52° SITGES Festival Internacional de Cinema Fantàstic de Catalunya

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52° SITGES Festival Internacional de Cinema Fantàstic de Catalunya
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posterIl più grande spettacolo di cinema fantastico del mondo ha riaperto le porte: dal 3 al 13 ottobre il 52 Festival Internacional de Cinema Fantàstic de Catalunya presenta 171 film con 355 proiezioni. Sono già stati venduti 46.567 biglietti e sono previsti circa 200.000 visitanti. 542 i giornalisti accreditati e ben 845 i professionisti dell’industria cinematografica.
Se si aggiunge che saranno presentati 37 libri di genere e che ci sono cinque sezioni di concorso: Secciò Oficial Fantàstic, Orbita, Noves Visions, Midnight X-Treme, Animat, non resta che accostarsi al tappeto rosso e completare questo universo fantastico che tra numerosissimi ospiti premierà anche i nostri Asia Argento e Pupi Avati.
 
Il regista statunitense Vincenzo Natali che esordì nel 1977 con Cube, premiato qui come miglior film di quell’anno, ha presentato l’opera d’apertura tratta da un racconto di Stephen King e di suo figlio Joe Hill, In the tall Grass (Nell’erba alta). Più che un racconto un incubo lungo 90 minuti nel quale si può morire più volte e ciononostante ritrovarsi vivi. Due fratelli, Cal e Becky, lei è incinta, sulla strada verso San Diego fermano la macchina. Lei non si sente bene, e vorrebbe tornare indietro, quando il lamento di un bambino, proveniente da un fogliame alto oltre due metri, attira la sua attenzione. Fanno l’errore d’inoltrarsi nella campagna, e rischiano di non uscirne più. Come il canto di una sirena il lamento di Toby li farà girare a vuoto nel verde dove incontreranno anche il padre del nascituro, ma soprattutto quello di Toby, sorta di fondamentalista religioso col quale ingaggiano violente lotte. L’energumeno è interpretato da Patrick Wilson, premiato in apertura di Festival con La macchina del tempo, e tra gli altri anche Harrison Gilbertson e Rachel Wilson, in una vicenda per aficionados che ripropone il tema del labirinto che fece il successo di Cube. Meno geometrico e sicuramente più tortuoso del percorso del precedente film, questa volta segue movimenti a volte concentrici e mai lineari, confinando i protagonisti in spazi circoscritti nei quali gli scontri rivelano la vera natura dei personaggi.
I cani non indossano pantaloniSicuramente più divertente, anche se il termine è del tutto inappropriato, il film d’apertura della sezione Noves Visions, Dogs don’t wear Pants (I cani non indossano pantaloni) del finlandese Jukka-Pekka Valkeapää, già presentato alla Quinzaine di Cannes. Un profondo senso di colpa ha colpito Juha per la morte della moglie, affogata nel lago durante una vacanza. Ha tentato inutilmente di salvarla e nel tempo ha condensato un desiderio di morte che lo porta a pratiche sadomasochistiche. Chirurgo in un ospedale, viene a sapere che una giovane esperta fisioterapista si esibisce di notte in un club dove uomini pagano per essere dominati e percossi. Interpretata da Krista Kosonen, Mona è rivestita di cuoio nero e assume un atteggiamento che incute paura. Juha (Pekka Strang), sarà costretto a muoversi a quattro zampe come un cane, verrà maltrattato e fustigato, ma soprattutto chiuderà le sedute con la simulazione di uno strangolamento che la donna esegue serrando la testa in una busta di plastica e pressandogli il collo. C’è il rischio del soffocamento che Mona evita sapientemente ma che Juha sembra volere: desidera morire senza suicidarsi. E in ogni seduta chiede che la simulazione abbia una maggiore durata, fino a quando dovrà essere rianimato e ricoverato in ospedale. Dopodiché lei non vuole più incontrarlo, ma il chirurgo è tenace e pronto ad affrontare qualsiasi dolore per riprendere una consuetudine con una donna che ha imparato a apprezzare. Il film dura 105 minuti, ma la sentita e calibrata interpretazione dei due protagonisti e l’inatteso senso di humour del regista non lasciano spazio alla considerazione del tempo che passa perché a suo modo il film è un thriller, un’originale introspezione dell’animo e una storia di amor fou.

