta. Assieme a un aborigeno, che le fa da guida, parte all’inseguimento del militare e dei suoi complici. Un lungo tragitto che i conclude con l’uccisione degli stupratori. Il film è diretto dall’australiana Jennifer Kent, unica donna fra i registi ammessi in concorso, con l’obiettivo di rendere giustizia ai nativi e denunciare i crimini commessi di militari britannici nei confronti dei civili, siano essi stati dei carcerati o dei semplici coloni.  Un obiettivo nobilissimo, compromesso in parte da un eccesso di violenza, questo senza voler minimamente sminuire i delitti degli occupanti. Molto bella la fotografia e generoso l’intento di rendere giustizia alle donne e agli aborigeni.
caprirevolutionCapri – Revolution di Mario Martone, ultimo film italiano in competizione, ci porta nell’isola partenopea nel 1914, poco prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Qui s’installa una comune guidata da un pittore che viene dal nord (l’ispirazione è al gruppo che approdò nell’isola sotto la guida dell’artista Karl Wilhelm Diedenbah) i cui membri amavano aggirarsi nudi fra le rocce con grande scandalo degli abitanti e partecipano ad una sorta di unione vegetariana e ultrapacifista. Lo scontro esplode in particolare sul corpo della capraia analfabeta Lucia che, attratta dai membri del gruppo e, in particolare, dalla personalità del capo, abbandona la famiglia, sfida i pregiudizi degli isolani sino a emigrate negli Stati Uniti all’epoca concepiti come terra di libertà. Il regista è molto attento al clima dei quegli anni e alle posizioni politiche dei militanti nei confronti dell’imminente grande massacro. Tutto questo conferisce al film uno spessore straordinario, ma interamente concepito a tavolino, con i vari personaggi, compresa l’interprete principale, più abbozzati che approfonditi. In altre parole, un’opera realizzata con grande maestria, ma più pensata che sentita. Indubbiamente uno dei testi migliori fra quelli visti in Mostra, ma anche un’opera non interamente al livello della produzione a cui ci aveva abituati questo cineasta.
ombraUn discorso simile lo si può fare per Ying (L’ombra) del cinese Zhang Yimou. Questo autore è rientrato a vele spiegate nel cinema del suo paese dopo essere stato vittima di una delle purghe delle guardie rosse contro gli intellettuali. È rientrato nella professione con una serie di film (Lanterne rosse, 1991, Non uno di meno, 1999) che hanno indotto i critici a parlare di quinta generazione del cinema cinese. Poi ci sono stati gli anni della normalizzazione, culminati nell’incarico a dirigere le cerimonie d’apertura e chiusura dell’Olimpiade di Pechino. Dopo quell’impegno questo regista si è specializzato in film storici, settore che lo ha affascinato sin dagli anni della  La foresta dei pugnali volanti (2004). Quest’ultimo film appartiene alla medesima tendenza e si segnala per l’utilizzo degli scontri bellici a mo’ di balletto, con trovate di grande intelligenza ed effetto (in questo caso i parapioggia trasformati in armi). È un film di grande spessore coreografico in cui si racconta la storia di un militare che si ribella al suo re e a tutti coloro che vogliono prenderne il posto, il tutto in un mondo segnato dal grigiore e da una pioggia in cessate. Davvero un esempio del cinema cinese che ci attenda in futuro.

(U.R.)


