Rumori fuori scena

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Valerio Binasco - attore e regista diplomato alla scuola dello Stabile genovese – e attualmente direttore artistico del Teatro Stabile Torino, si è particolarmente impegnato per mettere in scena un testo dell’inglese Michael Frayn da lui completato nel 1977 ma che ha avuto la sua prima rappresentazione solo 5 anni dopo: è la cronistoria della preparazione di una commedia sexy da parte di compagnia che evidenzia molti problemi. Non parrebbe un testo che interessi ad uno Stabile, è un metateatrale (il teatro nel teatro) comico, lontano da tanti lavori su cui si impegnano strutture pubbliche. Binasco ha creduto tanto nel progetto, da curarne la regia e da proporsi anche come interprete: con una scelta non certo occasionale, interpreta il regista. L’impressione che si ha è di essere di fronte ad una commedia che richiede molto agli interpreti (sono quasi due ore e mezzo sul palcoscenico) ma con la sensazione di non essere troppo coinvolti dalla vicenda. Intendiamoci, le battute ci sono (e si ride molto), le trovate sono bene calibrate, ma vari degli interpreti danno l’impressione di non avere molta dimestichezza col teatro leggero; per creare il giusto ritmo il regista impone un frenetico correre da una parte all’altra sul palcoscenico: funziona per la durata del primo tempo ma poi, piano piano scema verso la noia. Impossibile dimenticarsi (e, purtroppo, non fare confronti) con la trasposizione cinematografica di Peter Bogdanovich del 1992 che aveva tra gli interpreti Michael Caine e Christopher Reeve; ovviamente, c’è chi valuta migliore l’edizione teatrale, ma ricordando bene scene e trovate, il giudizio qui scritto tende a considerare quei 100 minuti di film superiori ai 145 dell’edizione teatrale. Con questo, il lavoro di Binasco è sicuramente interessante e, grazie alle scenografie create con intelligenza da Margherita Palli (sono quelle della commedia che viene provata e messa in scena dalla scapestrata compagnia teatrale) vediamo anche il dietro le quinte con la drammaticità dei rapporti tra i vari componenti del gruppo. Tutto appare come in una sit com americana con dialoghi divertenti ma un po’ scontati.

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Teatro Stabile di Torino Teatro Nazionale con il sostegno di Fondazione CRT

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I figli della frettolosa

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Il titolo è riferito al detto popolare (ma nella sua creazione in alcuni intravvedono la filosofia delle favole di Esopo) La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Proprio questa capacità di scherzare su quella che in tanti valutano solo come un limite, la cecità, è il motore che rende uno spettacolo con argomenti seri e seriosi un’occasione di sorridere ma anche di pensare. Non vedere con gli occhi può permettere di potenziare altri sensi, di essere in grado di godere meglio dei profumi, di assaporare in maniera più completa il cibo, di donare alle mani la loro completa capacità tattile. Tutte cose dette e fatte capire, all’interno di un’opera intimista capace di emozionare per un’ora e più. Sul palcoscenico autentico mattatore Gianfranco Berardi, non vedente, che dimostra quanti siano i limiti che ci imponiamo per non avere la volontà ed il coraggio di superare le avversità che il destino ci ha inflitto. Con lui, artisti dotati di vista che muovono, spostano, accompagnano, aiutano in una specie di balletto chi cieco lo è davvero. Ed allora tutti assieme per dimostrare che ogni differenza può essere un dono, essere considerata come possibilità di una vittoria che gratifica chi supera barriere spesso accentuate da noi stessi in maniera inconscia. L’inizio con un trenino dall’andamento mesto, una mano per tenere il bastone bianco e l’altra da poggiare sulle spalle di chi ci precede, presenta gli otto personaggi che daranno vita alla piéce. Camminano in platea, sotto il palcoscenico e quasi faticosamente salgono gli scalini che li porteranno sul palcoscenico. Qui immediatamente la trasformazione: più sono le situazioni allegre (o vissute con ironia) che non quelle drammatiche. Si palpa la serenità, la voglia di esistere, la capacità di pensare ad un futuro da vivere autonomamente. Alcuni monologhi raccontano le storie dei vari protagonisti, dei momenti vissuti in prima persona che hanno lasciato un segno spesso indelebile. Sono scritti davvero bene da Gianfranco Berardi  e da Gabriella Casolari che condividono anche la regia e l’interpretazione: si sono incontrati nel 2001 lavorando nella produzione Viaggio di Pulcinella alla ricerca di Giuseppe Verdi di e con Marco Manchisi, da quel momento hanno iniziato un percorso che ha avuto il suo logico coronamento nella Compagnia Berardi Casolari. Siamo nel maggio 2008 e da quel momento si sono impegnati ancora di più nel creare opere originali, pensate scritte e vissute da loro nell’ambito di una produzione che può essere correttamente inserita nel microcosmo del teatro contemporaneo affondando le sue radici in quella branchia conosciuta come nuova drammaturgia. 

