11ma Festa del cinema di Roma

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Sito del festival: http://www.romacinemafest.it/festa-del-cinema-di-roma/

cinema-1Si è aperta nel migliore dei modi la Festa del Cinema di Roma con un tappeto rosso inaugurato da Tom Hanks. Oggi è stata la volta di Oliver Stone, e nei prossimi giorni sono attesi Meryl Streep, Don De Lillo, Bernardo Bertolucci e una dozzina di personaggi famosi. Scomparso invece pochi giorni fa il più illustre degli ospiti, il maestro del cinema polacco Andrzej Wajda, del quale è stato presentato il suo sessantacinquesimo e ultimo film, Powidoki (Immagini residue), profilo rigoroso e profondo del pittore Wladyslaw Strzeminski, attivo tra le due guerre e fondatore del Museo d’Arte Moderna di Lódz, il più importante della Polonia.

78419Il film descrive gli anni difficili e pericolosi della vita del pittore e insegnante dell’Accademia di Belle Arti: gli ultimi quattro, dal 1949 al 1952, quando più si fece sentire l’oppressione sovietica. Per quanto mutilato, aveva perso un braccio e una gamba nella prima guerra mondiale, questo artista aprì la strada all’arte moderna in Polonia con i suoi dipinti e spiegando le ragioni dell’astrattismo affidandole a un libro, Teoria della visione. Il quadro cupo della Lodz di quegli anni è descritto da Wajda col distacco di un poeta: non ci sono torture o violenze sulle persone fisiche, ma la sfiancante e opprimente azione della burocrazia manovrata dal regime che per compiacere Mosca, nell’imposizione del realismo sovietico, riduce alla fame i dissidenti. Sposato con una scultrice, che muore di malattia all’inizio del film, e padre di un’adolescente che il regime ospita in un collegio, Wladyslaw Strzeminski cade in disgrazia per aver osato controbattere un ministro che aveva fatto l’elogio del realismo. Gli viene tolto l’insegnamento, è espulso dall’associazione degli artisti di Lodz, perde la tessera annonaria e qualsiasi tentativo di trovare un lavoro viene reso vano dagli agenti del regime. Con un grande attore come protagonista, Boguslaw Linda, e con misurati personaggi di contorno, il film risulta godibile al di là della drammatica vicenda e del quadro sul tragico momento storico della Polonia.
MV5BMTYxMjk0NDg4Ml5BMl5BanBnXkFtZTgwODcyNjA5OTE. V1 UX182 CR00182268 AL Non altrettanto si può dire del lungo film statunitense Manchester by the Sea (Manchester sul mare) di Kenneth Lonergan, premiato per i suoi due film precedenti, Conta su di me (Lean on Me, 2000) e Margaret (2011). In un piccolo paese del Massachusetts un uomo muore d’infarto, lasciando scritto che suo fratello Lee, (Casey Affleck), si occupi di suo figlio, Patrick, un sedicenne vivace e intraprendente. Lee vive in un altro paese. Idraulico, ma anche custode, è un personaggio introverso e irrisolto che si è allontanato per liberarsi della famiglia e dell’ex moglie. Costretto a tornare a casa dovrà relazionarsi con tutti i suoi, occuparsi dei funerali del fratello e scoprirsi tutore del nipote. Il cinquantaquattrenne regista newyorkese impiega 135 minuti per descrivere le ambasce di Lee, i percorsi tra legali, ospedali, cimiteri, e le frequenti risse provocate dal protagonista che invece di parlare mena le mani. In un film dove nessun personaggio sta bene nella sua pelle, dove tutti hanno i nervi tesi, il cineasta che oltre alla regia è autore della sceneggiatura, infila alcune battute che momentaneamente rompono la monotonia di un film che visto in TV spingerebbe il fruitore a cambiare canale.


