53mo Karlovy Vary International Film Festival

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53mo Karlovy Vary International Film Festival
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53kviff poster229 giugno  – 7 luglio 2018

sito web:http://www.kviff.com/en/homepage

Karlovy Vary, (in tedesco Karlsbad, letteralmente Terme di Carlo) è una città della Repubblica Ceca che trae il nome dall'imperatore Carlo IV di Lussemburgo che la fondò nel 1370. Oggi è una grande località termale, la principale delle tre che compongono il triangolo del benessere (le altre due sono Mariánské Lázně – cinematograficamente più nota col nome tedesco di Marienbad - e Františkovy Lázně). La città è posta a pochi chilometri dalla frontiera con la Germania per cui è una delle mete del turismo tedesco. Qui dal 1948, ma la fondazione data dal 1946, si tiene un Festival internazionale del cinema che è più importante nella Repubblica Ceca e uno dei maggiori appuntamenti cinematografici mondiali. Il programma propone ogni anno una dozzina di film che partecipano alla competizione, oltre a qualche altro fuori concorso. Quest’anno si celebra la 53 edizione di questa manifestazione che, durante il periodo della sottomissione del paese all’Unione Sovietica, ebbe cadenza biennale dal 1956 al 1994 alternandosi con la rassegna di Mosca. Questo per ricordare che si tratta della rassegna di film più vecchia d’Europa dopo quella di Venezia. Il festival è importante per le cinematografie dei paesi solitamente non considerati dalle grandi manifestazioni (Cannes, Berlino, Venezia) che qui trovano un’attenzione particolare tanto che un’intera sezione è dedicata all’ Est of the West (L’est dell’ovest), vale a dire ai film prodotti negli ex paesi dell’area sovietica e a quelli, spesso erroneamente, ritenuti marginali realizzati in nazioni minori. Tutto ciò fa di questa manifestazione una delle più importanti dell’anno cinematografico. 

(U.R.)

Ecco i film in programma quest'anno.

Competizione ufficiale 

Kardeşler (Fratelli) di Ömür Atay (Turchia/Germania/Bulgaria)

              Domestik(Domestico) di Adam Sedlák (Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca)

La disparition des lucioles (La scomparsa delle lucciole) di Sébastien Pilote (Canada)

Zgodovina ljubezni(Storia d’amore) di Sonja Prosenc (Slovenia, Italia, Norvegia) 

Îmi este indiferent dacă în istorie vom intra ca barbari (Non mi preoccupo se finiamo nella storia come i Barbari) di Radu Jude (Romania, Repubblica Ceca, Francia, Bulgaria, Germania)

Podbrosy(Saltatore) di Ivan I. Tverdovskiy (Russia, Lituania, Islanda, Francia)

Miriam miente(Le bugie di Miriam) di Natalia Cabral e Oriol Estrada (Repubblica Dominicana, Spagna)

Atak paniki(Attacchi di panico) di Paweł Maślona (Polonia)

              Geula(Redenzione) di Joseph Madmony e Boaz Yehonatan Yacov (Israele)

Sueño Florianópolis(Il sogno di Florianópolis)diAna Katz   (Argentina, Brasile, Francia)

              To the Night (Alla notte) di Peter Brunner (Austria, Usa)

Všechno bude(Mosche invernali) di Olmo Omerzu (Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia, Repubblica Slovacca)

Fuori concorso

             Yuzai (Il mio amico A) di Takahisa Zeze (Giappone)

             Support the Girls (Appoggia la ragazza) di Andrew Bujalski (Usa)

             Mars (Marte) di Benjamin Tuček (Repubblica Ceca)

Concorso sezione Est of the West

       Amir  di Nima Eghlima (Iran)

Chata na prodej (L’orso con noi) di Tomáš Pavlíček (Repubblica Ceca) 

Virágvölgy (Valle dei fiori) di László Csuja (Ungheria)

Kvėpavimas į marmurą (Respirare nel marmo) di Giedrė Beinoriūtė (Lituania, Lettonia, Croazia)

   Khrustal (Cigno di cristallo) di Darya Zhuk (Bielorussia, Germania, Usa, Russia)

       Glubokie reki(Fiumi profondi) di Vladimir Bitokov (Russia) a storis 

       Chvilky(Momenti) di Beata Parkanová (Repubblica Ceca, Repubblica  Slovacca)

       Pafsi(Pausa) di Tonia Mishiali (Cipro, Grecia)

      Suleiman gora (La montagna Sukeiman) di Elizaveta Stishova (Kirghizistan, Russia)

       Via Carpatia (Via dei Carpazi)diKlara Kochańska e Kasper Bajon (Polonia, Repubblica Ceca, Macedonia)

       Vulkan(Vulcano) di Roman Bondarchuk (Ucraina, Germania)

       53 wojny(53 guerre) di Ewa Bukowska (Polonia)


5052306 kviff-festival-filmovy-karlovy-vary-v0Gran Gala per l’inaugurazione della 53esima edizione del Festival cinematografico di Karlovy Vary con un intervento di Tim Robbins, premiato col riconoscimento alla carriera, che è stato applaudito perché, cosa rarissima, non si e limitato ai convenevoli del caso ma si e inserito nel contesto della realtà del paese che lo ospitava ricordando la Repubblica ceca e il centenario della sua Fondazione, che si avrà il 28 ottobre. Si è unito anche alla commemorazione della libertà ceca, rendendo omaggio alla voce principale protagonista della Rivoluzione di velluto del 1989, Vaclav Havel. “Il coraggio di questi uomini è tanto necessario oggi quanto lo fu quando le masse si recarono a Praga per chiedere la fine del comunismo”. Ciò che ha colpito maggiormente è stata la sua presa di posizione nei confronti del presidente Trump. Ha usato parole che lasciano pochi dubbi sulle sue idee e lo ha criticato pesantemente per il maltrattamento ai bambini rifugiati. Ha proseguito invitando i registi a combattere per la verità e le storie forti invece di soccombere ai "burattini della propaganda" e all’Universo Marvel. Ha chiesto agli artisti a resistere senza mai abbassare la difesa. Ha voluto sottolineare che il concetto di viaggio nel tempo del film con Michael J. Fox oggi è particolarmente rilevante perché un potere che non guarda a quanto è stato fatto in precedenza vuole riportare l'America agli anni '50. Una frase particolarmente applaudita è stata "I bulli non hanno potere senza paura". Probabilmente, secondo le intenzioni degli organizzatori, il gala doveva essere basato principalmente su di un tributo a Milos Forman, morto in aprile. Jiri Bartoska, presidente del Festival e attore idolatrato dai cechi, ha detto che aveva lasciato la Repubblica Ceca con una valigia ed è tornato con due Oscar. Bellissimo il montaggio fatto dei suoi film e vincente l’idea di presentare come film di apertura Gli amori di una bionda (Lásky jedné plavovlásky, 1965). Coronamento a questo omaggio a Forman, definito unicamente come amico di Karlovy Vary, un concerto della la Czech National Symphony Orchestra diretta dal notissimo maestro Libor Pesek – da anni impegnata nelle colonne sonore anche di molti film statunitensi ed europei – con le musiche che hanno caratterizzato suoi film che spaziano dal musical, al biografico, alla commedia, a tutto quello che era cinema di qualità. Si era iniziato con un bel numero in cui la coreografia prevedeva sia ginnasti impegnati in incredibili balletti aerei che più tradizionali ballerini: è una tradizione che il Festival porta avanti con sempre maggiore successo, offrendo a 360 gradi per creare la giusta atmosfera. Ha fatto seguito un omaggio a Richard Linklater e ai film indipendenti della Austin Film Society, presentati nella sezione Made in Texas. Questo è solo inizio di un’edizione che prevede la presenza di grandi autori ed attori del cinema. Ci sarà Trine Dyrholm che è viene per presentare il film Nico, 1988 diretto da Susanna Nicchiarelli, Joana Ribeiro assieme al regista Terry Gilliam per accompagnare L'uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote, 2018), Anna  Paquin che presenterà  assieme al regista Stephen Moyer Il tramezzo (The  Parting Glass, 2018), Thomasin Harcourt McKenzie che introdurrà Leave no trace (2018) diretto da Debra Granik e Barry Levinson che sarà insignito del premio alla carriera in occasione della presentazione del suo film televisivo Paterno (2018) interpretato da Al Pacino.
(F.F.)