uccidereL’ultimo film in concorso è stato Zan (Uccidere) del giapponese Shinya Tsukamoto, un regista noto per il contributo dato al genere horror che, questa volta, si rivolge al cinema narrativo di tipo più tradizionale anche se non dimentica alcune immagini particolarmente violente. La vicenda ruota alla figura di un giovane aspirante samurai che un anziano maestro, dapprima, ingaggia per una missione misteriosa e, poi, quando lui rifiuta di partire per la missione, insegue e uccide. Siamo alla metà del XIX secolo, un’epoca in cui, dopo 250 anni di pace, i guerrieri vivono in povertà non avendo signori a cui proporre i loro servizi. La povertà li spinge a derubare i contadini e violentare le loro mogli e figlie. Sono brutalità a cui si oppone Jirozaemon Sawamura, un samurai non meno povero di altri, ma che non deruba i villani e non aggredisce le loro donne. Sentendosi incaricato di una vera e propria missione tenta di mettere assieme un gruppo che si rechi a Kioto per trovare un ingaggio presso uno dei pochi signori della guerra ancora in attività. Quando Mokunoshn Tsuzuki, un giovane promettente da lui selezionato, rifiuta di partire, lo uccide. Non è il primo film che affronta questi anni segnati, fra l’altro dall’arrivo del Commodoro Perry, incaricato dal presidente degli Stati Uniti di aprire al commercio, anche non la forza, l’immenso mercato cinese. Il film è intriso di una luce cupa in cui s’inscrive una campagna miserabile popolata da contadini poverissimi. Non è un’opera particolarmente notevole, ma ha il merito di proporre allo spettatore un’immagine realistica di questo mondo.
un popolo e il suo reLa programmazione si è conclusa con alcuni titoli non trascurabili. Un peuple et son Roi (Un popolo e il suo Re) del francese Pierre Scheller affronta la Rivoluzione francese negli anni che vanno dalla presa della Bastiglia alla decapitazione di re Luigi XVI in Place de la Concorde. Il film ha un andamento fra il documentario storico e il testo narrativo vero e proprio. Fa da filo conduttore una giovane copia composta dalla giovane lavandaia Françoise e da Basile, un apprendista vetraio, che vive quei tempi convulsi senza offrire allo spettatore né un’illustrazione né una lettura originale. Un approccio ambiguo che rende il testo abbastanza discutibile da un punto di vista espressivo.
Molto più interessante Una storia senza nome di Roberto Andò, uno scrittore e regista di cui va ricordato, almeno, Viva la libertà (2013). Questa volta al centro della storia c’è la giovane segretaria di una società di produzione. In realtà è lei ad aver scritto, in incognito, tutte le ultime sceneggiature di un cineasta di successo, Alessandro Pes. Così potrebbe essere anche questa volta per un film che ruota attorno al furto, avvenuto a Palermo nel 1969, della Natività di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. L’opera fu trafugata dalla Mafia e per lungo tempo fu oggetto di trattativa fra apparati statali e uomini della criminalità. La donna è affiancata da un superpoliziotto che si scoprirà essere una storia senza nome asuo padre, che ha fatto del recupero dell’opera lo scopo della sua vita. È un bel poliziesco, anche se mette troppa carne al fuoco non preoccupandosi troppo delle incongruenze narrative come quella che vede lo sceneggiatore di facciata, massacrato di botte da uomini della mafia e caduto in coma che si riprende in ospedale senza che nessuno se ne accorga e finge di essere ancora fra la vita e la morte. Messi da parte questi aspetti, il film si appresta a un giusto successo di pubblico.
(U.R.)