27e498199dDi sabato le offerte di cinema della Festa aumentano. Abbiamo scelto il nuovo film di Daniele Vicari, Sole cuore amore e la favola francese d’animazione Louise en Hiver (Luisa d’inverno) di Jean-François Laguionie. Alla vigilia dei cinquant’anni e al suo decimo film considerando anche i corti e i documentari, il regista italiano getta uno sguardo su una giovane famiglia in crisi. Lo fa attraverso due profili di donne, Eli e Vale, poco più che trentenni, amiche d’infanzia che hanno scelto strade opposte. Eli ha quattro figli, il marito disoccupato, e fa la cameriera in un bar di Roma dove quotidianamente arriva dopo circa due ore di viaggio dalla provincia. Va e torna di notte, dalle cinque del mattino alle dieci di sera. E spesso s’incontra con Vale che abita al piano di sotto e che a quell’ora esce di casa per esibirsi in danze di gruppo in locali notturni. A volte s’incontrano anche al mattino, quando Vale rincasa. Orfana di padre, lei vive da single e incontra occasionalmente la madre che non la capisce. Bella l’amicizia con Eli, dei cui bambini si occupa quando serve. Quasi riflesso della crisi, ma soprattutto cronaca di sfruttamento e di piccoli ricatti quotidiani da parte dei più forti, il film mette a nudo la difficoltà di esprimersi di chi perita di perdere il poco che ha conquistato mediante sacrifici. Inoltre parla anche del calore della famiglia, dell’amicizia e della solidarietà che aiutano a sopportare soprusi e guai quotidiani. C’è tuttavia un limite. Vale, che aveva accolto in casa una collega brutalizzata dal compagno, è disorientata quando la vede tornare con lui. Eli, che non trova la forma giusta per chiedere un giorno di permesso per una visita medica, ne pagherà le conseguenze. Incisiva e accattivante l’interpretazione di Isabella Ragonese nei panni di Eli, e altrettanto espressiva quella di Eva Grieco nel ruolo di Vale. Il film, tuttavia, non sembra raccontare una storia, ma fotografa una situazione facendo emergere comportamenti disumani e incomprensioni in un universo circoscritto che sembra andare in malora.
bigUn’incursione nella favola è il regalo di Jean–François Laguionie, 76 anni, col film d’animazione Louise en Hiver. Maestro del disegno animato l’animazione francese che ha firmato il primo lungometraggio nel 1985, Gwen, le livre de sable, (Gwen, il libro di sabbia) dopo aver girato sette cortometraggi, questo cineasta francese racconta di Louise, un’anziana signora in una piccola stazione balneare dove il treno si attiva soltanto a luglio e agosto. Come tutti gli anni si prepara per prendere l’ultima corsa, ma la sveglia si è fermata. Scopre di essere rimasta sola, e spera che in città notino la sua assenza e vengano a prenderla. Non sarà così. Dovrà adattarsi a trascorrere l’inverno in riva al mare e ad affrontare anche giorni di burrasca. Il regista, attingendo anche a ricordi della sua infanzia, segue l’anziana donna nella costruzione di un capanno, durante le passeggiate in riva al mare e, soprattutto, nell’affiorare di fatti adolescenziali, dalla presenza dei genitori al suo primo amore. Vi aggiunge un tocco surrealista facendola incontrare con un cane che parla. Il film dura 75 minuti e si avvale di illustrazioni che sanno di pastello e di acquarelli, con paesaggi e marine dai toni delicati, e un segno leggero che descrive le vicissitudini della protagonista, le bufere e i giorni di sole.


 

La ragazza di BrestStrana domenica quella della Festa che è iniziata con un grappolo di film inediti. Nella sala principale l’inchiesta sul farmaco Mediator, che in Francia ha provocato centinaia di morti, e la battaglia della pneumologa Irène Frachon, che ha rischiato la carriera e una condanna per le sue accuse. Intitolato La fille de Brest (La ragazza di Brest), il film è diretto da Emmanuelle Bercot ed è interpretato da Sidse Babett Knudsen e Benoît Magimel, tre cineasti nati tra il 1966 e il 1968. Attrice e regista Emmanuelle Bercot vanta diversi premi, Sidse Babett Knudsen, danese, ha recitato a Parigi ed è stata premiata par la serie tivù Borgen – Il potere, lanciata nel 2010, Benoît Magimel, che esordì a dodici anni, ha interpretato più di cinquanta film. C’erano tutte le premesse per realizzare un film interessante. Si dà il caso che Emmanuelle Bercot, che insieme con Séverine Bosschem ha sceneggiato il film dal libro di Irène Frachon Mediator 150 mg, non abbia pensato a un intreccio o a personaggi di contorno che potessero conferire spessore narrativo alla finzione che è stata scelta per veicolare l’inchiesta. Qualche veduta del porto di Brest o qualche interno di famiglia non bastano a rendere cinematografico un film di due ore e otto minuti che, quando non descrive rigorosamente i dettagli di un’autopsia, illustra le discussioni tra la pneumologa e il suo amico ricercatore o gli scontri con i produttori del farmaco. Se la sarebbe cavata in maniera eccellente Milena Gabanelli con il suo Report dando tutte le notizie necessarie, smascherando i colpevoli e soprattutto informando il pubblico. E questo è il punto: ci sono schermi per l’informazione e ci sono altri schermi per l’intrattenimento. E poi ci sono gli attori: Benoît Magimel a cinquant’anni si è appesantito, si muove poco e recita lemme lemme nei confronti con la collega Sidse Babett Knudsen che porta all’eccesso tutte le espressioni esagerando il suo comportamento di paladina della giustizia.