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La scomparsa delle lucciole (La disparition des lucioles) del canadese Sébastien Pilote parafrasa, nel titolo, un celebre scritto di Pier Paolo Pasolini (1922- 1975). ma le somiglianze con il grande scrittore e cineasta friulano finiscono qui. Il film traccia in modo preciso e commuovente il ritratto di una giovane alla soglia del diploma e davanti alla quale non si aprono vere speranze. Léo sta per affrontare l’esame di diploma, abita con la madre risposata in una casa isolata vicino ad una città che un tempo è stata un importante centro industriale e che ora sta discendendo una china in fondo alla quale c’è solo la rovina totale. Lei odia il patrigno, un tempo capopopolo stimato e che ora lavora per una radio del Sindacato, s’innamora, non rimata, di un ragazzo, appena più adulto di lei, che le insegna a suonare la chitarra e che, a sua volta, piomba in una depressione profonda alla morte della madre, suo unico ancoraggio all’esistenza. Quello descritto dal regista è un universo di disperazione e abbandono in cui per i giovani ci sono solo piccoli lavoretti senza futuro. Quando, con un colpo di vita che ricorsa il finale de I vitelloni (1953) di Federico Fellini (1920 – 1993), la giovane decide improvvisamente di abbandonare ogni cosa per ricominciare una nuova vita a Montreal, si apre per lo spettatore un’inaspettata via d’uscita che trasforma tutto ciò che precede in una cartella clinica chiusa da una prognosi non infausta. Del resto prima c’era stato l’allenamento al buio che richiama, anche se alla lontana, un altro finale, quello di Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni (1912 – 2007), segno che il nostro cinema classico è ben vivo nella cultura dei giovani autori.
8cee-history-ofloveZgodovina ljubezni (Storia d’amore) della slovena Sonja Prosenc è una coproduzione fra vai paesi fra i quali compare anche la nostra RAI. Il film racconta una storia in precario equilibrio fra realismo e surreale. Nella sostanza la vicenda è quella di una relazione (amorosa?) fra un giovane tuffatrice, un maturo direttore d’orchestra e il fratello della ragazza. Ci sono, oltre ai numerosi salti narrativi, un bel po’ di situazioni incoerenti: una normalissima boscaglia assunta a luogo misterioso, un fiume - su cui si sviluppa il prefinale – che si rivela a ben guardare, poco più di un ruscello un po’ turbolento, senza contare l’immagine conclusiva in cui la protagonista, fortunosamente scampata a varie disgrazie, sta per spiccare il salto da un trappolino da dieci metri: un’immagine che appare del tutto fuori contesto. In poche parole un prodotto culturalmente scadente che vanta un solo merito: l’interpretazione dell’attrice teatrale Doroteja Nadrah, vero astro nascente della cinematografia slovena, che dimostra ancora una volta come bravura e intensità non abbiano nulla a che fare con la bellezza fisica.
(U.R.)


ff4e-crystal-swanL’onore di aprire la sezione East to West quest’anno è stato dato a Il cigno di Cristallo (Khrustal, 2018). Una bella commedia dai toni drammatici che è stata accolta con piacere sia dal pubblico sia da buona parte della critica. Coproduzione bielorussa, tedesca, statunitense e russa, è diretta con bravura da Darya Zhuk, regista bielorussa con molte esperienze all’estero che ha scoperto casualmente questa sua dote artistica mentre studiava Economia ad Harvard e questo le ha fatto cambiare completamente vita. Diplomata in regia del programma MFA della Columbia University, è conosciuta nei Festival per i suoi corti. Nel 2015 ha vinto il premio come migliore autrice-sceneggiatrice assegnato dal New York Women in Film and Television per il suo lavoro su The Real American. In tutti i suoi lavori ha sempre cercato di raccontare storie divertenti, inaspettatamente disordinate, su donne sempre forti, diverse e talvolta scioccanti. Per questa sua opera prima ha saputo rendere in maniera molto credibile un certo periodo politico e sociale, utilizzando, tra l’altro, un finto formato 1,66:1 che dà al film un sapore vintage. Bravissima la protagonista Alina Nasibullina, qui al suo primo ruolo. Si ride, si sorride, ci si immedesima nel piccolo dramma personale di una ragazza russa che che sognava di andare negli Stati Uniti per avere una vita migliore. Per potere realizzare questa sua ossessione lavora in un Museo, in una fabbrica, fa altri compiti occasionali e la sera si trasforma in DJ, apprezzata nella fascia amatoriale. Ha una laurea in giurisprudenza, ma il suo sogno è trasferirsi a Chicago e guadagnarsi da vivere come DJ professionista. È il 1996 e la giovane vive nella Minsk post-sovietica con tutti i problemi, i sogni, le speranze di un cambiamento epocale.
via carpatiaMeno interessante il secondo titolo proposto, Via Carpatia (2018), coproduzione polacca, ceca e macedone. Curioso: nonostante la sua brevissima durata – 75 minuti – bisogna attenderne 11 per vedere i titoli di testa. Il film è diretto da Klara Kochańska, detentrice dello Student Academy Award polacco ma, nonostante la collaborazione alla regia dell’attore Kasper Bajon anche lui all’opera prima, non riesce a creare una storia interessante. C’è una certa confusione nonostante i personaggi base siano solo due (tre con la madre di lui) e che la vicenda scorra senza salti temporali o quant’altro: è un saggio di fine corso diligente ma privo delle caratteristiche principali del vero cinema. È un road movie indipendente in cui non vengono sfruttate le potenzialità di panorami, atmosfere, personaggi inseriti nei vari paesi attraversati. Volendo essere benevoli, si può dire che il taglio sia quasi documentaristico, essendo meno buoni si può far notare che i registi si limitano a mettere in video quanto passa davanti alla macchina da presa, arrivando ad essere cattivi si deve dire che forse non hanno ancor bene capito il mestiere. Infine: gli auguriamo che questo diventi il loro lavoro, ma con altra qualità. Julia Kijowska e Piotr Borowski sono soffocati dalla piattezza della sceneggiatura, gli altri addirittura non si vedono. Julia e Piotr sono una coppia appartenente alla classe media che vorrebbe fare una vacanza da sogno. Su richiesta della madre di lui, invece, la coppia parte per un viaggio attraverso i Balcani, dirigendosi verso un campo profughi sul confine greco-macedone dove sperano di trovare…