4x4Oggi, giorno dell’omaggio a Pupi Avati, del quale viene presentato Il signor diavolo, ha in programma una ventina di lungometraggi. La sezione Órbita si apre col film argentino 4x4, esordio individuale di Mariano Cohn dopo la regia con Gastòn Duprat che qui collabora alla sceneggiatura. Peter Lanzani, nei panni di un ladro, forza la serratura di un’auto super lusso parcheggiata in un quartiere di Buenos Aires. Si introduce con molta facilità, arraffa alcuni oggetti di valore e tenta di uscire, ma tutte le porte sono bloccate. Non riesce neanche a sfondare i finestrini e decide di farlo con un colpo di pistola. Il cristallo resiste, la pallottola rimbalza e gli ferisce una gamba. Totalmente insonorizzata e con cristalli che non permettono di vedere l’interno, l’auto diventa una prigione. Lui vedrà gli abitanti del quartiere pestare a sangue un giovane che ha tentato di rubare una macchina; una ragazza specchiarsi al finestrino per rifarsi il trucco e una coppia appoggiarsi sul cofano per un fugace rapporto, ma nessuno intuisce la sua presenza e neanche il proprietario si fa vivo. Ridotto allo stremo, senza bere e senza mangiare, vive come una liberazione l’arrivo del padrone dell’auto, un chirurgo che gli prende la pistola e che vorrebbe giustiziarlo invece di consegnarlo alla polizia. Dura 92 minuti, si svolge quasi totalmente all’interno dell’auto, ma la tensione da thriller, alcune scene esterne e l’illustrazione di un incubo neutralizzano sensazioni claustrofobiche. “Film di meccanismi”, dichiara il regista, “molto tecnico, realizzato in quattro settimane, in uno studio che fungeva da quartiere di Buenos Aires. È basato sull’adattamento di fatti reali e abbiamo lavorato seguendo una scaletta molto studiata”. In Argentina il film ha fatto discutere perché si presenta come un racconto morale in tempi nei quali l’insicurezza urbana è all’ordine del giorno e adombra il tema della giustizia fai da te.
220px-Vivarium film theatrical posterSembra invece svolgersi all’interno di un dipinto di Magritte, il film della sezione ufficiale Vivarium, secondo dell’irlandese Lorcan Finnegan. Surreale, sicuramente, e tanto nero da morire seppure ambientato in un moderno agglomerato da fiaba. Una giovane coppia in un’agenzia immobiliare viene invitata dal gestore, personaggio eccentrico quasi meccanico, a visitare un nuovo nucleo urbano. Centinaia di nuovissime case unifamiliari disposte a schiera, con giardino e posto auto, sorprendono i giovani. Introdotti nella numero 9 sono affascinati, ricevono un omaggio e vengono lasciati soli per riflettere sull’eventuale acquisto. Poi decidono di andar via, ma l’intermediario è sparito. Salgono in macchina e macinano chilometri senza poter uscire dal nuovo quartiere che è totalmente deserto. Decidono di pernottare nella casa che avevano visitato, ma non sanno che da quel labirinto non usciranno più. Interpretazione libera, potremmo dire, lasciando a tutti la scelta del senso da attribuire al racconto, ma va detto che la narrazione fila senza intoppi, mistero e curiosità tengono alta la tensione, e il tutto si svolge in un contesto apparentemente felice e dorato. Il regista, ex studente di Belle Arti a Dublino, ha preso prestito da Magritte atmosfere sospese e cieli tersi con nuvolette simboliche, quasi imprigionando per 97 minuti i due protagonisti in un quadro del pittore belga dal quale non usciranno più.