MV5BMjAxNDgwNDYzMl5BMl5BanBnXkFtZTgwNTQ3NDc3OTE. V1 UX182 CR00182268 AL Altro film della sezione ufficiale, The Eagle Huntress (La cacciatrice di aquile) dell’inglese trapiantato a Manhattan, Otto Bell. Autore di quindici documentari girati su tre continenti, questa volta ha scelto la finzione per tracciare il profilo di una ragazza di tredici anni, appartenente a una famiglia nomade della Mongolia. Discendente da generazioni di cacciatori di aquile, Aisholpan Nurgaiv ha appreso dal padre la ricerca e la cattura di aquilotti da addestrare per impiegarli nella caccia alla volpe. E’ suo desiderio diventare cacciatrice in una società patriarcale che non ha mai considerato l’ammissione di donne. Robusta, determinata e brava a scuola, sostenuta dai genitori che ritengono le donne capaci di svolgere tutti i lavori che svolgono gli uomini, la ragazza apprenderà dal padre le regole della caccia con questi rapaci e parteciperà alla Festa delle Aquile nella regione dell’Altai, evento a cui parteciperanno settanta cavalieri. Prodotto da Usa, Gra Bretagna, Mongolia e interpretato dalla stessa Aisholpan Nurgaiv, Nurgaiv Rys e Alma Dalaykhan, il film dura 87 minuti. Sullo sfondo la vita quotidiana dei nomadi del deserto, inframezzata da immagini dei monti Altai, ghiacciai e deserti, l’opera illustra il tirocinio della ragazza e l’addestramento delle aquile. Tra i momenti migliori, quello dell’impervia salita sui monti per prendere gli aquilotti dai nidi.


captain fantastic ver2 xlgNella sezione ufficiale della Festa, in collaborazione con la sezione Alice nella città, il film vincitore della Quinzaine di Cannes, Captain Fantastic (Capitano Fantastic), secondo film di Matt Ross dopo 28 Hotel Rooms del 2012. Attore per oltre vent’anni e autore di corti, a 46 anni questo cineasta scrive e realizza un film su un padre che vuol impartire ai figli un’educazione che coinvolga il corpo e la mente per farne degli adulti eccezionali. Nel cuore delle foreste del Nord America, dalle parti del Pacifico, Ben Cash tira su sei figli con esercizi fisici quotidiani, lezioni di sopravvivenza e letture selezionate. Apprende loro a cacciare e a scalare monti, e non dimentica di elencare tutti i guasti della società civile. La morte della madre dei ragazzi, malata da tempo e lasciata in città alle cure dei parenti, costringe la piccola tribù a recarsi al funerale, che sarà motivo di scontro perché i genitori della defunta la preparano per un funerale cristiano, mentre lei si professava buddista e con una lettera aveva chiesto di essere cremata. Ben (Viggo Mortensen) affronta a brutto muso il suocero, (Frank Langella), ma capisce che potrebbe fargli perdere l’autorità sui figli, che sanno tante cose ma non sono mai andati a scuola. Il film, non privo di spunti umoristici, mette a fuoco il desiderio di un padre di impartire ai figli un’educazione che li renda forti e consapevoli, e con qualche nozione idealista di socialismo, senza tener conto però del fatto che, crescendo isolati, non sapranno come relazionarsi con gli altri. Sono ben sei i figli: uno pronto per l’università, due ragazze adolescenti, un giovinetto e due bambini. E la tribù funziona, ma poi, come inserirsi in società? Vivace e accattivante il film dura due ore e diverte lasciando emergere i guasti derivati da buone intenzioni che si rivelano utopiche.
