53mo Karlovy Vary International Film Festival - Pagina 12

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53mo Karlovy Vary International Film Festival
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b433-blossom-valley.j1pgLa valle dei fiori (Virágvölgy, 2018) è un road movie originale anche se non privo di difetti.  L’ungherese László Csuja conosce bene il linguaggio cinematografico e televisivo avendo realizzato quale regista corti premiati in vari festival e diverse produzioni per il piccolo schermo. Per il suo debutto nel lungometraggio, con una produzione a basso costo, si è avvalsa di due attori non professionisti: Bianka Berényi, autentica icona di Instagram popolare non solo in Ungheria, e László Réti, un pluripremiato campione delle Olimpiadi per diversamente abili. I due hanno conferito grande naturalezza ai loro personaggi che sono subito adottati dal pubblico. Si possono considerati come dei pazzi, sicuramente sono asociali ma la loro logica li porta a fare credere che tutto sia possibile. Viene spontaneo domandarsi chi siano i veri folli in un mondo sconvolto da mille contrasti. Questi innamorati in fuga – almeno per gran parte del film sembrano attratti uno dell’altra e, forse, è proprio così – sono raccontati nel loro vitale caos con immagini poetiche di grande dolcezza. La ventenne Bianka sta camminando senza meta nella periferia dove vive, non avendo la capacità e il desiderio di trovare un luogo dove realmente andare. Vede una carrozzella incautamente abbandonata dalla madre, attorno non passa nessuno e le viene l’istinto di portarla via rapendo anche il bimbo, poi cerca per lui un padre e una casa. I suoi ex fidanzati la mandano via senza darle speranze, alla fine incontra il disabile mentale Laci che la aiuta portandola in un ostello dove vive. Per lei questa situazione è solo un gioco di ruolo eccitante, ma lui inizia ad amare lei e il bambino e cerca di fare il possibile per assicurare a entrambi una felice vita familiare. Li accompagna in giro per l’Ungheria tra un’avventura e l’altra. Non cambia idea quando la ragazza si stufa di questa esperienza e li lascia da soli ad affrontare il mondo: il ragazzo farà la scelta migliore.
c853-breathing-into-marbleRespirare nel marmo (Kvėpavimas į marmurą, 2018) è un buon film lituano perfetto nella prima parte e meno convincente nella seconda. Diretto dall’esperta Giedrė Beinoriūtė, qui al suo debutto nel lungometraggio ma autrice di notevoli corti e del riuscito medio metraggio Balkonas (2008) - basato sul romanzo Breathing into Marble della nota scrittrice lituana Laura Sintija Černiauskaitė - il film si concentra sulle sfide di una famiglia moderna. La regista parla delle relazioni e dei legami invisibili che collegano le nostre vite. È una ballata romantica con la trama di un thriller. Epilessia e psicosi, depressione e lussuria, invecchiamento, povertà, tradimento, violenza e il mistero dello spirito umano, affliggono, lottano, si infrangono, cercano una logica e una ragione per coesistere. Ogni scena è studiata con precisione e carica di dettagli evocativi, segnando i passaggi della vita raccontando di famiglia, morte e sessualità. Izabele e Liudas - intellettuali che vivono in una fattoria vicino a una grande città - hanno un figlio di otto anni, Gailio, epilettico è più intelligente della maggior parte dei bambini della sua età. La donna convince il marito ad adottare un bambino di sei anni, solitario e poco felice di abbandonare l’orfanatrofio. Il piccolo non vuole mettere radici in questa nuova famiglia e combatte sempre, anche con violenza, per ottenere l'attenzione della madre. Il film è diviso in due parti: alla fine della prima si ha l’impressione che non ci sia più nulla da aggiungere, ma così non è. La seconda sviluppa la sua anima thriller sconcertando e mettendo in discussione tutto quanto era stato detto fino a quel momento.
(F.F.)