ventajas de viajar en tren-104710529-mmedÈ il momento della Spagna con due film in concorso che segnano l’esordio del basco Aritz Moreno e di Oscar Martìn, che vanta vent’anni di produzioni e di corti. In grande spolvero Ventajas de viajar en tren (I vantaggi di viaggiare in treno) che Aritz Moreno ha tratto dal romanzo di Antonio Orejudo servendosi della sceneggiatura di Javier Gullòn che aveva già adattato il romanzo di José Saramago Enemy di Denis Villeneuve. Con uno stuolo di famosi attori iberici: Belén Cuesta, Ernesto Alterio, Luis Tosar per citarne alcuni, e col rischio di aver messo mano a un libro di culto sul quale ha lavorato cinque anni, il regista basco ha dato vita a una commedia nera di 103 minuti narrando storie che si dipanano come scatole cinesi. Helga Pato, editrice in crisi, viene abbordata in treno da uno psichiatra, Angel Santagustin, che le racconta storie di suoi pazienti, iniziando da un tipo ossessionato dalla montagna di rifiuti che non vengono raccolti. È uno che, lavorando nella raccolta dell’immondizia ha perso un braccio. Un altro, anche lui portatore di handicap, è stato derubato durante un viaggio in comitiva a Parigi e soccorso da una ragazza claudicante, alla quale rubano la stampella. La disavventura li unisce: sboccia una fugace relazione sessuale, ma non finisce bene. Al centro del film, resta tuttavia la vicenda del giovane edicolante che fa innamorare una giovane donna, l’accoglie in casa, le insegna l’amore per i cani e la domina fino a imporle di dormire nel canile e muoversi a quattro zampe. La rivolta della donna coincide con la scoperta che il giovane si nutre di escrementi e lei lo fa internare. Di sorpresa in sorpresa si viene a scoprire che il presunto psichiatra è soltanto un paziente e che l’editrice viaggia per raggiungere la clinica dove è stato internato il marito anche lui coprofago. Con sfumature di approcci romantici, momenti da thriller e accenni di grottesco, la commedia ha momenti colorati ma quello che prevale è il nero, beffardo e sovrano.
am06Javier Botet, che nel film di cui abbiamo appena parlato interpreta il portatore di handicap, è, insieme con David Pareja, il protagonista di Amigo di Oscar Martìn. Vittima di un incidente, è trasportato su una sedia a rotelle nella casa di campagna del suo miglior amico che lo lava, lo rifocilla, lo accompagna in bagno. Tuttavia, lui lo ritiene responsabile della morte della moglie, anche lei perita nell’incidente. Durante i primi giorni la convivenza è tranquilla, allietata da una fisioterapista che lo aiuta a riappropriarsi dei movimenti, ma la routine logora e affiora anche qualche vecchio rancore. Alla lunga non si sopportano più e la loro amicizia si trasforma in un gioco al massacro. Il film dura 83 minuti realizzati in un ambiente rurale inizio Novecento, con interni scuri dai colori appena accennati. I protagonisti, noti per alcuni film comici che hanno interpretato in coppia, sono i beniamini di molti spettatori spagnoli che hanno apprezzato il film. In realtà si tratta di un racconto pseudo realistico che a tratti sconfina nel gotico, ma privo di mistero, tensione, empatia.
Tutto questo fa rivalutare The Lighthouse (Il faro) di Robert Eggers, presentato fuori concorso, già visto al Festival ungherese di Miskolc. Il film dura 110 minuti ed è interpretato da due attori famosi, Robert Pattinson e Willem Dafoe, il giovane e l’anziano addetti al faro che, siamo negli ultimi anni dell’Ottocento, vengono inviati in un’isola remota della Nuova Inghilterra. Girato in bianco e nero, mostra gli scontri quotidiani tra il giovane sottoposto a duri e a volte rischiosi lavori, e l’anziano che tiene il diario e che decide sul da farsi. Confinati in un angolo oscuro del mondo nel periodo più freddo dell’anno, i due devono convivere e confrontarsi continuamente tra accese discussioni, sbornie e rispetto delle mansioni. C’è anche il tempo per i ricordi e per ballare ubriachi, ma l’inverno è lungo e l’asprezza del luogo li condiziona fino agli ultimi scontri senza quartiere. Al di là della bravura degli interpreti, la vicenda è circoscritta su una piccola isola rocciosa, sorvolata da uccelli affamati e continuamente battuta dai marosi. La differenza la fanno gli attori e qualche sagace spunto di dialogo, ma il racconto non è accattivante, anche se in rapporto al film spagnolo qui si tratta di cinema vero.