(F.F.)


eedf-redemptionGeula (Redenzione) è il nome di una bimba israeliana di sette anni affetta da tumore che il padre, un musicista di successo che ha abbandonato il rock’n’ roll per diventare membro di una comunità di ebrei ortodossi, tenta di curare con ogni mezzo. Ora la piccola può, forse, essere salvata da nuove costosissime cure. Per questo il genitore, che è vedovo essendo anche la moglie morta di quel terribile male, rimette assieme una vecchia band con l’impegno di suonare ai matrimoni tradizionalisti con i musicisti vestiti da ebrei ortodossi. La cosa riesce bene, al punto che i compagni gli propongono di riprendere il vecchio complesso, questa volta per dare un volto nuovo al rock israeliano. Il musicista esita, cerca di sottrarsi, ma si convince quando la figlia inizia a rispondere positivamente al secondo ciclo di cure reso possibile dai guadagni ottenuti suonando ai matrimoni. Il film è diretto dall’israeliano Joseph Madmony in coppia con il sudafricano Boaz Yehonatan Yacov e ha il merito di immergere lo spettatore in un mondo, quello della musica israeliana, di cui poco si sa, mentre soprattutto grazie al cinema, poco aggiunge a proposito del mondo dell’ortodossia religiosa. Nel complesso è un esempio non banale di una cinematografia che negli ultimi anni ha prodotto non poche opere interessanti, la maggior parte delle quali, purtroppo, si sono viste solo nei festival. Nuoce al racconto, invece, quella sorta di miracolo che salva la vita (almeno temporaneamente) alla piccina e offre una sorta di conciliazione fra la ribellione del padre e il conservatorismo della religione tradizionale. In altre parole, una parte del discorso, sacrosanto e innovativo, sul contrasto fra la musica e i testi moderni e bigottismo sembra annacquarsi molto.
cd66-winter-fliesSi è visto anche Vešechno bude (Mosche invernali) dello sloveno Olmo Omerzu, un road movie che ha al centro due ragazzini e una giovane a cui danno un passaggio, oltre a un cane che il più intraprendente salva dall’annegamento. Un viaggio iniziato e concluso a bordo di una vecchia Auto Union. I ragazzi, nessuno dei quali ha la patente, iniziano una scorribanda attraverso il paese   andare a trovare il nonno si uno dei due e raccolgono per strada la ragazza, dapprima con speranze unicamente sessuali. Molte le cose che capitano loro prima di essere fermati dalla polizia – la storia è ricostruita in flash back nel costo dell’interrogatorio del più anziano dei due – dal furto dell’auto di una parente sino al salvataggio dell’anziano, provvidenzialmente portato in ospedale dai due ragazzi che lo hanno soccorso mentre era a terra colpito da un infarto. È una produzione che ha convolto, oltre la Slovenia, anche la repubblica Ceca, quella Slovacca e la Polonia. Una produzione solida, lo si nota dalla cura della fotografia, che ha utilizzato un paio di attori non professionisti. Purtroppo, cinematograficamente il risultato non è molto originale traducendosi in un film di viaggio come molti altri.
(U.R.)


4de5-53warsEwa Bukowska debutta nel lungometraggio con 53 guerre (53 wojny, 2018), un dramma psicologico basato sul romanzo autobiografico scritto da Grażyna Jagielska che fa conoscere la difficile esperienza della moglie di un corrispondente di guerra che ama profondamente ma che per la tensione, la paura, l’incertezza ogni volta che parta torni vivo, finisce quasi per odiare. Giunta a 52 anni la regista, nota attrice televisiva sposata con il collega Marek Bukowski, ha anche diretto due film visti in Festival – ha deciso di realizzare questo suo sogno scrivendo una sceneggiatura che è riuscita a portare sullo schermo diversi anni dopo. La sua scelta e stata coraggiosa ma non priva di un pizzico di incoscienza perchè il tema sarebbe difficile da gestire anche per autori con maggiore esperienza. Un dramma psicologico evocativo sull'esperienza della guerra di seconda mano poteva essere interessante, quasi coinvolgente, portando avanti un concetto più che condivisibile: non dobbiamo essere al fronte per avere un'influenza distruttiva sulle nostre vite. Con l’uso di spezzoni documentaristici cerca di creare la giusta base per la storia, ma questa alchimia non le riesce e restano ben separati la fiction dal documentario. Anka, una bella donna di mezza età, sta diventando estremamente ansiosa per il suo amato marito Witek, padre dei suoi due figli, corrispondente di guerra. Ogni squillo di telefono per lei rappresenta paura di una ferale comunicazione ma, nello stesso tempo, speranza di sentirlo e di avere buone notizie.  Dove si trova il confine tra realtà e visioni catastrofiche? Difficile da dire e Anka vive ogni cosa con tanto trasporto da rischiare la pazzia. Bello il finale che fa presagire una situazione che viene positivamente capovolta.
aeb9-volcanoVulcano (Vulkan, 2018) è una coproduzione ucraino - tedesca diretta da Roman Bondarchuk, regista di corti e di buoni documentari che debutta nel lungometraggio con una storia molto attuale che parla di missioni umanitarie, di OSCE (Organization for Security and Co-operation in Europe) con un taglio non necessariamente positivo dando una lettura critica di quello che si fa in nome della pace. Lo fa attraverso le disavventure di Lucas impegnato come interprete e autista per una missione dell'OSCE. Si rompe il SUV su cui viaggia nel mezzo del nulla, il suo cellulare non ha campo, i diplomatici lo trattano come una pezza da piedi e gli impongono di andare a piedi a cercare aiuto. Torna ma non trova più né l'auto né i suoi compagni di ventura. Si rivolge ad un uomo di grande potere che lo aiuta, che ha una bella figlia che lo conquista nonostante sia sposato e cerchi in tutte le maniere di resistere. Per un insieme di situazioni tragicomiche si perde nel bel mezzo della steppa nell'Ucraina meridionale. Il suo viaggio verso l'auto-riconoscimento e la felicità sarà affiancato da una serie di strani incontri e situazioni bizzarre. Il film si presenta come una tragi-commedia che attraverso effetti visivi racconta il colorato mondo dell'Ucraina meridionale, un luogo che porta ancora inconfondibile tracce del passato lontano e non troppo lontano. Non siamo di fronte ad un grande film ma alla dimostrazione che possono esistere prodotti medi capaci di interessare e, in più, di fare sorridere. Bravissimo Serhiy Stepansky che pone la giusta ironia al suo personaggio senza per questo fargli perdere drammaticità.