Denial 2016 filmHa passato i settant’anni Mick Jackson, regista di Guardia del corpo (The Bodyguard, 1992) e attivo da oltre quarant’anni con numerosi film e serie TV alle spalle. Ha deciso di portare sugli schermi una vicenda di negazionismo del 1996 basandosi sul libro di Deborah E. Lipstadt, Denial: Holocaust History on Trial (Negazione: Processo alla Storia dell’Olocausto). Ha affidato la sceneggiatura al drammaturgo e regista David Hare per raccontare in Denial, che in italiano s’intitola La verità negata, le polemiche suscitate dallo storico inglese David Irving che citava il rapporto pseudoscientifico Leuchter come prova della falsità dell’Olocausto. Nel suo libro, la storica americana Deborah Lipstadt gli dava del negazionista, e David Irving la citava in giudizio per diffamazione. Ora, secondo la legge inglese, spetta all’accusato dimostrare la propria innocenza, e in questo caso dimostrare che l’Olocausto non è un’invenzione. Un quartetto di inglesi, Mick Jackson, David Hare, gli attori Timothy Spall e Tom Wilkinson, e l’americana Rachel Weisz hanno contribuito alla realizzazione di un film di 110 minuti imperniato su un processo che mostra le incongruenze e i guasti di una società che offende la memoria storica. Lo hanno fatto con rigore e con eleganza smontando un processo perlomeno bizzarro raggiungendo un delicato equilibrio tra atti processuali e vicende personali.


Il contabileAddirittura quattro anteprime in contemporanea per la stampa, stamattina alle nove, dall’australiano Goldstone (Pietra d’oro) di Ivan Sen al cipriota Boy on the Bridge, (Ragazzo sul ponte) di Petros Charalombous, dall’inglese The Secret Scripture (La scrittura segreta) di Jim Sheridan all’americano The Accountant (Il contabile) di Gavin O’Connor. Sebbene abbia una durata di 128 minuti abbiamo scelto quest’ultimo, e non ce ne siamo pentiti perché si tratta di un film commerciale che a fine mese uscirà in tutta Italia e che riesce a raccontare in maniera credibile storie al limite del verosimile. Gavin O’Connor, poco più di cinquant’anni, e tra cinema e Tivù una dozzina di realizzazioni alle spalle, fa parte della grande macchina hollywoodiana e ha girato un film d’azione, drammatico e con qualche spunto fantastico, ma col proposito di attirare anche l’attenzione su nuovi metodi per affrontare problemi di autismo. Primo intento, tuttavia, resta il divertimento mediante un film complesso, pieno di colpi di scena e di qualche spunto ironico. Christian Wolff è un bambino autistico. Il padre, ufficiale dell’esercito Usa, si serve dei migliori maestri per crescere lui e il fratello sani, forti e istruiti. Christian diventa esperto di arti marziali e maneggia tutte le armi, anche quelle più moderne, ma è soprattutto un genio della matematica. Lo ritroviamo quarantenne, (Ben Affleck), taciturno e controllato, in un ufficio di consulenza fiscale della provincia. In realtà è soltanto una copertura per svolgere attività di commercialista freelance per delle pericolosissime organizzazioni criminali. Senonché Ray King (J.K. Simmons) della Sezione Crimini del Dipartimento del Tesoro inizia a nutrire dei sospetti, e lui accetta un lavoro da un cliente regolare, una compagnia di robotica d’avanguardia dove un’impiegata (Anna Kendrick), ha scoperto un ammanco di milioni di dollari. Quando Christian riesce a spiegare la discrepanza nei conti, la compagnia blocca il suo lavoro, lo paga e lo licenzia. E lui è pronto a farsi da parte, come ha sempre fatto, ma appena intuisce che vogliono eliminare la ragazza con la quale ha analizzato i conti, si getta nella lotta inserendosi in uno scontro mortale che illuminerà il film con qualche fuoco d’artificio.