Domenica il  Festival ha offerto un fine settimana molto italiano. Dopo il Premio Nosferatu assegnato a Pupi Avati è stato presentato, nella Tenda FNAC e in presenza degli autori, il libro ufficiale di Sitges 2019: La década dorada de la exploitation italiana de ciencia-ficciòn (1977/1990) dell’editore Hermenaute. Nel pomeriggio il regista Roberto De Feo e l’equipe del film, hanno presentato in concorso nella sezione ufficiale The Nest, (Il nido). La star della domenica, tuttavia, è stata Asia Argento. Prima della presentazione dell’ultimo film di Gaspar Noé, Lux Aeterna, l’attrice e cineasta italiana ha ricevuto il Méliès Career Award nella cornice della Méliès d’Or Ceremony.
Frattanto nelle 7 sale del Festival le proiezioni continuavano ininterrottamente dalle 08.15 del mattino alle 03.00 di quello successivo. Nella sezione ufficiale gli Usa hanno presentato un film macabro e divertente, Ready or not (Pronta o no), dell’accoppiata Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett. Variazione sul tema del classico The most dangerous Game, (La pericolosa partita) di Irving Pichel & Ernest B. Schoedsack del 1932, il film propone la caccia all’uomo in un interno. Vasto e lussuoso, come si addice a un castello della antica nobiltà, e illustrato su carta patinata, è addobbato per le nozze del rampollo che si celebreranno il giorno dopo. Lei, però, è di umili origini, e la tradizione della casa vuole che la notte della vigilia partecipi a un gioco. La natura del gioco dipenderà dalla scelta di una carta. Il promesso sposo vorrebbe che lei non partecipasse, ma non si può. Quindi Grace pesca a cuor leggero una carta che le impone di nascondersi perché è la preda designata di una caccia che si sta per aprire e che durerà tutta la notte. Se si salva, si sposa ed eredita ricchezze: in caso contrario verrà sacrificata. E sarà vera caccia, perché se lei sopravvive, moriranno tutti. La timida ragazza (Samara Weaving) si rivelerà battagliera e intraprendente, ed eliminerà l’improbabile parentela armata di balestre, accette, fucili e pistole, inclusa la subdola promessa suocera (Andie MacDowell). Durante 95 minuti gli sceneggiatori Guy Busik e Ryan Murphy si divertono a escogitare gag e trabocchetti per accattivarsi il pubblico con un esilarante gioco al massacro.
E a sostenere che i ricchi sono cattivi, interviene anche un altro film, Paradise Hills (Colline del paradiso) della spagnola Alice Waddington. Anche qui il film si apre con una vigilia di nozze. Tuttavia c’è disaccordo tra la madre e la figlia Uma, che non vorrebbe sposare il giovane ricco impostole. Spedita per un mese su un’isola felice deve imparare ad accettare regole e costumi della buona società. Invece scopre nel sottosuolo un moderno laboratorio dove elaborano duplicati degli ospiti. Vengono creati sosia con tutte le loro caratteristiche ma programmati per obbedire. Alla vigilia dell’eliminazione, Uma scappa col suo sosia, che dovrà fingersi promessa sposa e far morire, accidentalmente, lo sposo, mentre lei comincerà una nuova vita altrove. Interpretato da Mila Jovovich nei panni della direttrice del centro di bellezza, e da Emma Roberts in quelli di Uma, il film dura 95 minuti, è sceneggiato da Nacho Vigalongo e Brian DeLeeuw, e si svolge in un’ atmosfera da fiaba, una favola moderna che ironizza sulla sempre più frequente attività di chirurgia estetica alla quale ricorrono oggi molte ragazze. Per la Waddington, classe 1990, che studiò fotografia e disegno di moda e lavorò poi per Harper’s Bazaar, è il primo lungometraggio.