(F.F.)


95c2-brothersKardeşier (Fratelli) del turco Ömür Atay racconta la storia di una famiglia della Turchia profonda, in particolare dei fratelli Yusuf e Ramazan. Il primo si è assunto la responsabilità dell’uccisone di una loro sorella, delitto in realtà compiuto dal secondo e commissionato dal padre in quanto la ragazza era andata a vivere lontano con un uomo sgradito alla famiglia. Ha scontato una condanna a quattro anni, ora di anni ne ha diciassette, ed è subito inserito nel lavoro di una grande stazione di servizio, con annessi motel e ristorante, ubicata nei pressi della frontiera con l’Iran, gestita dal congiunto per conto della famiglia. Il ragazzo non riesce a superare il trauma della galera e ancor più non accetta le regole ancestrali che lo hanno portato ad assumersi la responsabilità di un delitto che non ha commesso.  La presenza di un’altra giovane, abbandonata dal fidanzato e che suo fratello tenta di violentare, lo fanno decidere a incendiare l’amata auto di Ramazan, a denunciarsi e a ritornare in prigione. Qualcuno ha ricordato un vecchio film di Roberto Rossellini (1906 – 1977), Dov'è la libertà...? (1954), in cui Totò (1898 – 1967) preferiva la prigione alle ingiustizie e al caos del mondo civile. Paragone azzeccato solo che quel vecchio film era una commedia e questo, invece, è un dramma con tutti gli ingredienti del caso, compresa la denuncia di una tradizione barbara che vuole punite con la morte le donne che non accettano la volontà dei maggiorenti del clan. Il film è molto ben realizzato e si avvale di un gruppo di attori di primissimo ordine, cosa non inusuale nel cinema turco. I dati più interessanti riguardano sia il confronto fra i protagonisti e un paesaggio disumano oltre ogni limite sia la presenza della polizia vista più come un’oppressore (corrompibile) che uno strumento di tutela dei diritti di ciascuno.
IDontCareIfWeGoDownAsBarbariansMolto interessante, anche se troppo lungo ˶Imi este indiferent dacă în istorie vom intra a ca barbari˝ (Non mi importa se passeremo alla storia come barbari) del rumeno Radu Jude che racconta la preparazione e l’esecuzione di un saggio animato di storia dell’esercito rumeno, dal 1941 ai giorni nostri. Manifestazione organizzata da una regista teatrale in una piazza di Bucarest antistante il parlamento. La donna vuole mettere in luce, in particolare, l’antisemitismo e le complicità rumene nello sterminio degli ebrei durante il Terzo Reich. Ci riesce nonostante gli ostacoli di un intellettuale di regime che vorrebbe si sottolineassero, invece, i meriti dei politici, in primo luogo il conducător (duce) Ion Antonescu (1882 – 1946) per salvare molti semiti. Una vittoria di Pirro che sarà contraddetta dal comportamento del pubblico presente alla rievocazione, che applaudirà il dittatore e lo sterminio dei giudei. È un film forte anche se, come già detto, troppo lungo (due ore e venti di proiezione) che ribadisce un sospetto che molti hanno da tempo, cioè che le popolazioni centroeuropee siano per ragioni culturali e storiche ben più antisemite di chi le ha governate, compresi i periodi delle repubbliche popolari. Un dato importante quasi messo in discussione dalle parti in cui la regia si sofferma sulla vita privata della teatrante e la sua relazione con un pilota ammogliato che non ha nessuna intenzione di lasciare la famiglia. Francamente non si vede come queste cose abbiano a che fare con la linea generale del film che presenta anche un'altra malformazione: l’insistenza, sin quasi all’esasperazione, sui dialoghi politico – filosofici fra la donna e l’intellettuale al servizio del governo.

(U.R.)


94fb-momentsMomenti (Chvilky, 2018) è realizzato da una coproduzione ceca e slovacca la cui regista è la trentatreene Beata Parkanová, sceneggiatrice del non riuscito Andílek na nervy (2015) diretto da Juraj Sajmovic e qui anche responsabile unica dello script. Ha un titolo molto azzeccato che evidenzia la scelta di proporre momenti della vita della protagonista, una ragazza che non riesce a trovare una propria identità troppo attenta a non contrariare nessuno che faccia parte della sua esistenza. Sono situazioni spesso non eclatanti ma che fanno meglio capire le caratteristiche di questa bella ragazza senza una vita propria. È condizionata dalla nonna a cui vuole molto bene, dal crollo intellettuale della madre che è cerebralmente regredita, dal padre che ha una vita autonoma, dal nonno per cui prova molta pena perché ricoverato in un pensionato dove vegeta, e dal suo boyfriend che, in realtà, è un camionista molto più adulto di lei con moglie e figli. Ogni cosa faccia è criticata, la sua vita è una specie di inferno con un’esteriorità felice. Prevale più la scrittura che non la regia, e questo è sicuramente un limite, limite accettabile per lo sforzo dell’autrice di cercare di creare qualcosa di originale. Potrebbe sembrare che la vita di Anežka non sia la sua: tutta la famiglia vuole essere coinvolta in ogni aspetto non lasciandole spazio decisionale. La giovane donna cerca di accontentare tutti, ma sta gradualmente perdendo ciò che è più importante, il controllo e la gestione di sè stessa. L’umorismo prevale sul dramma ed è particolarmente brava la ventiseienne Jenovefa Bokova nel donarci un personaggio a tutto tondo.
pausePausa (Pafsi, 2018) è primo lungometraggio di Tonia Mishiali, personaggio molto importante non solo a Cipro dove è nata. Fino ad ora ha realizzato corti in cui ama trattare temi sociali e femminili. Tra l’altro, è membro della European Film Academy, della Berlinale Talents, alunna, del direttore artistico del Cyprus Film Days International Festival e membro della European Women's Audiovisual Network. I suoi cortometraggi Dead End (2013) e Lullaby of the butterfly (2014) sono stati premiati in concorso rispettivamente ai festival internazionali di Locarno e Sarajevo. Entrambi questi suoi lavori hanno partecipato a più di 60 festival internazionali. Ovvio che ci fosse nel mondo dei Festival una certa aspettativa, peraltro non delusa. Anche qui si occupa di una donna e della sua crisi esistenziale fatta esplodere dal suo passaggio alla menopausa, descritta con oltre 40 sintomi dal ginecologo che la visita. È una casalinga che si confronta con i primi segni della menopausa mentre è intrappolata in un matrimonio senza amore con un uomo dispotico che domina lei e la sua vita trattandola da schiava e privandola di tutto quello che si rende conto potrebbe renderla felice. Insieme ai cambiamenti fisici che prova, tuttavia, anche la sua mente e la sua percezione della realtà sono gradualmente influenzate tanto da trasformarla nella donna che avrebbe voluto essere da sempre. Siamo di fronte ad un dramma psicologico formalmente maturo che affronta le questioni relative alla posizione delle donne in una società patriarcale. Ha imperfezioni ma una carica tale che permette di giudicarlo come piacevole opera prima di un’autrice che tratta temi interessanti con un linguaggio particolarmente cinematografico.