driven-okLa 75a edizione della Mostra si è chiusa con Driven (Determinato) dell’americano Nick Hamm. Il film segue con una certa approssimazione la storia di John DeLorean, un progettista d‘automobili le cui proposte avveniristiche non ebbero quasi mai successo. Assieme a lui si racconta la vicenda di Jim Hoffman, un pilota dalla vita meno che modesta, un poveraccio caduto nelle grinfie dell’FBI che tentò di utilizzarlo per incastrare il disegnatore come trafficante di droga. L’operazione non riuscì causa il rifiuto dell’avviatore di testimoniare contro l’inventore di nuove automobili, nel frattempo diventato suo amico. Il film non va oltre la classica autobiografia riletta in chiave processuale e non priva di punzecchiature ironiche sulla capacità dei poliziotti a fare il loro dovere. Da notare che siamo ai tempi della presidenza di Roland Reagan che si era prefisso di scatenare una vera e propria guerra ai trafficanti di stupefacenti, salvo poi richiedere il loro aiuto come dimostrò l’affaire Iran – Contras. Su tutto questo il film sorvola, limitandosi a raccontare una storia ironica e divertente girata con grande abilità.
Il film è stato realizzato a Porto Rico quattro giorni dopo che l’uragano Maria aveva colpito i Caraibi. In queste circostanze i cineasti si sono trasformati, nolenti o volenti, in soccorritori dei colpiti dal cataclisma. A tutto questo è dedicato In the Making of Driven (Durante la realizzazione di Driven) diretto da Ambika Leigh che, date le circostanze si presenta spesso più interessante del film principale, testimoniando le conseguenze di un disastro dalle dimensioni davvero immani.
Come detto la mostra si è chiusa con i premi, di cui diamo informazione più sotto, e con la proiezione di Driven. È l’occasione giusta per una valutazione complessiva di questa edizione che, nella sostanza, ha confermato la solidità della guida di Paolo Baratta (presidente) di Alberto Barbera (Direttore Artistico). Entrambi hanno confermato l’eccellenza del loro lavoro sia per quanto riguarda l’impiego delle risorse messe a disposizione della Biennale sia il livello dell’organizzazione. Le strutture sono state ulteriormente rafforzate e il loro funzionamento migliorato. Certo, non tutti i film in concorso si sono mostrati, quanto meno a nostro giudizio, degni di una grande rassegna d’arte cinematografica, ma questo ha più a che fare con il livello della produzione mondiale, scadente come hanno dimostrato i festival di Cannes e Berlino, che non con la capacità del direttore artistico di scovare perle là dove proprio non ce ne sono.
(U.R.)


RomaI premi ufficiali

Premi ufficiali Mostra del cinema 2018
LEONE D’ORO per il miglior film a:
ROMA
di Alfonso Cuarón (Messico)
LEONE D’ARGENTO - GRAN PREMIO DELLA GIURIA a:
THE FAVOURITE
di Yorgos Lanthimos (UK, Irlanda, USA)
LEONE D’ARGENTO - PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA a:
Jacques Audiard
per il film THE SISTERS BROTHERS (Francia, Belgio, Romania e Spagna)
COPPA VOLPI
per la migliore interpretazione femminile a:
Olivia Colman
nel film THE FAVOURITE di Yorgos Lanthimos (UK, Irlanda, USA)
COPPA VOLPI
per la migliore interpretazione maschile a:
Willem Dafoe
nel film AT ETERNITY’S GATE di Julian Schnabel (USA, Francia)
PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a:
Joel Coen e Ethan Coen
per il film THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS di Joel Coen e Ethan Coen (USA)
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:
THE NIGHTINGALE
di Jennifer Kent (Australia)
PREMIO MARCELLO MASTROIANNI
a un giovane attore o attrice emergente a:
Baykali Ganambarr
nel film THE NIGHTINGALE di Jennifer Kent (Australia)
LEONE DEL FUTURO
PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” a:
YOM ADAATOU ZOULI (THE DAY I LOST MY SHADOW)
di Soudade Kaadan (Repubblica Araba Siriana, Libano, Francia, Qatar)
Il PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM a:
KRABEN RAHU (MANTA RAY)
di Phuttiphong Aroonpheng (Thailandia, Francia, Cina)
il PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE REGIA a:
Emir Baigazin
per il film OZEN (THE RIVER) (Kazakistan, Polonia, Norvegia)
il PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ORIZZONTI a:
ANONS (THE ANNOUNCEMENT)
di Mahmut Fazıl Coşkun (Turchia, Bulgaria)
Il PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE a:
Natalya Kudryashova
nel film TCHELOVEK KOTORIJ UDIVIL VSEH (THE MAN WHO SURPRISED EVERYONE) di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov (Russia, Estonia, Francia)
Il PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE a:
Kais Nashif
nel film TEL AVIV ON FIRE di Sameh Zoabi (Lussemburgo, Francia, Israele, Belgio)
PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a:
Pema Tseden
per il film JINPA di Pema Tseden (Cina)
PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO a:
KADO
di Aditya Ahmad (Indonesia)
Il VENICE SHORT FILM NOMINATION FOR THE
EUROPEAN FILM AWARDS 2018 a:
GLI ANNI
di Sara Fgaier (Italia, Francia)
Il PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO SUL CINEMA a:
THE GREAT BUSTER: A CELEBRATION
di Peter Bogdanovich (USA)
 