Dopo l’invasione del fine settimana al Festival, con treni da Barcellona per fan decisi a vedere film giorno e notte, e un lunedì interlocutorio ma non troppo, di nuovo lunghe file per entrare in sala. C’è l’immagine popolare, e presto anche la persona alla quale verrà assegnata una Macchina del Tempo, di Maribel Verdù, famosa attrice. Gerardo Herrero, produttore e regista, l’ha voluta nel suo film presentato nella sezione Orbita, El asesino de lo Caprichos (L’assassino dei Caprichos), una detective story di 95 minuti, nei panni dell’ispettore Carmen Cobos. Girato nei quartieri alti di Madrid, si apre con l’omicidio di un benestante nel suo appartamento, in una posizione e con vestiti che raffigurano una delle ottanta incisioni di Francisco Goya, i famosi Caprichos. Quando viene scoperto il secondo delitto con l’iconografia di un’altra incisione del pittore, al commissariato si teme l’azione di un killer seriale. Si scopre inoltre che le vittime erano collezionisti che possedevano acqueforti di Goya e si decide di indagare nel mondo dei musei e dei galleristi. Sarà il commissario Cobos, donna istintiva, fumatrice e beona, a scoprire le tracce dell’assassino, anche se non vivrà abbastanza per partecipare alla sua cattura. Nell’epoca attuale, satura di quelli che una volta si chiamavano libri gialli e di serie Tivù poliziesche, non è facile proporre una detective story originale nel contenuto e nella forma, questo film Herrero non fa eccezione, ma vanta l’interpretazione aggressiva e grintosa di Maribel Verdù, donna decisa, indipendente e ribelle, e sottintende anche un omaggio al celebre pittore aragonese.
Al genere fantastico appartiene senza ombra di dubbio la produzione di Francia, Belgio e Lussemburgo, The Room (La stanza) del pittore e regista francese Christian Volckman, presentato nella sezione ufficiale. Due sposi (Olga Kurylenko, Kevin Janssens) comprano un’antica casa isolata nella campagna. Lui disegna, lei fa traduzioni. Hanno speso quasi tutto, ma il giovane dietro una spessa carta da parati scopre una porta di ferro che immette in una stanza disadorna. Sfinito nell’aver tentato di sistemare la vecchia magione, si lascia cadere sul pavimento ed esprime il desiderio di poter tracannare una bottiglia di whisky. E la bottiglia appare davanti a lui. Incredulo, ma incuriosito dal fatto che il suo desiderio possa essere stato esaudito, esprime un altro desiderio e scopre che in quella stanza può ottenere ciò che vuole, anche un milione di dollari. Si confida con la moglie e la loro felicità è alle stelle. Lei, che ha subito due aborti, nella stanza chiede un bambino e lo ottiene. Scopriranno poi che qualsiasi oggetto ricevuto nella stanza, appena oltrepassa la soglia di casa si tramuta in polvere. E il bambino che lei porta candidamente all’aria aperta, invecchia di quasi dieci anni in pochi minuti. Si vedono costretti a vivere all’interno e occuparsi del bambino, che durante una scappatella in giardino cresce ancora di una dozzina di anni diventando antagonista del padre nell’affetto della madre. Finirà come tante favole, con un violento ritorno alla realtà in un racconto di un centinaio di minuti che perde colpi nella seconda parte.
In una sorta di medioevo atemporale, con un attento studio di costumi e di dialoghi, è ambientato il bel film dell’attrice e regista australiana Mirrah Foulkes, Judy & Punch iterpretato da  Mia Wasikowska e Damon Herriman. I protagonisti sono maestri pupari in un villaggio dove misoginismo e intransigenze religiose possono trasformare i sospetti in condanne a morte. Istrione e alcolizzato, Punch è ammirato dai contadini e gode delle stime dei possidenti. Dispotico e prepotente, durante una sbornia provoca la morte della loro bambina e risponde con alcune sprangate alle lamentazioni della moglie, ritenuta morta la nasconde nel bosco e accusa i vecchi servitori. Lei sarà trovata e rimessa in sesto da una comunità di eretici che vive nascosta nella foresta. Inevitabile la vendetta di Judy ch si prefigge di salvare gli anziani innocenti e spiegare al popolo i guasti provocati dalle false credenze. Favola garbata, seppure con pochi momenti violenti e non priva di qualche spunto umoristico, dura 105 minuti e il suo primo Festival è stato quello di Sundance.