(F.F.)


plakatDomestik (Domestico) di Adam Sediák è quasi la prosecuzione di Fair Play (2014), visto sempre al Festival di Karlovy Vary, della regista, anch’essa ceca, Andrea Sedláčková in cui si affrontava il tema del doping negli anni del socialismo reale. Ora siamo ai giorni nostri, il mondo è quello del ciclismo professionale, anziché quello dell’atletica, e i guasti della chimica si allargano a una coppia in cui lui ne fa uso per migliorare le sue prestazioni sportive, lei vi ricorre nella speranza di rimanere incinta. Entrami rimarranno delusi e rovinati nel fisico in quanto né l’EPO che il ciclista si inietta, né le molte pillole che la donna ingurgita daranno i risultati sperati. L’atleta ricorre a tende ad ossigeno, trasfusioni di sangue, iniezioni proibite, la donna registra puntigliosamente periodi di fertilità e mestruazioni: ma il solo risultato, in entrambi i casi sarà quello di minare il fisico di chi vi si sottopone sino a ridurli a larve umane. Rispetto al vecchio testo, l’ottica è spostata dal sistema che ricorre ad ogni mezzo pur di ottenere riconoscimenti internazionali, alla distruzione cosciente che gli individui fanno di sé stessi per raggiungere gli obiettivi che si prefiggono. Il film è quasi interamente girato nell’appartamento, moderatamente lussuoso e modernissimo, della coppia, e non risparmia allo spettatore momenti crudi legati al progressivo degrado dei protagonisti. Il tema di fondo è quello della corsa a raggiungere la perfezione – sia sportiva, sia di coppia – con ogni mezzo, quasi che non interessino l’integrità degli individui e dei loro corpi. Un atteggiamento che si riflette nel robot pulitore automatico che sintetizza un’esistenza priva di impulsi umani. Il regista guarda con occhio distaccato a questa progressiva autodistruzione e ne fa il paradigma di un mondo moderno che, anche da queste parti, assume sempre più caratteri disumani.
cc1c-panic-attackPanic Attack (Attacco di panico) è opera d’esordio del polacco Pawel Maśiona che allinea varie storie basate sui momenti di panico che colgono i personaggi più disparati quando la fine del mondo sembra vicina. C’è la ragazza che campa con le chat erotiche, il giovane cameriere ossessionato dal videogioco che predice la fine del mondo, la coppia che ritorna da una vacanza in Egitto e si vede morire il passeggero che le siede accanto in aereo, la donna incinta che inizia il travaglio proprio nel bel mezzo di una festa di matrimonio, la coppia che si sta sperando e si concede un ultimo congresso erotico. Il tutto a testimoniare il caos che regna fra noi e le paure che attanagliano l’immagine del futuro. Il film è ben girato, ma aggiunge assai poco, per non dire nulla, alle cose che già sappiamo salvo sbandierare un pessimismo che, da un certo punto di vista, appare abbastanza di maniera. In altre parole un testo professionalmente maturo che testimonia la capacità di questo autore d’inscriversi da dubito fra i cineasti di vaglio, ma una prova che testimonia la necessità di acquisire ancora di molta esperienza.
(U.R.)


e424-suleiman-mountainLa montagna di Suleiman (Suleiman Gora, 2017) è uno dei pochi realizzati in Kyrgyzstan: purtroppo, per ottenere un interesse internazionale prosegue in quanto già tracciato dai film che lo hanno preceduto che raccontano solo di una parte di questo paese visto come legato completamente alla Natura, a un microcosmo che, ormai, non lo rappresenta più. Del resto è più facile trovare coproduttori se si racconta un qualche cosa in questo particolare film gradito alla Russia che per anni è stata padrona in casa loro. Questo limita l’effettivo interesse per un film peraltro discretamente realizzato, opera prima della talentuosa Elizaveta Stishova. Girato sul posto all'interno e intorno al mistico sito Patrimonio dell'Umanità della montagna Suleiman di Osh, in Kyrgyzstan, il film racconta la storia della maturazione di un uomo adulto che deve prima perdere l'amore per poi ritrovarlo e, forse, mantenerlo. Karabas è un uomo difficile: gioca d'azzardo, è un forte bevitore, un immaturo che mette sé stesso prima della famiglia. Quando sua moglie Zhipara lo chiama per dirgli che ha trovato il loro figlio scomparso, Uluk, l’uomo si precipita da lei con grande sgomento della sua molto più giovane ed incinta seconda moglie che non accetta dall’uomo di provare interesse per la sua ex. Presto le nuove dinamiche familiari si estendono oltre i loro limiti, e Karabas entra in crisi cercando di fare convivere le sue vecchie abitudini e le due donne madri di suoi figli: uno rinato e uno ancora da venire. Ora questa famiglia inusuale deve decidere se coesistere o lacerarsi a vicenda mentre le vecchie ferite vengono riaperte e l'inganno diventa la regola del giorno. Bello, nonostante un substrato melodrammatico.
deep riversFiumi profondi (Glubokie reki) è opera prima del non giovanissimo Vladimir Bitokov con esperienze soprattutto da sceneggiatore. Nato dalla scuola cinematografica russa che del verismo fa il suo migliore vessillo, dimostra di avere imparato la lezione dei grandi di quel magico genere. La sua scommessa, vinta, è quella di raccontare una vicenda drammatica ma non necessariamente coinvolgente, priva di vere situazioni trainanti, con uno stile scarno e chiedendo agli attori di identificarsi anche nella attività fisica dei personaggi a cui devono dare vita. Un paesaggio spoglio, un ambiente spietato, un lavoro estenuante e intensi conflitti all'interno della cerchia familiare - un circolo vizioso - il cui fardello è accentuato anche dal ritorno in questa famiglia di boscaioli del fratello più giovane, che deve prendere il posto del padre malato. Sotto l'occhio attento di Aleksandr Sokurov, presente nella produzione con la sua esperienza, arriva un altro esordio vividamente vivido e visivamente notevole con un profondo richiamo umanistico. Foto scarne e particolarmente belle, colonna sonora inesistente. Nell'angolo più isolato delle montagne caucasiche, una famiglia di boscaioli porta a valle ogni giorno il legname per ottenere un contratto con la segheria. Quando suo padre si ferisce gravemente causa un albero che cade malamente, il più giovane dei fratelli, che ha abbandonato da tempo il paese per la più vivace città, deve prenderne il suo posto. L’arrivo del ventiquattrenne che non sa tenere in mano nemmeno un’ascia apre vecchie ferite e solleva conflitti sia in famiglia sia in un villaggio a loro ostile da sempre. Finale prevedibile che non disturba perché privo di artificialità, senza uso di sottofinali che spesso possono rendere un film indigesto.
(F.F.)


