Cinema georgiano dopo il 1989 - Cinema georgiano dopo il 1989

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Indice
Cinema georgiano dopo il 1989
Il Caucaso e il cinema georgiano
Il "caso" Ioseliani
Cinema georgiano dopo il 1989
Pagina 5
Dal 1966 in poi
Con lo sguardo agli altri
I film di cui parliamo
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Tutte le pagine
Cinema georgiano dopo il 1989
Ritorniamo al cinema georgiano dal 1989 in poi. Si è già detto dello scarso numero dei film prodotti. Nell'impossibilità di una verifica sul campo, ci siamo affidati ai programmi di alcuni grandi festival cinematografici: Berlino, Istanbul, Cannes, Karlovy Vary, Venezia, Torino, Salonicco. Scorrendo i cataloghi delle ultime dieci edizioni di queste manifestazioni, abbiamo individuato dodici titoli di produzione georgiana, cinque opere firmate da Otar Ioseliani sotto varie bandiere e sette film di nazionalità diversa i cui soggetti hanno a che fare con i drammi di questa regione. Approfondiamo l'esame iniziando da uno sguardo al quadro complessivo. Diciamo subito che si tratta di una situazione fortemente influenzata dalla condizione del paese. Dopo la proclamazione dell'indipendenza e un breve periodo di vita relativamente democratica, s'impone la dittatura di Ziavid Gamsachurdija, che rimane al potere dal novembre 1990 al dicembre 1992. Una dittatura dalle caratteristiche singolari, visto che, all'inizio questo presidente è stato eletto a suffragio universale dai georgiani. Nel frattempo c'è stata la guerra, persa dall'esercito georgiano, contro i separatisti abhasi, conflitto che termina nel novembre 1993 con la nascita di un nuovo stato autonomo, l'Abhasia, che priva il paese del 12,5 per cento del suo territorio. La sconfitta rende debolissime le strutture statali, getta il paese in una crisi economica gravissima e innesca una vera e propria guerra civile fra le milizie di Ziavid Gamsachurdija, che nel frattempo è stato privato del potere, e le forze regolari. Gli scontri hanno fine con la morte misteriosa del dittatore che, secondo alcuni, si uccide, mentre, secondo altri, è giustiziato dai governativi. In tutta questa vicenda il governo russo adotta un comportamento ambiguo, da un lato, desideroso di indebolire uno stato concorrente nell'area, ma, nello stesso tempo, preoccupato della nascita di una nuova nazione. La guerra di secessione abhasa contribuisce a sconvolgere ulteriormente l'area. La Georgia è messa in grave crisi dall'arrivo di oltre 200 mila profughi provenienti dalle regioni che formano il nuovo stato. Quest'ultimo nasce sulla base d'equilibri etnici complessi e precari: ha 525 mila abitanti, ma ben 240 mila sono di origine georgiana e solo 90 mila di etnia abhasa. La debolezza della Repubblica Georgiana induce Eduard Shevardnadze, ex ministro degli esteri di Gorbacëv e nuovo uomo forte del paese, ad accettare il pressante invito ad entrare, il 22 ottobre 1993, nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), egemonizzata da Mosca. Una decisione adottata dal parlamento - con 125 sì, 69 no e quattro astensioni - dopo un duro confronto fra maggioranza e opposizione. Questo per la cronaca, per quanto riguarda il cinema, il quadro rientra, almeno sino al 1992, in quella che potremmo definire la "situazione URSS", con un numero di film abbastanza indicativo: due nel 1989, tre nel 1991, cinque nel 1992. Dal 1993 in poi la produzione subisce un duro colpo sia a causa delle gravi difficoltà economiche, sia come conseguenza delle distruzioni innescate dalla guerra civile. Sono della prima fase alcuni titoli, anche importanti, la cui struttura risponde ad alcuni canoni del tipico cinema sovietico. Così è, ad esempio, per "Il giorno" (1989) di Lewan Glonti, un mediometraggio di sessantun minuti su un giovane che osserva, dalla finestra, la vita di tutti i giorni a Tibilisi. C'è in questo il segno delle possibilità che il vecchio sistema concedeva ai cineasti, senza preoccuparsi di un qualsiasi responso del pubblico, infatti, il soggetto e la durata del film lo pongono, quasi automaticamente, al di fuori di qualsiasi possibilità di sfruttamento commerciale. C'è anche il segno della lezione del cinema individualista e ironico del primo Ioseliani, con quel gusto esasperato e benevolo per la tranquillità delle sguardo, il piacere dell'osservazione della vita ordinaria, il rifiuto dell'attivismo e della retorica. "Il valzer sul fiume Pechora" (1992) di Lana Gogoberidse, invece, è più vicino al giovane cinema sovietico che, proprio in quei mesi, incontra un terreno politico che consente di guardare criticamente al passato. Il film racconta le storie parallele di una deportata negli anni dello stalinismo e di una tredicenne, finita in orfanotrofio dopo l'arresto dei genitori. La vicenda ha caratteristiche fortemente autobiografiche e la regista dovrà patire persecuzioni politiche anche in anni più recenti, sino ad essere costretta a vivere alla macchia braccata dalle milizie di Zviad Gamsachurdija. Lo stile dell'opera, generosa e politicamente impegnata, non si discosta da quello analogo di una generazione che intese la glasnost come occasione per poter finalmente gridare verità troppo a lungo nascoste. Capita spesso, in situazioni analoghe, che alla forza della protesta politica non si accompagni un'analoga rivoluzione stilistica. Ne deriva che i modi di raccontare e il vigore della denuncia continuarono a basarsi più su ciò che è "detto" che su quanto "visto". Interessante, in questo senso, "Danza notturna" (1991) di Aleko Zabadse. E' una storia basata su molti personaggi, uno dei quali mussulmano, che simboleggiano i vari modi di vivere la transizione dal socialismo nella Georgia moderna. L'ambiente è quello di una città industriale ove il disilluso Moshe - nome di chiara connotazione ebraica - lavora, come la sua romantica amica Shiba, in una grande acciaieria. La loro vita è una lotta continua contro la stupidità dei burocrati, la mancanza di scrupoli dei potenti, le continue ruberie. Queste ultime sono ben rappresentate da Maxim, un lestofante che imbroglia chiunque capiti a tiro. Tutt'intorno si muovono varie figure, dal mussulmano Telman al poliziotto Babilina, sino a due immigrati vietnamiti. Un quadro complesso e variopinto che ben sintetizza il mosaico di una società in turbolenta trasformazione. Il film è importante perché lascia trapelare i primi annunci degli scontri etnici che stanno per trasformarsi in guerra civile. Si tratta, in altre parole di un momento di passaggio dalla bonomia ironica del primo Ioseliani e le immagini atroci della guerra fratricida. Sullo stesso registro si muove Temur Bavluani, autore de "Il sole dei vigilanti" (1992).E' la storia del dottor Gela, un medico georgiano che lavora alla messa a punto di un suo medicinale capace di guarire il cancro. Tutti lo deridono e lo ostacolano, al punto che è licenziato dall'impiego presso il Pronto Soccorso dell'ospedale locale. La sua vita familiare non va meglio: suo figlio commette una rapina, è arrestato e, in prigione, subisce i maltrattamenti di un guardiano sadico.