Scherzi della mente in due film statunitensi presentati al Festival. Fantascientifica la natura di quelli di Synchronic di Justin Benson e Aaron Moorhead nel quale si narra di due paramedici a New Orleans che si confrontano con strane morti. Cadaveri scoperti in posizioni inusuali e uccisi con armi desuete da mettere in relazione a bustine di una nuova droga trovate accanto alle salme, mettono in crisi i due operatori sanitari, un nero e un bianco. Quando Tara, la figlia di quest’ultimo scompare, e si viene a sapere che assumeva droghe, il primo vuole vederci chiaro. Sofferente di un tumore al cervello, non esita a ingoiare una pasticca per capire le conseguenze subite dalla ragazza. E si trova catapultato nel passato dal quale farà ritorno assumendo un’altra pasticca. Ora sa che Tara è stata ingoiata da tempi lontani e che per trovarla dovrà ripetere l’esperimento. Lo fa davanti a una telecamera, che possa testimoniare la sua sfida in caso di non ritorno, ma incappa in tempi di guerre e di rivoluzioni, fino a piombare nell’antica New Orleans dove imperversano agguerriti membri del Ku Klux Klan. Positivo il fatto, scoperto dai medici curanti, che il consumo di Synchronic gli stia curando il tumore: difficile, invece, il ritorno all’epoca attuale da una situazione di guerra dove ha ritrovato la ragazza. Quarta regia dell’accoppiata statunitense, il film dura cento minuti e si regge su un’ipotesi fantascientifica che ha il sapore di una barzelletta anche se la fisica moderna ci sta abituando a una nuova concezione del tempo e dello spazio. Interpretato da Anthony Mackie, Jamie Dornan, Katie Aselton va visto come un simpatico passatempo.
Dura un minuto di meno Fractured di Brad Anderson, il regista di L’uomo senza sonno e di Transsiberian. E qui gli scherzi della mente provengono da una caduta del protagonista, Sam Worthington già interprete di Avatar, il quale difende tenacemente la sua convinzione relativa a fatti accaduti. Il film si apre col protagonista, la moglie incinta e la bambina di sei anni in viaggio verso San Diego per incontrare i suoceri. Durante una sosta a una pompa di benzina, la bambina cade per alcuni metri provocando la crisi del padre che tenta di salvarla. La bimba si ferisce e i genitori la portano d’urgenza al primo centro ospedaliero. E qui il regista apre un siparietto sulle difficoltà che gli americani incontrano per accedere al servizio sanitario. Subito dopo la piccola viene ricoverata per un chek-up alla testa, l’accompagna la madre perché è ammesso soltanto un genitore. Il padre attende ore senza notizie e la sera, con i nervi a pezzi, chiede notizie della figlia. Nessuno è in grado di dargli una risposta: i turni dei medici e degli infermieri sono cambiati e sul registro non figura il nominativo della bambina. È l’inizio di un incubo. Fuori di sé, tenta di ripetere il percorso seguito dalla bimba, ma viene bloccato da paramedici e sedato con un’iniezione. Lasciato in una stanza dove si trovano prodotti energetici, s’inietta un paio di fiale, raggiunge l’uscita e racconta la vicenda a due agenti di polizia che diventano arbitri di una situazione ambigua. L’uomo sospetta che moglie e bambina possano essere state sequestrate e adoperate per il trapianto di organi e di tessuti, ma il primario della struttura chiama in causa una psichiatra che ritiene l’uomo danneggiato da una frattura alla testa provocata dalla caduta, e che agisce su di lui come un ribaltamento del senso di colpa in quanto potrebbe lui aver causato la morte di moglie e figlia. Impostato come un thriller, il film si segue col fiato sospeso. La scelta di lasciare il finale aperto è senza dubbio interessante perché aggiunge mistero alla suspense, ma più che un finale aperto sembra chiudersi nell’indecisione tra soluzioni sovrapposte che destano perplessità.