jumpmanPodbrosy (Il saltatore) del russo Ivan I. Tvrdovskiy potrebbe essere apparentato anch’esso al vecchio film di Roberto Rossellini (1906 – 1977), Dov'è la libertà...? (1954), in cui Totò (1898 – 1967) preferiva la prigione alle ingiustizie e al caos del mondo, opera che abbiamo già citato a proposito di Kardeşier (Fratelli) del turco Ömür Atay. Ancora una volta, infatti, un personaggio, il giovane Denis, sceglie di ritornare in riformatorio piuttosto che proseguire nella difficile esistenza in una società corrotta e violenta. Evaso dalla galera grazie all’intervento, tutt’altro che disinteressato, della giovane Oksana si trova a lavorare per una banda di truffatori capeggiata da un poliziotto e che comprende anche vari operatori sanitari e un giudice. È usato come saltatore, vale a dire simulatore di incidenti stradali che coinvolgono facoltosi proprietari di auto costretti a pagare grosse somme per evitare le denunce di cui, apparentemente, sono responsabili. Si tratta di truffe alla napoletana non inusuali anche da noi, solo che nella nuova Russia assumono caratteristiche particolarmente violente. Dopo alcune esperienze che lo lasciano ferito nel corpo e nella mente, il ragazzo decide di ritornale nell’orfanatrofio da cui è fuggito, tenuto conto che quello, malgrado le costrizioni che vi regnano, è un posto in cui si trova meglio che non nella società pseudo civile. C’era materia per un buon cortometraggio, mentre il regista russo stiracchia la materia per novanta minuti che non aggiungono nulla di nuovo a quanto si è capito sin dai primi venti.
d3f1-sueo-florianopolisIn Sueño Florianópolis (Il sogno Florianópolis) della regista argentina Ana Katz, la regione del titolo è in una città del Brasile, capitale dello Stato di Santa Catarina, conosciuta soprattutto per l belle spiagge che attraggono ogni anno migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, soprattutto dai paesi latinoamericani. Qui si indirizza una famigliola buenosarense - un padre una madre, due figli adolescenti, un maschio e una femmina – che spera di realizzare il sogno di una vacanza da favola. Le cose si mettono male sin dall’inizio: il padre ha dimenticato di fare il pieno alla vecchia Renault per cui a mezza strada rimangono in panne, per loro fortuna trovano un basiliano che, non solo li toglie dai guai, ma li aiuta anche quando scoprono che la casa che hanno prenotato su Internet è solo una vecchia baracca priva di qualsiasi confort. L’amico improvvisato propone in affitto una dimora appena migliore e distante da ogni servizio, ama vicina al mare. In qualche modo la vacanza ha inizio e scopriamo subito che i due genitori sono separati, i figli non brillano d’entusiasmo per la scelta dei vecchi e la comunità con cui hanno a che fare è piena di personaggi strambi. La madre, Lucrecia, ha una fuggevole storia d’amore con il padrone di casa, mentre il marito, Pedro, si fa ammagliare da una vicina. In poche parole tutto va a rotoli o quasi con il figlio che si allontana, la figlia che si fa mettere in cinta da una belloccio locale, l’uomo che subisce un’ennesima, cocente, delusione e la donna che ritorna a casa più sola e inguaiata di quando era partita. È una storia mesta con qualche sprazzo d’umorismo che ricorda certo cinema neorealista italiano, ad esempio Domenica d’agosto (1950) di Luciano Emmer (1918 - 2009), con in più una malinconia del vivere tipicamente sudamericana. In altre parole un film interessante entro una confezione che sembra banale.
(U.R.)
 

b433-blossom-valley.j1pgLa valle dei fiori (Virágvölgy, 2018) è un road movie originale anche se non privo di difetti.  L’ungherese László Csuja conosce bene il linguaggio cinematografico e televisivo avendo realizzato quale regista corti premiati in vari festival e diverse produzioni per il piccolo schermo. Per il suo debutto nel lungometraggio, con una produzione a basso costo, si è avvalsa di due attori non professionisti: Bianka Berényi, autentica icona di Instagram popolare non solo in Ungheria, e László Réti, un pluripremiato campione delle Olimpiadi per diversamente abili. I due hanno conferito grande naturalezza ai loro personaggi che sono subito adottati dal pubblico. Si possono considerati come dei pazzi, sicuramente sono asociali ma la loro logica li porta a fare credere che tutto sia possibile. Viene spontaneo domandarsi chi siano i veri folli in un mondo sconvolto da mille contrasti. Questi innamorati in fuga – almeno per gran parte del film sembrano attratti uno dell’altra e, forse, è proprio così – sono raccontati nel loro vitale caos con immagini poetiche di grande dolcezza. La ventenne Bianka sta camminando senza meta nella periferia dove vive, non avendo la capacità e il desiderio di trovare un luogo dove realmente andare. Vede una carrozzella incautamente abbandonata dalla madre, attorno non passa nessuno e le viene l’istinto di portarla via rapendo anche il bimbo, poi cerca per lui un padre e una casa. I suoi ex fidanzati la mandano via senza darle speranze, alla fine incontra il disabile mentale Laci che la aiuta portandola in un ostello dove vive. Per lei questa situazione è solo un gioco di ruolo eccitante, ma lui inizia ad amare lei e il bambino e cerca di fare il possibile per assicurare a entrambi una felice vita familiare. Li accompagna in giro per l’Ungheria tra un’avventura e l’altra. Non cambia idea quando la ragazza si stufa di questa esperienza e li lascia da soli ad affrontare il mondo: il ragazzo farà la scelta migliore.
c853-breathing-into-marbleRespirare nel marmo (Kvėpavimas į marmurą, 2018) è un buon film lituano perfetto nella prima parte e meno convincente nella seconda. Diretto dall’esperta Giedrė Beinoriūtė, qui al suo debutto nel lungometraggio ma autrice di notevoli corti e del riuscito medio metraggio Balkonas (2008) - basato sul romanzo Breathing into Marble della nota scrittrice lituana Laura Sintija Černiauskaitė - il film si concentra sulle sfide di una famiglia moderna. La regista parla delle relazioni e dei legami invisibili che collegano le nostre vite. È una ballata romantica con la trama di un thriller. Epilessia e psicosi, depressione e lussuria, invecchiamento, povertà, tradimento, violenza e il mistero dello spirito umano, affliggono, lottano, si infrangono, cercano una logica e una ragione per coesistere. Ogni scena è studiata con precisione e carica di dettagli evocativi, segnando i passaggi della vita raccontando di famiglia, morte e sessualità. Izabele e Liudas - intellettuali che vivono in una fattoria vicino a una grande città - hanno un figlio di otto anni, Gailio, epilettico è più intelligente della maggior parte dei bambini della sua età. La donna convince il marito ad adottare un bambino di sei anni, solitario e poco felice di abbandonare l’orfanatrofio. Il piccolo non vuole mettere radici in questa nuova famiglia e combatte sempre, anche con violenza, per ottenere l'attenzione della madre. Il film è diviso in due parti: alla fine della prima si ha l’impressione che non ci sia più nulla da aggiungere, ma così non è. La seconda sviluppa la sua anima thriller sconcertando e mettendo in discussione tutto quanto era stato detto fino a quel momento.
(F.F.)