NaplesStranamente alle 11.30 all’Auditorium c’era solo un film, Naples ‘ 44 di Francesco Patierno. Dal premiato Pater familias del 2003, Patierno ha girato almeno altri cinque film. Questo è l’ultimo, basato sull’omonimo libro di Norman Lewis (1908 - 2003), l’ufficiale inglese che sbarcò a Napoli nel 1943 con la Quinta Armata americana. Impiegando spezzoni di documentari e di film, fotografie e immagini di oggi, il regista, napoletano verace, ha voluto rendere omaggio alla sua città attraverso l’amore che per Napoli ha espresso un ufficiale inglese che è stato testimone dei bombardamenti della città, della popolazione affamata, dell’eruzione del Vesuvio e di altri disastri. Nel documentario di 83 minuti si avvicendano immagini in bianco e nero e immagini a colori, con squarci di Napoli che rimandano all’Aleppo di oggi, e con volti consunti di bambini dagli occhi vispi, piccoli ai quali il militare riconosceva intelligenza e vivacità, come era affascinato dall’intelligenza dei napoletani che riuscivano a sottrarre beni alle truppe alleate per dar vita a un fiorente mercato nero. E alla scoperta della gente si univa il fascino per la storia e per la cultura: dall’impressione suscitata dai templi di Paestum ai numerosi palazzi e alle chiese di Napoli col corredo dei santi protettori, San Gennaro in pole position. Documentario istruttivo per le generazioni che non hanno vissuto la guerra, e riaffiorare di memorie per gli anziani.


4a4b25b272Mattinata piacevole alla Festa con l’opera prima di una cineasta romana e col terzo film di un regista di Bruxelles. Maria per Roma, scritto, diretto e interpretato da Karen Di Porto dura 93 minuti ed è un omaggio alla città eterna ripresa sullo sfondo delle peripezie di una dinamica e giovane aspirante attrice. Dall’alba al tramonto, e anche fino a notte inoltrata, Maria e la sua cagnolina Bea vanno avanti e indietro su un motociclo per le vie della città per accudire turisti che hanno scelto di trascorrere una vacanza in appartamenti storici. Gli amici le inviano messaggi in continuazione, il datore di lavoro le sta col fiato sul collo. Petulante la madre che vorrebbe vederla sposata, dolce il ricordo del padre che le suggeriva massime di vita. Giornate intense dunque ed è facile capire che Maria è sempre in ritardo. Il film racchiude una giornata tipo di Maria, sempre intenta a ritagliarsi piccoli spazi per prove di recitazione, e con una notte particolare, quella di una festa alla Casa del Cinema dove è stata invitata da un giovane regista dopo un provino ritenuto eccellente. Assumono quasi un ritmo da cardiopalma gli andirivieni per la città, smussati da spunti ironici sul comportamento dei vacanzieri, da curiosi quadretti che romani intraprendenti offrono ai turisti, dalle cure di Maria per Bea. Non nuovo il soggetto: l’eterna lotta dell’artista per la sua affermazione, ma l’interpretazione spigliata e sorridente della protagonista, la misurata partecipazione di alcuni personaggi di contorno e la peculiarità di alcune vedute di Roma ne fanno un film da consigliare. La fotografia è di Maura Morales, il montaggio di Mirko Garrone.
Poster 203293Drammatica, invece, l’impostazione di Noces (Nozze) di Stephan Streker, film basato su un fatto realmente accaduto in Belgio nel 2007. Si svolge all’interno della comunità pakistana e ha come protagonista una ragazza di diciotto anni, Zahira, studentessa di liceo che vive con i genitori, che gestiscono un negozio, col fratello maggiore e la sorellina. La giovane è rimasta incinta da una relazione con un ragazzo pakistano che però non vuol sapere del bambino e neanche di lei. Superato un angosciante problema di coscienza, la ragazza abortisce in una ASL e torna a vivere secondo l’educazione europea pur praticando la fede musulmana. Nella tradizione pakistana, però, una donna nubile è la vergogna della famiglia e i genitori le propongono tre giovani residenti in Pakistan ai quali hanno inviato la sua fotografia. Lei non vuole sposarsi e quando mostra le foto dei pretendenti all’amica del cuore li criticano e ne ridono. La ragazza si ribella allontanandosi da casa e andando a dormire dall’amica. Senonché i genitori invitano la sorella maggiore, sposata a un pakistano e residente a Barcellona, per convincere la figlia. Tessono una tela di ragno, forti della tradizione, e la convincono a sposarsi con una cerimonia via Internet. Lei accetta credendo che dopo la cerimonia avrà ancora tempo prima di incontrare il marito, ma i genitori hanno già preparato biglietti e passaporto e tutto è pronto per la partenza. La ragazza si ribella di nuovo, ma alla fine la tradizione avrà la meglio. Casi del genere, e con finali tragici, si sono avuti anche in Italia. Il regista descrive la vicenda con rigore mettendo in risalto l’incomprensione tra una ragazza educata in Europa e cresciuta con coetanei europei e la mentalità delle vecchie generazioni che pur vivendo in Occidente continuano a comportarsi secondo la tradizione del paese. Gli attori sono Lina El Arabi, Sébastien Houbani, Babak Karimi e Neena Kulkarni. 


