53mo Karlovy Vary International Film Festival - Pagina 7

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53mo Karlovy Vary International Film Festival
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95c2-brothersKardeşier (Fratelli) del turco Ömür Atay racconta la storia di una famiglia della Turchia profonda, in particolare dei fratelli Yusuf e Ramazan. Il primo si è assunto la responsabilità dell’uccisone di una loro sorella, delitto in realtà compiuto dal secondo e commissionato dal padre in quanto la ragazza era andata a vivere lontano con un uomo sgradito alla famiglia. Ha scontato una condanna a quattro anni, ora di anni ne ha diciassette, ed è subito inserito nel lavoro di una grande stazione di servizio, con annessi motel e ristorante, ubicata nei pressi della frontiera con l’Iran, gestita dal congiunto per conto della famiglia. Il ragazzo non riesce a superare il trauma della galera e ancor più non accetta le regole ancestrali che lo hanno portato ad assumersi la responsabilità di un delitto che non ha commesso.  La presenza di un’altra giovane, abbandonata dal fidanzato e che suo fratello tenta di violentare, lo fanno decidere a incendiare l’amata auto di Ramazan, a denunciarsi e a ritornare in prigione. Qualcuno ha ricordato un vecchio film di Roberto Rossellini (1906 – 1977), Dov'è la libertà...? (1954), in cui Totò (1898 – 1967) preferiva la prigione alle ingiustizie e al caos del mondo civile. Paragone azzeccato solo che quel vecchio film era una commedia e questo, invece, è un dramma con tutti gli ingredienti del caso, compresa la denuncia di una tradizione barbara che vuole punite con la morte le donne che non accettano la volontà dei maggiorenti del clan. Il film è molto ben realizzato e si avvale di un gruppo di attori di primissimo ordine, cosa non inusuale nel cinema turco. I dati più interessanti riguardano sia il confronto fra i protagonisti e un paesaggio disumano oltre ogni limite sia la presenza della polizia vista più come un’oppressore (corrompibile) che uno strumento di tutela dei diritti di ciascuno.
IDontCareIfWeGoDownAsBarbariansMolto interessante, anche se troppo lungo ˶Imi este indiferent dacă în istorie vom intra a ca barbari˝ (Non mi importa se passeremo alla storia come barbari) del rumeno Radu Jude che racconta la preparazione e l’esecuzione di un saggio animato di storia dell’esercito rumeno, dal 1941 ai giorni nostri. Manifestazione organizzata da una regista teatrale in una piazza di Bucarest antistante il parlamento. La donna vuole mettere in luce, in particolare, l’antisemitismo e le complicità rumene nello sterminio degli ebrei durante il Terzo Reich. Ci riesce nonostante gli ostacoli di un intellettuale di regime che vorrebbe si sottolineassero, invece, i meriti dei politici, in primo luogo il conducător (duce) Ion Antonescu (1882 – 1946) per salvare molti semiti. Una vittoria di Pirro che sarà contraddetta dal comportamento del pubblico presente alla rievocazione, che applaudirà il dittatore e lo sterminio dei giudei. È un film forte anche se, come già detto, troppo lungo (due ore e venti di proiezione) che ribadisce un sospetto che molti hanno da tempo, cioè che le popolazioni centroeuropee siano per ragioni culturali e storiche ben più antisemite di chi le ha governate, compresi i periodi delle repubbliche popolari. Un dato importante quasi messo in discussione dalle parti in cui la regia si sofferma sulla vita privata della teatrante e la sua relazione con un pilota ammogliato che non ha nessuna intenzione di lasciare la famiglia. Francamente non si vede come queste cose abbiano a che fare con la linea generale del film che presenta anche un'altra malformazione: l’insistenza, sin quasi all’esasperazione, sui dialoghi politico – filosofici fra la donna e l’intellettuale al servizio del governo.

(U.R.)