68cc-miriam-liesMiram miente (Miriam dice bugie) porta le firme di Natalia Cagral e di Oriol Estrada, due cineasti nati nella Repubblica Dominicana. Da notare che questo è uno dei pochi prodotti cinematografici realizzati in quel paese. Miriam, quattordicenne di coloreè sta per compiere quindici anni, una data importante che, di solito, nei paesi caraibici è celebrata in pompa magna. Solo che lei non ha fidanzato e, per partecipare alla festa deve inventarsene uno. Eccola allora immaginarsi un compagno francese, impegnato nel settore culturale dell’ambasciata di quel paese. La finzione dura a lungo, ma alla fine la ragazza è messa alle strette dalla madre e non può neppure salvarsi usando un coetaneo con cui scambia una fitta chat, visto che il tipo – anche lui di colore – si dilegua appena la vede di persona. Miriam rimane così ancora più sola, ma l’esperienza che ha fatto le sarà utile in futuro. Il film ha un respiro che sarebbe perfetto per un cortometraggio ed è recitato con intensità da due attrici giovanissime, entrambe sotto gli undici anni. La descrizione del carattere e le pulsioni delle fanciulle è molto precisa, ma rimane un pregio solitario compromesso dalla lunghezza del film. Qui stiamo parlando di figlie di una borghesia moderatamente benestante mentre rimangono fuori i numerosi problemi sociali che gravano su questo paese. Sembra quasi, oltre i pregi della regia, di aver a che fare con una situazione replicabile in qualsiasi parte del mondo e questo è un altro difetto dell’opera.
CalebLandryJonesToTheNightC’è andato giù particolarmente pesante l’austriaco Peter Brunner che ha firmato To The Night (Alla notte) biografia allucinata di uno scultore disturbato di mente che oscilla fra follia e voglia di avere una famiglia normale. Per la verità la barra del personaggio tende più verso la pazzia che non il desiderio di una vita normale. Il film è costruito con la macchina da presa costantemente incollata ai volti dei personaggi e questo sino all’esasperazione. In altre parole è un film piuttosto disturbante e nulla smentisce il sospetto che il regista si diverta a giocare con la sensibilità e l’attenzione dello spettatore. Per quanto ci riguarda gli lasciamo volentieri il gioco in mano e ci limitiamo a registrare la non poca noia che ci ha preso dopo una decina di minuti d’immagini ripetitive e quasi prive di senso.
(U.R.) 

 


amirAmir (2018) aggiunge poco al modo di intendere il cinema in Iran, con impegno sociale e temi spesso drammatici nel loro sviluppo narrativo. Diretto dal debuttante Nima Eghlima, conosciuto per il suo impegno nel sociale è opera composita di cui l’autore dice: Spero sia un film che faccia vedere un'altra prospettiva di noi, dell'ambiente e del tempo. Ho cercato di mostrare un nuovo modo di reazione di una persona in mezzo a condizioni sociali complesse, in particolare una situazione familiare difficile da districare. Ho cercato di rendere Amir un film basato sulle problematiche della vita che mai ti da tregua colorandoli con temi mistici. Il modo di affrontare la storia è sicuramente interessante, capace con poche inquadrature di farci entrare in questo microcosmo difficile solo da pensare possibile. Tutti cercano aiuto dagli altri per potere risolvere i propri problemi e Amir è un po’ il centro di ogni cosa, la persona a cui ci si rivolge per riuscire ad uscire da situazioni non desiderate. Le donne del film appartengono alla nuova società iraniana, non sono succubi, sanno farsi valere, desiderano per sé stesse una vita migliore. Probabilmente, sono i personaggi più interessanti per capire l’evoluzione di quel Paese in cui la tradizione viene messa in discussione. Bravi tutti gli interpreti, ben disegnati dalla sceneggiatura i loro personaggi, buona la direzione che lascia spazio e un pizzico di libertà che permette di evidenziare il valore dei singoli. Incontriamo Amir a trent’anni quando la sua vita diventa l'epicentro dei problemi di amici e di parenti. Al suo amico che accoglie in aeroporto manca l’ex moglie che minaccia di lasciare il paese con suo figlio, una sorella adulta è desiderosa di andarsene di casa nonostante il tentativo dei suoi genitori di tenere unita la famiglia. Non è sicuro che lui voglia aiutare tutti, ma è quasi costretto dalle situazioni contingenti. Il film è una storia sull'attuale generazione iraniana, la cui vita è soggetta a così tante regole che non c'è spazio per il libero arbitrio. Utilizzando inquadrature quasi invasive con riprese perfette, parla di questioni che sono ancora tabù senza mai voler giudicare.
chata -na-prodejOrso con noi (Chata na prodej, 2018) è un film ceco ed è stato scelto dagli organizzatori quale omaggio alla cinematografia di casa che ha nella commedia una delle sue armi vincenti. C’è da dire che la capacità di fare divertire è innegabile ma, nello stesso tempo, manca un qualche cosa da ricordare nonostante il tentativo di raccontare situazioni anche drammatiche: è carente la capacità di staccarsi da stereotipi che rendono ogni cosa prevedibile e poco interessante. Dirige in trentenne Tomáš Pavlíček, con alle spalle un lungometraggio e vari corti presentati in diversi Festival. Siamo di fronte ad una commedia piena di dialoghi che si occupa di una famiglia apparentemente strana, quantomeno speciale. I caratteri sono stati disegnati in maniera tale da piacere al pubblico, ed è così sicuramente, ma diverte soprattutto chi conosce il ceco e le situazioni messe in scena.  Mamma, al momento della stipula del contratto coi nuovi proprietari, non vuole vendere la casa di campagna di famiglia, il padre sì. I figli sono estranei tra loro, il nonno vegeta, la nonna non vuole sentirsi vecchia e crea non pochi problemi: probabilmente è il personaggio più importante della storia. Alla fine la famiglia decide di vendere la villetta in campagna in quanto nessuno ci va più a trascorrere qualche giorno di riposo, ma quella casa contiene così tanti ricordi nostalgici o che la madre quasi cambia idea e impone che tutti passino lì un week end prima che la vendita abbia luogo. Scontri, ripicche, forse riavvicinamenti in un incontro che li segnerà per sempre.