Il PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR FILM RESTAURATO a:
LA NOTTE DI SAN LORENZO
di Paolo e Vittorio Taviani (Italia, 1982)
Venice Virtual Reality
PREMIO MIGLIOR Virtual Reality (STORIA IMMERSIVA) a:
SPHERES
di Eliza McNitt (USA, Francia)
PREMIO MIGLIORE ESPERIENZA Virtual Reality (PER CONTENUTO INTERATTIVO) a:
BUDDY VR
di Chuck Chae (Repubblica di Corea)
PREMIO MIGLIORE STORIA Virtual Reality (PER CONTENUTO LINEARE) a:
L’ÎLE DES MORTS
di Benjamin Nuel (Francia)


TramontoPremi non ufficiali

Premio FIPRESCI (International Federation of Film Critics)
Napszállta (Sunset) di László Nemes
premio al miglior film di Orizzonti e delle sezioni parallele: Lissa Ammetsajjel (Still Recording) di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub
 
Premio SIGNIS (International World Catholic Association for Communication)
ROMA di Alfonso Cuarón
menzione speciale: 22 JULY di Paul Greengrass
 
Premio Leoncino d'Oro (Agiscuola)
WERK OHNE AUTOR di Florian Henckel von Donnersmarck
Segnalazione Cinema For UNICEF:  What you gonna do when the world's on fire? di Roberto Minervini
 
Premio Francesco Pasinetti (Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani)
CAPRI-REVOLUTION di Mario Martone
Premio Pasinetti Speciale al Film e ai Migliori Attori: SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini
ALESSANDRO BORGHI e JASMINE TRINCA
 
Premio Brian (UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti)
SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini
 
Premio Queer Lion (Associazione di Promozione Sociale Queer Lion)
JOSÉ di Li Cheng
 
Premio ARCA Cinemagiovani
miglior film italiano a Venezia: CAPRI-REVOLUTION di Mario Martone
miglior film di Venezia 75: WERK OHNE AUTOR di Florian Henckel von Donnersmarck
 
Premio CICT - UNESCO "Enrico Fulchignoni" (Conseil International du Cinema et de la Télévision)
EL PEPE, UNA VIDA SUPREMA di Emir Kusturica
 
Premio FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub)
SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini
menzione speciale FEDIC: RICORDI? di Valerio Mieli
menzione FEDIC Il Giornale del Cibo: I VILLANI di Daniele De Michele
 
Premio Fondazione Mimmo Rotella
JULIAN SCHNABEL e WILLEM DAFOE
 
Premio Lanterna Magica (Associazione Nazionale C.G.S.)
AMANDA di Mikhael Hers
 
Premio Gillo Pontecorvo (Istituto Internazionale per il cinema e l'audiovisivo dei paesi latini)
migliore coproduzione di un film diretto da un esordiente: THE ROAD NOT TAKEN di Tang Gaopeng
 
Premio Smithers Foundation (International Council of Film and Television at UNESCO and the Observatory on Cultural Communication at U.N.)
A STAR IS BORN di Bradley Cooper
menzione speciale: THE MOUNTAIN di Rick Alverson
 
Premio Interfilm Award for Promoting Interreligious Dialogue (International Interchurch Film Organisation)
TEL AVIV ON FIRE di Sameh Zoabi
 
Premio Green Drop (Green Cross Italia)
AT ETERNITY’S GATE di Julian Schnabel
WILLEM DAFOE
 
