Il cinema degli altri: la Francia - Pagina 8

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Il cinema degli altri: la Francia
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paulette-posterPaulette (2013) di Jérôme Enrico è un film che fa tesoro, lo dice lo stesso regista, della lezione della commedia italiana degli anni sessanta e settanta (Ettore Scola, Dino Risi, Mario Monicelli), ma lo fa recuperando più i meccanismi narrativi e solo parzialmente i temi sociali. Paulette è una povera vedova che sopravvive malamente in un quartare periferico di Parigi infestato di spacciatori e piccoli delinquenti. Deve campare con una pensione di soli seicento euro al mese, non riesce a saldare le bollette e deve far fronte a qualche debito. Casualmente scopre che si può guadagnare molto spacciando hascisc e marihuana impastati in deliziosi dolci. Tutto va bene sino al momento in cui un boss della malavita russa scopre l’andazzo e pretende che la vecchietta e le sue amiche vendano torte e merendine infarcite di droghe pesanti ai ragazzini delle scuole elementari. La donna si rifiuta e la situazione precipita sino all’arrivo di suo genero, un poliziotto di colore, alla testa di una nutrita squadra di agenti. Lieto fine con il trasferimento ad Amsterdam della vegliarda e delle altre anziane che assumono la gestione di una pasticceria che vende dolci all’hascisc. Le cose migliori del film sono nella prima parte con la descrizione del carattere razzista e rancoroso della protagonista e nel tratteggio di un universo miserabile segno della decadenza in cui la crisi economica ha spinto buona parte della piccola borghesia. Un panorama segnato da immobili sporchi, degradati, fatiscenti. Poi, quando il film imbocca in modo più netto la strada della farsa, molte sfumature si perdono per strada. Ciò che rimane, in ultima analisi, è un tentativo generoso e solo parzialmente riuscito di coniugare risate e riflessioni sociali, comicità e satira civile. Da notare la straordinaria interpretazione delle quattro protagoniste guidate da una Bernadette Lafont al limite della perfezione.

Gli ospiti

pollo-alle-prugne-posterIl cinema francese ha sempre concesso spazio a cineasti che vi hanno trovato rifugio sfuggendo alle difficili condizioni dei loro paesi. Questo è stato particolarmente vero per i creatori maghrebini ma ha funzionato anche per altri. Un caso particolare è quello dell’iraniana Marjane Saprapi che, con Vincent Paronnaud, ha diretto Pollo alle prugne (Polet aux Prunes, 2011), un bel pastiche stilistico che sorregge un film nato dal racconto a fumetti. Questi due cineasti avevano già fornito ottima prova con Persepolis (2007). Marjane Satrapi, in particolare, ha una biografia molto interessante. Nata in Iran nel 1969 è espatriata prima in Austria, poi a Parigi dove vive. La sua è una delle voci più ostili nei confronti del regime clericale che regge il suo paese, regime del quale le sue storie hanno dato un’immagine particolarmente fosca. Questo nuovo testo è ambientato a Teheran nel 1958, quando è ancora vivo il ricordo del tentativo, fallito, di Mohammad Mosadeq (1882 – 1967) di restituire allo stato il controllo delle risorse petrolifere, sino a quel momento appaltate a grandi società britanniche. Il film racconta una storia d’amore che è anche la metafora del difficile rapporto fra arte e situazioni politiche. Nasser (nome non scelto a caso) Ali Khan è un famoso violinista che ha tenuto concerti in tutto il mondo. La sua vita è segnata dal dolore per il rifiuto del padre dell’amata di dargliela in moglie, preferendo maritarla con un militare anche a costo di renderla infelice. Ora il musicista è sposato con una donna che non ama e che, in un eccesso di rabbia, gli distrugge l’amato strumento. L’artista, privato del violino, non riesce a trovarne un altro degno della sua arte e decide di lasciarsi morire. La cosa avviene dopo otto giorni in cui rivediamo i più importanti momenti della sua vita, assistiamo al racconto di storie fantastiche, partecipiamo ai momenti più espressivi del suo rapporto con la madre. I registi mescolano i più svariati strumenti espressivi, dal disegno animato, alla computer grafic, dal surreale all’iperrealistico. E’ un’opera complessa che nasconde, sotto un’apparente patina di semplicità, un discorso articolato, commuovente, politicamente maturo.
le-pass-posterAtro cineasta iraniano in quasi esilio parigino è Asghar Farhadi. Il suo Le passé (Il passato, 2013) allude a ciò che hanno alle spalle Marie (Bérènice Bejo) e Samir (Tahar Rahim) che quattro anni prima si sono separati. Quando si erano sposati lei aveva già due figlie nate da una precedente unione, ora si ritrovano per le formalità della pratica di divorzio. Lui arriva da Teheran dove è ritornato, lei è incinta e sta per sposarsi con un giovane d’origine magrebina che ha già un figlio e una moglie in coma dopo un tentativo di suicidio. Le cose non vanno affatto bene e i tre protagonisti passano da una lite ad un’altra, anche a causa delle inquietudini dei piccoli: il ragazzino non vuole accettare la nuova compagna del padre e la ragazza è turbata dal senso di colpa che le viene dal credere di essere stata la causa del tentativo di suicidio della moglie del nuovo compagno della madre. Tuttavia le cose non sono come sembrano e solo negli ultimi minuti si scoprirà come (forse) le cose sono andate veramente. Il film ha un taglio decisamente teatrale: pochi luoghi come scenografia, abbondanza di dialoghi, atmosfere rarefatte illuminate da improvvisi colpi di scena. Ciò che preme al regista è l’esame delle psicologie dei vari personaggi sino ad illuminare quell’inferno, mascherato da apparente paradiso, che si cela spesso dietro i rapporti di coppia. E’ un approccio che traspariva già in film come A proposito di Elly (Darbareye Elly, 2009) e Una separazione (Jodaeiye Nader az Simin, 2011) in cui da storie personali emergeva un ritratto della società iraniana che non sarebbe stato possibile proporre in modo diretto causa la censura dei chierici islamici. Questa volta il legame con il mondo esterno appare molto più sfumato e il quadro della condizione degli stranieri alle prese con una società multietnica è diluito al punto di scomparire. Ciò che resta è un bel melodramma, forse eccessivamente verboso, ma retto da interpretazioni accurate e molto professionali.