(F.F.)


IDontCareIfWeGoDownAsBarbariansSezione ufficiale

Competizione
Globo di cristallo (25.000 Dollari americani)
„Îm i este indiferent dacă în istorie vom intra ca barbari” (Non mi preoccupo se finiamo nella storia come i Barbari) di Radu Jude (Romania, Repubblica Ceca, Francia, Bulgaria, Germania)
Premio speciale della giuria (15.000 dollari americani)
Sueño Florianópolis (Sogno Florianópolis) di Ana Katz (Argentina, Brasile, Francia)
Premio al miglior regista
A Olmo Omerzu per il film Všechno bude (Mosche invernali) (Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia. Polonia)
Premio alla miglior attrice
Mercedes Morán per la sua interpretazione nel film Sueño Florianópolis (Sogno Florianópolis) di Ana Katz (Argentina, Brasile, Francia).  
Premio al miglior attore
A Moshe Folkenflik per la sua interpretazione nel film Geula (Redenzione) di Joseph Madmony e Boaz Yehonatan Yacov (Israele)
Menzione special della giuria
A Podbrosy (Il saltatore) di Ivan I. Tverdovskiy (Russia, Lituania, Irlanda, Francia) e a Zgodovina ljubezni (Storia d’amore) di Sonja Prosenc (Slovenia, Italia, Norvegia)

e424-suleiman-mountainEast of the West


Concorso
Gran premio East of the West (15.000 dollari americani)
Suleiman gora (La montagna Suleiman) di Elizaveta Stishova (Kirghizistan, Russia)
Premio special della giuria (10.000 dollari americani)
Blossom Valley (La valle dei fiori) di László Csuja (Ungheria)

Film documentari


Concorso
Miglior documentario (5.000 dollari americani)
Putin’s Svideteli (I testimoni di Putin) di Vitaly Mansky (Lettonia, Svizzera, Repubblica Ceca)
Premio special della giuria
Walden di Daniel Zimmermann (Svizzera, Austria)
Premio del pubblico patrocinato dalla rivista PRÁVO
Rain Man di Barry Levinson (Usa 1988)

 

I premi non ufficiali

PREMIO FIPRESCI

Sueño Florianópolis (Sogno Florianópolis) di Ana Katz (Argentina, Brasile, Francia)

GIURIA ECUMENICA

Geula (Redenzione) di Joseph Madmony e Boaz Yehonatan Yacov (Israele)

menzioni a Všechno bude (Mosche invernali) di Olmo Omerzu (Repubblica Ceca, Repubblica slovacca, Slovenia, Polonia) e Miriam Lies (Le bugie di Miriam) di Natalia Cabral e Oriol Estrada (Repubblica Dominicana, Spagna)

PREMIO FEDORA

Suleiman Mountain (La montagna Suleiman) di Elizaveta Stishova (Kirghizistan, Russia).

PREMIO EUROPA CINEMA LABEL

„Îmi este indiferent dacă în istorie vom intra ca barbari” (Non mi preoccupo se finiamo nella storia come i Barbari) di Radu Jude (Romania, Repubblica Ceca, Francia, Bulgaria, Germania)


Commenti ai premi

a46d-the-fireflies-are-goneLa prima cosa che salta agli occhi scorrendo l’elenco dei film ufficialmente premiati dal cinquantatreesimo Festival di Karlovy Vary è la mancanza, fra i titoli premiati, di La scomparsa delle lucciole (La disparition des lucioles) del canadese Sébastien Pilote, che, a nostro giudizio, avrebbe meritato maggiore attenzione. Condivisibili tutti gli altri riconoscimenti, in particolare quelli a Non mi preoccupo se finiamo nella storia come i Barbari („Îm i este indiferent dacă în istorie vom intra ca barbari”) del rumeno Radu Jude e Sogno Florianópolis (Sueño Florianópolis) dell’argentina Ana Katz. Questi due si sono confermati, per varie ragioni, fra i titoli più interessanti della competizione. In complesso, dunque, un verdetto condivisibile almeno nelle sue parti più rilevanti.
(U.R.)

e424-suleiman-mountainNon ci sono state grosse sorprese nella scelta dei vincitori della sezione East to West di questa cinquantatreesima edizione del KVIFF. La montagna di Suleiman (Suleiman Gora, 2017) ha ottenuto il Gran Premio che riconosce anche USD 15.000. È uno dei pochi realizzati in Kyrgyzstan - opera prima della talentuosa Elizaveta Stishova - girato all'interno e nei dintorni del mistico sito patrimonio dell'Umanità montagna Suleiman di Osh. Il film racconta la storia della maturazione di un uomo solo apparentemente adulto che deve prima perdere l'amore per poi ritrovarlo e, forse, mantenerlo. Gioca d'azzardo, è un forte bevitore, un immaturo che mette sé stesso prima della famiglia. Quando sua moglie Zhipara lo chiama per dirgli che ha trovato il loro figlio scomparso, Uluk, l’uomo si precipita da lei con sgomento della sua giovane ed incinta seconda moglie. Presto le nuove dinamiche familiari si estendono oltre i loro limiti, e Karabas entra in crisi cercando di fare convivere le sue vecchie abitudini e le due donne madri di suoi figli: uno rinato e uno ancora da venire. Giusto riconoscimento - Premio speciale della giuria dotato di USD 10.000 – all'ungherese La valle dei fiori (Virágvölgy, 2018), un road movie originale anche se non privo di difetti.  Il regista László Csuja conosce bene il linguaggio cinematografico e televisivo; per il suo debutto nel lungometraggio si è avvalso di due attori non professionisti: Bianka Berényi, autentica icona di Instagram popolare non solo in Ungheria, e László Réti, un pluripremiato campione delle Olimpiadi per diversamente abili. I due hanno conferito grande naturalezza ai loro personaggi che sono subito adottati dal pubblico. Si possono considerati come dei pazzi, sicuramente sono asociali ma la loro logica li porta a fare credere che tutto sia possibile. Questi innamorati in fuga sono raccontati nel loro vitale caos con immagini poetiche di grande dolcezza.
(F.F.)