Florence Foster Jenkins filmL’ottava giornata della Festa si è aperta con due film di registi inglesi ambientati a New York durante la prima metà del secolo scorso, ambedue ispirati da personaggi reali. Stephen Frears racconta in 111 minuti la vicenda di Florence Foster Jenkins, ereditiera di New York, appassionata di musica classica, generosa mecenate e fondatrice del Club Verdi. Col sostegno del marito inglese, il manager St. Clair Bayfield, organizzò numerose serate musicali riservando per sé le performance canore, soprattutto nel 1944 quando le riuscì di cantare nel celebre Carnegie Hall lasciando entrare gratuitamente centinaia di militari in licenza. Il problema, però, risiedeva nella sua voce, incontrollata e spesso esagerata, che veniva applaudita dagli amici e messa in ridicolo dagli estranei. Era stato il marito, attore di scarso successo, a farle credere di avere una voce stupenda, e si era adoperato affinché noti musicisti gli tenessero il gioco. Inoltre, come fondatrice del Club Verdi, godeva anche dell’amicizia di Arturo Toscanini. E tutto filò liscio fino a quando un critico musicale stroncò la sua performance. Il marito comprò e distrusse numerose copie del giornale, ma gliene sfuggì una che distrusse sua moglie. E’ stata la sceneggiatura di Nicholas Martin a incuriosire il regista che l’ha trovata arguta e divertente e che ha diretto in maniera eccellente tre attori che si direbbero i personaggi originali. La coppia Meryl Streep-Hugh Grant funziona a meraviglia. Appassionati, a volte ridicoli e grotteschi, sembrano vivere dentro un sogno: lei è l’illusa, lui l’orditore di trame, ma devoto e ottimista. Il terzo è una splendida sorpresa, l’attore americano Simon Helberg, famoso per il personaggio di Howard Wolowitz nella serie TV The Big Bang Theory, che qui interpreta un disorientato maestro di piano.
large large 2HjAMSCxHFdOycBKGmIOlMe9sUPInglese anche Michael Grandage, regista teatrale di successo in Gran Bretagna e negli Usa, qui al suo debutto cinematografico con Genius (Genio) su sceneggiatura di John Logan dal libro di A. Scott Berg Max Perkins, l’editor dei geni. Siamo di nuovo nel Biopic soltanto che questa volta non c’è niente di divertente. Si parla di Max Perkins (1884/1947), editore e scopritore di talenti della Scribner’s Sons di New York il quale aveva già lanciato Scott Fitzgerald (1896 – 1940) e Ernest Hemingway (1899 – 1961) quando gli presentarono il manoscritto di Thomas Wolfe Look Homeward, Angel (Angelo, guarda il passato). Malgrado trovasse il testo troppo lungo, e lo scrittore eccentrico ed esagitato, l'editor considerò geniale l’approccio letterario del giovane autore. Diventarono amici e di questo narra il film: il difficile rapporto tra un tranquillo padre di famiglia e un giovanotto irruento e logorroico. Ambientato negli Anni Trenta mette in evidenza la vita disordinata e turbolenta di dello scrittore e il rapporto conflittuale con la moglie, in contrasto con la tranquilla vita di famiglia dell’editore. Ne esce un bel profilo dell’impresario, interpretato da Colin Firth, misurato e determinato, e di quello del romanziere, interpretato da Jude Law, variante moderna di genio e sregolatezza, ma in realtà condizionato da una malattia al cervello che lo stroncherà a 38 anni. In ruoli minori, le due mogli, Laura Linney e Nicole Kidman, Guy Pearce in quello di Scott Fitzgerald e Dominic West nei panni di Ernest Hemingway. In tutto 104 minuti parlando di libri, del ruolo dell’editore e di tagli necessari per la pubblicazione, di uomini con una visione profonda e personale del mondo.