Infine il Brasile! Preceduto dall’eco del Premio della Giuria del Festival di Cannes, Bacurau di Kleber Mendonça Filho, il regista di Aquarius, e di Juliano Dornelles, è stato presentato in concorso al Festival. Dura 131 minuti, ma il ritmo incalzante e lo stile Far West escludono tempi morti. Ambientato a ovest del Pernambuco, in una sperduta zona collinosa, il villaggio di Bacurau è stato cancellato dalle mappe. Se ne accorgono gli abitanti che dopo la sepoltura della matriarca Carmelita di 94 anni, assistono a eventi inconsueti. Dapprima scoprono che la cisterna contenente acqua potabile presenta fori di proiettili che le fanno perdere acqua. Poi il villaggio è attraversato da cavalli allo sbando, appartenenti a una famiglia che vive nelle vicinanze. Quindi, la visita di due motociclisti dalle tute variopinte che si fingono turisti. Quando scoprono che i proprietari dei cavalli sono stati assassinati e che la stessa fine è toccata a due di loro che si stavano recando alla fattoria, capiscono di essere sotto assedio. Al problema del rifornimento di acqua potabile, dovuto a restrizioni del nuovo governo, si aggiunge ora quello della sopravvivenza perché qualcuno vuole eliminarli per occupare e trasformare il villaggio. Per difendersi chiedono aiuto ai ribelli di Bacurau che, dopo alcune schermaglie contro il governo, si sono nascosti in una diga in disuso. In realtà, un gruppo armato, a maggioranza nordamericana, sta pianificando un attacco per sopprimerli. Guidati dal medico (Sonia Braga) e da un ex bandito, e sostenuti dai ribelli, i paesani danno filo da torcere ai mercenari guidati da un tedesco (Udo Kier). Con echi finali di O Cangaceiro (1953), (il film è stato girato nei luoghi dove i Cangaceiros hanno spadroneggiato fino al 1938), il film mette in scena azione e avventura in un thriller che in realtà denuncia il malgoverno di chi vuole sfruttare il territorio a qualsiasi prezzo. E lo fa con molta ironia.
Annunciato da un riconoscimento anche il film spagnolo El hoyo (La fossa) dell’esordiente basco Galder Gaztelu-Urrutia. Il Festival di Toronto, infatti, gli ha assegnato il People’s Choice Midnight Madness Award. E nella follia sembra calarci questo racconto distopico, interamente girato all’interno di un penitenziario avveniristico dove è estremamente facile morire di fame, di claustrofobia o di pazzia. Grigia torre di cemento a pianta quadrata con centocinquanta o duecento livelli, ospita due reclusi per piano e ha al centro un vuoto dove giornalmente transita una piattaforma ricoperta di cibo. Quelli dei piani superiori hanno una ricca scelta alimentare: quelli dei piani inferiori mangiano gli avanzi. Il film si apre al livello 33 dove l’anziano Trimagasi, esperto del luogo, si precipita sugli avanzi calati dall’alto, mentre il nuovo recluso, il giovane Goreng che si rifugia nella lettura del Don Chisciotte, è disgustato dalla scena, e digiuna. Il film dura novanta minuti, tutti all’interno del penitenziario, dove alcune notti i detenuti vengono sedati e mutati di livello. E’ fortunato chi si risveglia in alto. Un giorno, seduta sulla piattaforma alimentare, appare una donna che Trimagasi sa essere una ribelle. Si dice che abbia perso un figlio e che sale e scende alla sua ricerca. Pratica rischiosa perché a volte deve difendersi da reclusi aggressivi. Tra lotte per la sopravvivenza, conflitti tra gli internati e incubi notturni, il film si chiude con la rivolta di Goreng che armato di una spranga scende sulla piattaforma cercando forse una via d’uscita. Scelta bizzarra perché gli ospiti della struttura hanno deciso loro di essere internati. Magistrale l’interpretazione di Ivan Massagué (Goreng) già protagonista di Il labirinto del fauno . In quanto al film, destinato a un pubblico dallo stomaco di ferro, ha tutta l’aria di un invito alla follia.