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Teatro dell’Elfo, Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse e Sardegna Teatro in collaborazione con Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti di Milano e di Cagliari con il patrocinio di Istituto David Chiossone Onlus e Unione Ciechi e Ipovedenti Genova

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Una mano mozzata a Spokane

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Nella penombra una camera da letto di un hotel non certo lussuoso: si intravvede un uomo che reagisce in maniera violenta al rumore proveniente da un mobiletto: lo apre e spara alla persona che era lì dentro rannicchiata. Si ha la sensazione che possa essere morta, ma così non è. Questo è l’inizio di Una mano mozzata a Spokane nella traduzione e adattamento del regista genovese Carlo Sciaccaluga. Primo testo scritto dal drammaturgo britannico Martin McDonagh ad essere ambiento negli Stati Uniti, al suo debutto a Broadway nel 2010 ha ottenuto buon successo di pubblico e contrastanti giudizi della critica. Commedia noir in cui spesso il timbro preferito è quello dell’esagerazione, si ride e si attende con un certo piacere quale sarà lo sviluppo della vicenda, quali le piccole e grandi trovate per trasformare una vicenda descrivibile in poche righe in una commedia da 80 minuti. Ruota tutto attorno ad un sicario di mezza età che ha segregato nella sua camera una coppia di fidanzati colpevoli di avere tentato di vendergli una mano rubata in un museo spacciandola come quella che lui sta cercando da quando era stata troncata di netto 27 anni prima a causa di montanari che lo avevano tenuto fermo mentre un treno merci gli tranciava di netto l’arto. Premesse rese ancora più grottesche dalla presenza di un addetto alla reception ex galeotto con problemi caratteriali e dalla madre dell’assassino che non risponde al telefono preoccupando l’affezionato figlio; quando ritelefona chiede della salute del suo ‘bambino’, apprensiva come tante mamme, nonostante sia caduta da un albero fratturandosi i piedi. La bravura dell’autore sta soprattutto nella creazione di gag irresistibili, alcune delle quali particolarmente macabre perché legate ad una pletora di mani mozzate. Si ride con un testo politicamente scorretto in cui l’ilarità viene alimentata da situazioni formalmente drammatiche, in cui i fidanzatini sono ammanettati sempre ad un calorifero, in cui il killer minaccia di fare esplodere tutto (ha anche una tanica piena di benzina). Ma c’è sempre una certa malinconia, tutti i personaggi sono degli emarginati, persone che probabilmente vorrebbero avere una chance per cambiare la propria esistenza.

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ariaTeatro

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Il nipote di Wittengstein

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Per Umberto Orsini Il nipote di Wittengstein è un testo con cui raffrontarsi, rileggendolo in vari momenti della sua ormai lunghissima militanza sul palcoscenico. Il rapporto artistico col libro scritto da Thomas Bernhard è iniziato nel febbraio con la prima trasposizione del 1992 al Piccolo Eliseo – della struttura teatrale romana è stato anche direttore artistico dal 1980 al 1998 dimostrando bravura e capacità innovative – proseguendo nel 2001 con l’edizione prodotta da Emilia Romagna Teatro Fondazione che gli valse anche il Premio Ubu 2001 come miglior attore. E’ stato presentato anche al Teatro Franco Parenti di Milano nel 2002, e al Teatro Biondi di Palermo nel 2004. Nel 2007, senza sentire il passare del tempo e confermandosi nel suo percorso teatrale opera fondamentale, lo ripropone per festeggiare i 50 anni di carriera. In questa stagione lo riprende prodotto dalla sua Compagnia che Orsini ha intensamente voluto per cercare di donare vitalità di un’arte espressiva di cui in troppi decretano una crisi irreversibile. Per capire lo spirito con cui l’attore ottantacinquenne affronta il testo, può essere interessante citare le sue parole. Non cerco di interpretare un personaggio, non "faccio Bernhard", qui ho deciso di "essere Bernhard" e quindi più che fare un personaggio sono me stesso che parla con le parole di un autore grandissimo, che finirà comunque per prevaricarmi e quindi rappresentarsi. Il rapporto che si crea magicamente tra Orsini ed il pubblico è unico, dopo pochi minuti si è davanti a Bernhard, ci si dimentica che sia un attore ad interpretarlo. Il monologo, calibrato nei toni con assoluta bravura, passa da momenti di estrema dolcezza ad altri di durezza assoluta in cui sa essere odioso con quel suo modo di gettare invettive contro tutto e tutti. E’ una grande prova d’attore, la dimostrazione che ogni volta riesce ad emozionare ed emozionarsi, una prova anche fisica notevole: sul palcoscenico è da solo o, meglio, ogni tanto appare Elisabetta Piccolomini, interprete in precedenti edizioni dello stesso personaggio, timorosa domestica che deve sopportare lo scontroso ‘padrone’ – sì, padrone è il termine giusto – che la tratta male, con cui ha un continuo scontro, ma sempre rispettando il suo ruolo di sottoposta; gli unici momenti di ribellione sono nella gestione della finestra, che lei continua (ad aprire) a chiudere nonostante il volere di Bernhard. La donna pulisce per terra, scopa, lo aiuta nei frequenti cambi di costume ma non esiste, non ha una sua possibilità di essere considerata come essere umano, è un’ancella a cui è richiesto solo di lavorare. Un terzo personaggio è una donna che mai si vede e a cui ogni momento del monologo è rivolto. 

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Compagnia Umberto Orsini

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Gli uomini d'oro

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Quattro sceneggiatori per scrivere per il cinema una vicenda realmente accaduta oltre 20 anni orsono. Ma subito risulta essere troppo lungo, con pochi personaggi e spesso solo abbozzati che sono realmente poco utili alla narrazione: poliziotti, archivisti, una moglie gelosa e altre figure che attraversano lo schermo senza lasciare una seppure minima traccia. Non è la prima volta che il nostro cinema si occupa di questo fatto di cronaca, e con Qui non è il paradiso (2000) Gianluca Maria Tavarelli aveva costruito un thriller perfettibile ma che aveva tutte le caratteristiche di un buon prodotto di intrattenimento. Attori non particolarmente noti tranne Antonio Catania e il cantante Adriano Pappalardo – tra gli altri ricordiamo Fabrizio Gifuni, Erika Bernardi, Valerio Binasco, Ugo Conti, Riccardo Zinna – il film era stato valutato dalla critica più che bene. Imbarazzante quanto realizzato, invece, da Vincenzo Alfieri, qui al suo secondo lungometraggio dopo il promettente I peggiori (2017) che lo vedeva anche tra gli interpreti al fianco di Lino Guanciale, che appare come prodotto dal taglio televisivo interpretato senza grinta e bravura da un buon cast che comprende Fabio De Luigi, Edoardo Leo, Giampaolo Morelli, Giuseppe Ragone e Gianmarco Tognazzi. Il personaggio meno credibile è il collega del “rapinatore per un giorno” a cui la sceneggiatura ha fornito caratteristiche che da subito lo identificano per un personaggio misterioso e, quindi, dalla probabile doppia vita. Ma anche l’autista del furgone portavalori ha caratteristiche che fanno immediatamente capire le sue intenzioni. L’idea che hanno i realizzatori sul crime story sono poco interessanti e i 110 minuti della sua durata spesso annoiano. Ispirato a un fatto di cronaca accaduto a Torino nel 1996, narra di Luigi, impiegato postale con la passione per il lusso e le belle donne, che ha sempre sognato la baby pensione e una vita da nullafacente di lusso in Costa Rica. Quando a causa del cambio di legge si rende conto di dovere lavorare ancora per 15 e più anni, è disposto a tutto, anche a rapinare il furgone portavalori che guida tutti i giorni e a rinunciare alla seducente ragazza incontrata in una notte sfrenata come tante. 

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Attraverso i miei Occhi

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I film in cui sono presenti animali spesso limitano in maniera completa le performance degli attori a cui è chiesto unicamente di portare avanti una storia che serve per giustificare la presenza in questo caso di un cane. Il simpatico e dolce Golden Retriver (in realtà, sono una decina di esemplari utilizzati) conquista subito il tenero cuore degli spettatori ed il doppiaggio – in originale Kevin Costner, nell’edizione italiana Gigi Proietti – è perfetto per completare la magia. Il problema è che lo sceneggiatore Mark Bomback – tra i suoi lavori Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes, 2014) e il successivo The War - Il pianeta delle scimmie (War for the Planet of the Apes, 2017) – sembra capire bene la psicologia dell’interprete a quattro zampe ma non riesce a scrivere cose accettabili per i bipedi. Risultato finale una storia noiosa e strappalacrime in cui funziona unicamente la voce fuori campo del fedele Enzo, sempre presente nei momenti più importanti della vita del suo padrone. Assurdo pensare che il Best Seller di Garth Stein – scrittore, documentarista, insegnante e corridore automobilistico dilettante - sia stato tanto appiattito nella parte riguardante gli uomini, rendendoli tappezzeria con visibilità emotiva ridotta quasi a zero. Anche il romanzo raccontava la vicenda dal punto di vista del cane, ma non per questo toglieva visibilità agli altri personaggi. Oltre alla metafora della vita come se fosse un circuito automobilistico, c’è  il tema della reincarnazione e non è chiaro per quale motivo un cane coccolato e felice voglia diventare uomo visto quello che a loro succede nella storia. Fazzoletti a portata di mano ma anche un orologio, per vedere quanto possano essere lunghi e noiosi 109 minuti di un film malriuscito.

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Motherless Brooklyn - I segreti di una città

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Edward Norton ha diretto, scritto, prodotto ed è interprete principale di Motherless Brooklyn – I Segreti di una città. L’avventura per la trasposizione di questa storia per il grande schermo è iniziata nel 1999, quando Norton ha letto il romanzo di Jonathan Lethem col suo personaggio principale dotato di particolari caratteristiche diverse da tutti gli ‘eroi’ del filone criminal story. Ambientato non negli anni ’90 ma negli anni ’50 per conferire un’atmosfera particolare al dramma, sviluppandolo in un’epoca di grandi cambiamenti a New York ma dove esisteva ancora una malavita dal volto quasi umano, sulla carta funzionava. Inizialmente Norton era incerto se dirigere o no la pellicola; il progetto aveva preso finalmente l’avvio nel febbraio 2014. Le riprese erano iniziate nel febbraio 2018 a New York e terminate a dicembre 2018 con delle riprese aggiuntive: questo ritardo era dovuto anche ad un blocco nel marzo 2018 a causa di un incendio scoppiato nella cantina dell'edificio dove si stavano svolgendo le riprese ed in cui morì anche un pompiere. Nelle visioni di rodaggio il film non aveva entusiasmato e l’onnipresente Norton aveva messo più volte mano sul girato investendo ulteriore denaro. Questa sfortunata produzione è un noir che consegna alla letteratura ed ora al cinema un personaggio esploratore dei bassifondi di New York che con la stessa caotica determinazione affronta il labirinto della propria mente. 

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Deep - Un'avventura in fondo al mare

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Fino agli anni ‘80 le animazioni uscite in 12 mesi erano da contarsi sulle dita di una mano: ora sono veramente tante, forse troppe, con alcune settimane in cui ne escono varie. E’ giusto pensare al pubblico familiare, è bello trovare un prodotto che possa essere visto senza la paura di scene inadatte ai più piccoli. Ma questo proliferare di proposte difficilmente è coniugato con novità, situazioni che possano stupire o, quantomeno, con qualche novità. L’elevato costo di questo tipo di produzioni limita il coraggio dei produttori che impegnano il proprio denaro. Non fa eccezione lo spagnolo Deep - Un'avventura in fondo al mare – che ha coinvolto nell’investimento anche Svizzera, Belgio, USA, Cina e Gran Bretagna – in cui l’ovvio è la moneta corrente. Proposto nel 2017 in Estonia e Viet Nam, il film ha avuto una vita non esattamente esaltante, tanto da giungere in Italia con oltre due anni di ritardo e con edizioni in DVD già presente in mercati importanti come quello francese (in Norvegia e Svezia è stato proposto a febbraio solo con questo sistema di distribuzione). Il regista, nonché sceneggiatore e produttore, è quello che ha creduto nel film tanto da cercare personalmente partner finanziari e creativi. E’ autore anomalo per l’animazione, una parte del cinema solitamente seguita da specialisti che vivono spesso i vari passaggi delle lavorazioni per poi essere promossi a responsabili in primis. Julio Soto Gurpide ha un curriculum interessante: suo, ad esempio il documentario My Beautiful Dacia (2009) dedicato alla Romania e il dramma bellico Palestine (2017). L'ispirazione per Deep è stata la passione per le immersioni. Colpito dal degrado dei fondali, ha deciso che una fiaba animata classica sarebbe stata più adatta che un documentario a diffondere il messaggio di allarme. La produzione spagnola è stata realizzata anche grazie ai soldi delle prevendite del film in Cina e Giappone, perché reperire il budget intero in anticipo si è rivelato subito impossibile. Nonostante queste difficoltà, sta realizzando due ulteriori lungometraggi animati, Evolution (su personaggi coperti interamente di peli) e Inspector Sun, un noir anni Venti ambientato nel mondo degli insetti. 

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Zombieland - Doppio Colpo

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Ruben Fleisher è regista da pochi film ma sempre interessanti; è conosciuto soprattutto per l’opera del suo debutto, Benvenuti a Zombieland (Zombieland, 2009) dove aveva trattato il tema dei morti viventi all’interno di una narrazione molto interessante, in cui ci si occupava di queste entità con una certa umanità. Il successo di pubblico e critica fece pensare agli sceneggiatori Rhett Reese e Paul Wernick ad un possibile seguito dove potere approfondire e chiarire quanto non detto in maniera compiuta. L’idea era di trasformare questa loro idea vincente in un franchise con vari nuovi titoli. Negli anni successivi si parlò spesso di questo progetto ma solo nel febbraio 2016 venne annunciato che i due avrebbero curato la sceneggiatura del seguito che nel marzo 2017 era stata completata, e nel  2018 Sony Pictures ufficializzò che era iniziata la pre produzione. L’attesa era soprattutto dovuta al desiderio di avere la presenza dei protagonisti del precedente. 

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Sono solo fantasmi

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Christian De Sica non è nuovo al richiamo della regia, al desiderio di potere essere anche autore, oltreché interprete, di un film. Dalla sua opera prima – Faccione (1991) con la simpatica Nadia Rinaldi, giustificato nelle ingenuità per la scarsa esperienza dietro la macchina da presa a quest’ultimo (diretto assieme al figlio Brando non accreditato nei titoli) ad oggi ha diretto 9 film, diversi per storie raccontate ma accomunati da un giudizio negativo legato alla sua incapacità di raccontare una storia. In questa occasione si è fatto affiancare dagli amici Carlo Buccirosso e Gianmarco Tognazzi, ma il risultato non è purtroppo migliorato. Cerca di realizzare un thriller intriso nella commedia e nel grottesco, forse con qualche apertura al cinema della paura, ma i risultati sono sempre deludenti. Capiamo perfettamente il suo desiderio di cimentarsi come Autore, ma deve capire che è meglio essere apprezzato come attore brillante (bravo anche in alcuni personaggi drammatici), ottimo cantante e ballerino piuttosto che insistere in un ruolo, il regista, di cui non ha ancora completamente capito il mestiere. Ambientato a Napoli ed in Campania, non riesce mai ad essere interessante per la sua frammentarietà e l’incapacità di scegliere un modo narrativo preponderante: oltretutto, horror e thriller richiedono un taglio narrativo che lui non sembra possedere. Altro problema, De Sica attore fa troppo il verso a se stesso, ai suoi personaggi comici per donare quel minimo di drammaticità necessario per la vicenda del film. 

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Le Mans '66 - La grande sfida

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Lo scontro tra filosofie differenti, due modi di interpretare il mondo delle auto ma un unico desiderio di predominio, ha visto nel costruttore italiano e in quello statunitense due fieri antagonisti. Nel film diretto con bravura da James Mangold e scritto in maniera coinvolgente da Jez Butterworth, John-Henry Butterworth e Jason Keller, si racconta dell’epica battaglia tra Ford e Ferrari per vincere le 24 Ore di Le Mans. Nel 1963 la Ford aveva contattato Enzo Ferrari per un possibile acquisto, tutto si interruppe quando Ferrari scoprì che nel pacchetto c’era anche la Scuderia. 

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Midway

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Midway è la cronaca romanzata della Battaglia delle isole Midway combattuta nel Pacifico da giapponesi e americani tra il 4 e il 6 giugno 1942, punto di svolta cruciale della Seconda Guerra Mondiale. Il film racconta le eroiche imprese dei soldati e degli aviatori che, con i loro incredibili sacrifici, riuscirono a cambiare le sorti della guerra. Affidata all’esperto Roland Emmerich – tra i suoi titoli più noti Independence Day (1996), The Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo (The Day After Tomorrow, 2004), Godzilla (1998) - questa produzione da 100 milioni di dollari punta molto sulle scene d’azione e davvero poco sulla psicologia dei personaggi senza mai pensare alla creazione di una storia affascinante e coinvolgente. 

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Frozen II - Il Segreto di Arendelle

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Dopo sei anni da quello che si è rivelato essere il più grande successo dell’animazione di sempre (oltre 1,2 miliardi di dollari incassati nel mondo), il sequel di Frozen appare come costruzione narrativa superiore all’originale che aveva vinto due Oscar. Molto ben curato nella parte visiva con ambientazioni autunnali ispirate sia ai fiordi norvegesi che a distese e foreste finlandesi e islandesi, ha riconfermato alla regia Jennifer Lee (vera creatrice di questo mondo da fiaba) e Chris Buck (coinvolto nel soggetto): la loro bravura è stata nel riuscire a fornire una storia in grado di riprendere i personaggi originari facendoli crescere e maturare come i piccoli spettatori che avevano decretato il loro successo. Elsa & Anna proseguono a dialogare con le ragazzine che avevano sognato col film originale tenendo presente che le under six ora hanno 11 anni; ritrovano le loro principesse – sorelle - eroine questa volta impegnate in un’avventura ben più complessa e impegnativa, ma senza dimenticare una love story. 

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Rosencrantz e Guildenstern sono morti

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Rosencrantz e Guildenstern sono morti

Rosencrantz e Guildenstern sono i nomi che William Shakespeare attribuisce ai due compagni di studi di Amleto a cui il re di Danimarca affida il principe triste affinché lo consegni al Re d’Inghilterra che lo metta a morte. 

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TEATRO NAZIONALE DI GENOVA

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Misery

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Misery

Un famoso scrittore, noto per aver realizzato una serie ambientata nell’Ottocento e imperniata sua una donna che si chiama Misery, ha un incidente d’auto mentre si trova in vacanza. È salvato da una sua fan che lo estrarre dall’auto precipitata in un dirupo e lo porta a casa sua. 

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Fondazione Teatro Due, Teatro nazionale di Genova, Teatro stabile di Torino Teatro Nazionale.

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Doctor Sleep

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Doctor Sleep

Stephen King ha impiegato più di 30 anni per convincersi a scrivere il seguito di Shining che, nella trasposizione cinematografica fatta da Stanley Kubrick, è diventato il film forse più amato di tutti i tempi dagli appassionati dell’horror. Edito nel 1977 e presentato in veste cinematografica nel 1980, ha dato vita ad innumerevoli club nel mondo che studiano ogni particolare di questa cattedrale della paura. 

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La Famiglia Addams

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La Famiglia Addams

Per il primo film d’animazione tratto dai personaggi creati da Charles Addams, si è realizzato un prodotto dove la perfezione delle immagini rende davvero bello lo spettacolo. Affidato a due validi registi quali Greg Tiernan e il pluripremiato Conrad Vernon - ha diretto titoli quali  Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia (Sausage Party, 2016), Madagascar 3 - Ricercati in Europa (Madagascar 3: Europe's Most Wanted, 2012), Mostri contro alieni (Monsters vs. Aliens, 2009) ed il bellissimo Shrek 2 (2004) – ogni cosa appare quasi perfetta tranne, purtroppo, la sceneggiatura che non è in grado di reggere un film che, tolti i titoli, dura meno di 80 minuti. 

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Il giorno più bello del mondo

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Il giorno più bello del mondo

Alessandro Siani, 44 anni e una origine partenopea che evidenzia in tutte le sue interpretazioni, ha bonomia che lo rende simpatico al pubblico che ride o si commuove più per la sua capacità di essere l’amico del bar o il vicino di casa che per la qualità di quanto realizza. 

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Serata reloaded

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Serata reloaded

Definire Marco Cavallaro in poche parole è pressoché impossibile. Attore di teatro tradizionale, drammaturgo, cabarettista, autore di testi anche per colleghi, produttore, regista, scrittore di narrativa, sceneggiatore cinematografico per il Corto In amore (2006) di Andrea Menghini, doppiatore, interprete in televisione tra l’altro di 8 episodi del Ispettore Montalbano. 

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Cari mostri vol 2

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Cari mostri vol 2

Stefano Benni è un autore leggero (ma fino a che punto?) che ha saputo cavalcare con bravura e grande originalità la scena culturale italiana ed internazionale. Dalla prima raccolta di racconti (Bar Sport – Mondadori Editore – 1976) ad oggi la sua vena non si è mai offuscata divenendo punto di riferimento per gli appassionati del grottesco, dell’horror che non disdegnano la satira sociale. 

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Compagnia del Teatro Stradanuova di Genova

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Joker

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Joker

Joker diretto da Todd Phillips, basato sull’omonimo personaggio dei fumetti DC Comics, recentemente premiato come miglior film alla mostra d’arte cinematografica di Venezia, è il ritratto dolente e tragico di un emarginato con problemi psichici, schermito e ghettizzato più volte, sopraffatto da un malessere di vivere acuito dalla difficoltà di trovare il giusto ruolo sociale. Tood Phillips usa il cattivo per antonomasia, acerrimo nemico di Batman, distaccandosene però dalla versione di Tin Burton del 1989, per rappresentare in modo emblematico la malvagità e le ingiustizie del mondo, bene riassunte in una Gotham City (New York), cupa, lurida ed esposta ad ogni tipo di violenza.

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