Festival Internazionale del Film di Cannes 2018 - Pagina 7

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Festival Internazionale del Film di Cannes 2018
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Lazzaro FeliceIl personaggio di cui racconta Alice Rohrwacher in Lazzaro Felice è quello di un ragazzo tanto buono da essere considerato un povero di spirito. Il film è diviso in due parti: la prima, ambientata approssimativamente negli anni sessanta, racconta di un gruppo di contadini sfruttati sino all’inverosimile da una nobildonna che ha tenuto nascosto loro che i tempi sono cambiati, la mezzadria è stata abolita ed ora sono tutti salariati e hanno diritto ad un giusto compenso. Tutto inizia a cambiare quando il nipote della padrona, il giovane bellimbusto Tancredi, inscena un finto rapimento per estorcere denaro alla zia. Il delinquentello utilizza come complice proprio l’ingenuo Lazzaro, ma i suoi disegni sono frustrati dall’arrivo dei Carabinieri che liberano i mezzadri e arrestano la nobildonna. A questo punto il film fa un salto di molti anni e s’incentra su Lazzaro che, creduto morto in seguito a una caduta rovinosa, ritorna in vita quasi miracolosamente grazie all’intervento di un vecchio lupo, si trasferisce in città e qui incontra alcuni degli ex-contadini che ora campano malamente in un’abitazione fortuita, sopravvivendo di piccole truffe e furtarelli. A questo punto ritroviamo il padroncino che abbiamo conosciuto all’inizio, ora invecchiato e rovinato al punto da essere costretto anche lui a vivere in miseria. Un ambiente degradato che non compromette la bontà e l’ingenuità di Lazzaro. Difficile dare un senso netto a questo film che appare più una riflessione ad ampio respiro che come una storia con un inizio e una fine. La regista sembra voler esaltare la forza dell’ingenuità contro le furbizie e gli inghippi del mondo moderno, ma questa è solo una delle possibili lettura di un film complesso e, in alcuni momenti, anche sgangherato. Lasciti i ricordi d’infanzia de Le meraviglie (204), che le hanno fruttato il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes oltre al Nastro d’Argento, la regista sembra essersi ingarbugliata in una storia filosofica che non domina interamente. In altre parole un film riuscito solo in parte.
TaccheggiatoriAncora affari intimi in Manbiki kazoku (Tacheggiatori) del giapponese Kore-eda Hirokazu. Qui siano in un gruppo parentale degradato composto da Osamu e il suo giovane figlio, un’anziana pensionata, la moglie dell’uomo, la nuora e una bimba raccolta per strada da due maschi. Tutti campano, oltre che sui soldi dell’anziana, su una serie di piccoli furti in grandi magazzini organizzati in una maniera che sfiora il professionismo. Tuttavia dietro questa apparente tranquillità familiare si nasconde un segreto che esplode quando la nonna muore di morte naturale. Un quadro che potrebbe nascondere la metafora del Giappone moderno e del suo trascinarsi su debiti e pessime condizioni economiche. Una lettura che, forse, da troppo credito a un film che vuole solo raccontare una storia senza prendersi troppo sul serio come dimostra il finale in cui tutto sembra tornare a posto tranne che per la madre che si è assunta ogni colpa di quanto accaduto. In ogni caso un film troppo lungo, oltre due ore di proiezione, in cui le cose da dire si vedono e intuiscono nella prima ora.