Premio Soundtrack Stars (Free Event e Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani)
Migliore colonna sonora: CAPRI-REVOLUTION di Mario Martone per le musiche di Sacha Ring e Philipp Thimm
Miglior brano originale: A SUSPIRIUM di Thom Yorke nel film Suspiria di Luca Guadagnino
Menzione speciale: JUDY HILL nel film What You Gonna Do When the World's on Fire di Roberto Minervini
 
Premio del Pubblico Sun Film Group (Settimana Internazionale della Critica)
LISSA AMMETSAJJEL (STILL RECORDING) di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub
 
Premio Circolo del Cinema di Verona (Settimana Internazionale della Critica)
BETES BLONDES (BLONDE ANIMALS) di Maxime Matray e Alexia Walther
 
Premio Mario Serandrei - (Settimana Internazionale della Critica)
LISSA AMMETSAJJEL (STILL RECORDING) di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub
 
Premio al miglior cortometraggio SIC@SIC 2018 (Settimana Internazionale della Critica)
MALO TEMPO di Tommaso Perfetti
 
Premio alla miglior regia SIC@SIC 2018 (Settimana Internazionale della Critica)
GAGARIN, MI MANCHERAI di Domenico De Orsi
 
Premio al miglior contributo tecnico SIC@SIC 2018 (Settimana Internazionale della Critica)
QUELLE BRUTTE COSE di Loris Giuseppe Nese
 
Premio Label Europa Cinemas (Giornate degli Autori)
JOY di Sudabeh Mortezai
 
Premio del Pubblico BNL (Giornate degli Autori)
RICORDI? di Valerio Mieli
 
Premio GdA Director’s Award (Giornate degli Autori)
C’EST ÇA L’AMOUR di Claire Burge
 
Premio HRNs – Premio Speciale per i Diritti Umani (Associazione Human Rights Nights)
A Letter to a Friend in Gaza di Amos Gitai
menzione speciale: PETERLOO di Mike Leigh
menzione speciale: 1938 DIVERSI di Giorgio Treves
 
Premio di critica sociale Sorriso diverso (Ass. studentesca "L'università cerca lavoro", UCL)
miglior film: UN GIORNO ALL’IMPROVVISO di Cirio D’Emilio
 
Premio NuovoImaie (i diritti degli artisti in collaborazione con SNGCI e SNCCI)
Linda Caridi e Giampiero De Concilio
 
Premio Sfera 1932 (Consorzio Venezia e il suo Lido con Seguso Vetri d’Arte - Murano dal 1397)
CAPRI-REVOLUTION di Mario Martone
 
Premio UNIMED (Unione delle Università del Mediterraneo)
A TRAMWAY IN JERUSALEM di Amos Gitai
 
Premio La Pellicola d'Oro (Ass.ne culturale “Articolo 9 Cultura & Spettacolo” e “S.A.S. Cinema”)
FRANCO RAGUSA Migliori effetti speciali per il film Suspiria
KATIA SCHWEIGGL Migliore sarta di scena per il film Capri-Revolution
SARTORIA ATELIER NICOLAO DI STEFANO NICOLAO Premio alla carriera
 
Premio Lizzani (ANAC Associazione Nazionale Autori Cinematografici)
CAPRI-REVOLUTION di Mario Martone
 
Premio Vivere da Sportivi, Fair play al cinema (Associazione Vivere da sportivi: a scuola di fair play)
What you gonna do when the world's on fire? di Roberto Minervini
menzione speciale: ZEN SUL GHIACCIO SOTTILE di Margherita Ferri
menzione speciale: Lissa ammetsajjel (Still Recording) di Saeed al Batal e Ghiath Ayoub
 
Premio per l’inclusione Edipo Re (Università degli Studi di Padova e ResInt Rete dell’Economia Sociale Internazionale)
LISSA AMMETSAJJEL (STILL RECORDING) di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub