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Eretici e corsari

Cast, Crew, Infos - Teatro

Titolo originale
Eretici e corsari
Autore
Giorgio Gallione dall’opera di Giorgio Gaber, Sandro Luporini e Pier Paolo Pasolini
Interpreti
Claudio Gioè, Neri Marcorè e il GNU QUARTET (Francesca Rapetti – fauto, Stefano Cabrera – violoncello, Raffaele Rebaudengo – viola, Roberto Izzo, violino)
Compagnia
produzione Teatro dell'Archivolto in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber

Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975) e la coppia Giorgio Gaber (1939 – 2003) – Sandro Luporini (1930) segnarono non poco la cultura e lo spettacolo degli anni settanta. Lo fecero indicando la via di un’opposizione disarmata ma radicale all’Italia consumista, solo parzialmente moderna, politicamente viziosa che si stava costruendo e che troverà sbocco e maligna fioritura nel craxismo del decennio successivo. Partendo da questa costatazione Giorgio Gallione ha sviluppato l’idea centrale di Eretici e corsari sommando le suggestioni di un famoso libro dello scrittore e regista (Scritti corsari, 1975) alle venature trasgressive tipiche del lavoro dell’inventore del teatro canzone.

Su un palcoscenico elegantemente spoglio, Neri Marcorè e Claudio Gioè, accompagnati dallo Gnu Quartet, declamano brani, cantano, citano pezzi della famosa intervista che Furio Colombo fece al P.P.P. il giorno prima del suo assassinio. E’ uno spettacolo coinvolgente e preciso in cui gli attori offrono un contributo essenziale, ivi comprese le doti canore di Neri Marcorè che bilanciano efficacemente una certa legnosità del compagno d’avventura. Tutto prefetto, dunque? Non proprio, perché questa volta il direttore artistico del Teatro dell’Archivolto concede un po’ troppo alla celebrazione e all’esaltazione, mettendo da parte le non trascurabili differenze che separano i tre intellettuali. Pier Paolo Pasolini, infatti, vide molte cose in modo quasi profetico, ma le immerse in una sorta di arcadia stracciona, come la definì acutamente Mino Argentieri su Rinascita, che idealizzava il passato contadino dimenticando il sangue e la merda (Beniamino Placido) di cui grondava. Allo stesso modo il cantautore milanese e il suo paroliere erano affascinati da un anarchismo un po’ troppo intellettuale (qualcuno direbbe radical chic) che li spingeva a una visione al nero incapace di scorgere le poche luci che pur continuavano a brillare e che saranno quasi definitivamente spente dal brigatismo rosso che proprio fra il 1978 e il 1979 esprimerà il massimo d’azione. Come dire che fra le due visioni del mondo c’erano, oltre allo sguardo pessimistico sul presente, profondissime differenze politiche e morali. E’ una mancanza di precisione e approfondimento che non inficia il giudizio complessivo su uno spettacolo di grande livello.

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