50mo Karlovy Vary International Film Festival

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PosterKV20153 luglio  – 12 luglio 2015

sito web:http://www.kviff.com/en/news/

Il Festival del Cinema di Karlovy Vary, ridente cittadina termale nella Repubblica Ceca, è arrivato alla cinquantesima edizione. Non poco per una rassegna cinematografica nata con scadenza annuale, passata ad appuntamento biennale durante il periodo del socialismo reale (così avevano chiesto e ottenuto i burocrati sovietici per dare spazio alla manifestazione moscovita) e ritornata a scadenza annuale dopo la caduta del regime comunista. L’edizione di quest’anno sarà celebrata in modo particolarmente sontuoso con una sorte di festa popolare nella spazio antistante l’Hotel Termal ove si trova la direzione della manifestazione e alcune delle sale che ospitano le sezioni più importanti.

Questo festival si è sempre distinto per la sensibilità con cui ha dato spazio alle opere alle cinematografie culturalmente più ricche anche se scarsamente conosciute sul circuito commerciale internazionale. Questo è il principale cartellone 2015.

CONCORSO

Antonia
Regia: Ferdinando Cito Filomarino
Italia, Grecia, 2015, 96 min. Prima mondiale.
Babai
Regia: Visar Morina
Germania, Kosovo, Macedonia, France, 2015, 104 min. Prima internazionale.
Bob and the Trees (Bob e gli alberi)
Regia: Diego Ongaro
USA, 2015, 91 min. Prima internazionale
Box (Pugilato)
Regia: Florin Şerban
Francia, Germania, Romania, 2015, 96 min. Prima mondiale
Le bruit des arbres (Il rumore degli alberi)
Regia: François Péloquin
Canada, 2015, 79 min. Prima mondiale.
Czerwony Pająk (Il ragno rosso)
Regia: Marcin Koszałka
Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, 2015, 95 min. Prima mondiale.
Domácí péče (Cure domiciliari)
Regia: Slávek Horák
Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, 2015, 92 min. Prima mondiale.
Guldkysten (La costa d’oro)
Regista: Daniel Dencik
Danimarca, 2015, 100 min. Prima internazionale
Heil

Regia: Dietrich Brüggemann
Germania, 2015, 103 min. Prima internazionale
Jeder der fällt hat Flügel (Coloro che cadono hanno le ali)
Regia: Peter Brunner
Austria, 2015, 92 min. Prima mondiale.
Kobry a užovky (I fratelli serpenti)
Regia: Jan Prušinovský
Repubblica Ceca, 2015, 111 min. Prima internazionale.
La montagne magique (La montagna magica)
Regia: Anca Damian
Romania, Francia, Polonia, 2015, 95 min. Prima internazionale.
Pesn pesney (Canzone delle canzoni)
Regia: Eva Neymann
Ucraina, 2015, 75 min. Prima mondiale.

 

CONCORSO EST DELL’OVEST

A szerdai gyerek (Il bambino del mercoledì)
Regia: Lili Horváth
Ungheria, Germania, 2015, 94 min. Prima mondiale.
Cesta do Říma (Viaggio a Roma)
Regia: Tomasz Mielnik
Repubblica Ceca, Polonia, 2015, 100 min. Prima mondiale.
Chemia (Chemio)
Regia: Bartek Prokopowicz
Polonia, 2015, 105 min. Prima mondiale.
Krom (Cromo)
Regia: Bujar Alimani
Albania, 2015, 78 min. Prima mondiale.
Lumea e a mea (Il mondo è mio)
Regia: Nicolae Constantin Tanase
Romania, 2015, 104 min. Prima internazionale.
Między nami dobrze jest (Non importa quanto duramente ci abbiamo provato)
Regia: Grzegorz Jarzyna
Polonia, 2014, 70 min. Prima internazionale.
Prach (Polvere della terra)
Regia: Vít Zapletal
Repubblica Ceca, 2014, 95 min. Prima mondiale.
Sarmaşık (Edera)
Regia: Tolga Karaçelik
Turchia, 2015, 104 min. Prima europea.

Sutak (Nomade celeste)
Regia: Mirlan Abdykalykov
Kirghisia, 2015, 81 min. Prima mondiale
Tetarti 4:45 (Mercoledì 4:45)
Regia: Alexis Alexiou
Grecia, Germania, 2015, 116 min. Prima europea
Ti mene nosiš (Tu mi porti)
Regia: Ivona Juka
Croazia, Slovenia, Serbia, Montenegro, 2015, 155 min. Prima mondiale
Zero (Zero)
Regia: Gyula Nemes
Ungheria, Repubblica Ceca, Germania, 2015, 83 min. Prima mondiale. 

(U.R.)


 

richard-gere-in-time-out-of-mindPer festeggiare la cinquantesima edizione del KVIFF, è stato creato un video completo, informato e mai noioso su tutte le edizioni fino ad ora svolte. Diverte per alcune scene, commuove per altre ma, sicuramente, rimarrà giusto tributo ad un Festival che da anni fa tendenza. Premio per la carriera a Richard Gere che intrattiene il pubblico per oltre cinque minuti, la consegna a lui del premio e la presentazione di Time Out of Mind che fino ad ora non ha avuto grande successo anche quando è stato presentato in Festival interessanti quali quelli di Toronto e Roma. Si ha l’impressione che l’attore statunitense, privo di storie che lo interessassero, volesse dimostrare con questo film sue eventuali doti da grande attore. E invece deve accontentarsi di recitare come sa, di essere affascinante magari suonando da par suo pianoforte o tromba. La sceneggiatura era nel cassetto dell’attore da oltre 10 anni senza mai trovare nessuno a portarla sullo schermo fino a quando, quale produttore oltre che protagonista, decide di proporla a Oren Moverman. La storia, che racconta alcuni giorni nella vita di un senzatetto newyorchese, era stata scritta addirittura negli anni Ottanta. Le croste sul volto e il suo cappotto sdrucito suggeriscono che la vita non è esattamente benigna per il protagonista del terzo film dello sceneggiatore-regista. Lo incontriamo nel momento in cui è cacciato da un appartamento abbandonato e decadente sulla strada con tutti i suoi beni al seguito. Da quel momento è un vero senzatetto e presto si adatta a chiedere l’elemosina, a dormire in tristi dormitori, a non attendersi più nulla dalla vita. Il film ha un taglio quasi documentaristico e predilige la staticità di immagini realizzate senza fretta piuttosto che una sceneggiatura in cui accada qualcosa. Gere non è certo aiutato dal cineasta che lo dirige a rendere memorabile il personaggio di quest’uomo che non ha il coraggio di dire alla figlia quanto le vuole bene. Il regista, sceneggiatore, ex giornalista, è nato in Israele, ma ora vive a New York. Ha scritto e diretto The Messenger (2009), proiettato al Sundance e Berlino. Ha voluto fare un opera minimalista e ha privato Gere dei suoi scatti da piacione per renderlo triste e disperato soltanto con l’aiuto di una barba incolta. Finale a dire poco scontato.
(F.F.)

HeilPer quanto riguarda il concorso vero e proprio non si può dire che il debutto sia stato particolarmente entusiasmante. Heil del tedesco Dietrich Büggemann è un misto, non ben riuscito, fra commedia bavarese e la politica. Un gruppo di neonazisti sogna di far rinascere l’orgoglio del popolo tedesco inscenando una finta invasione della Germania da pare di un sedicente esercito polacco. La cosa fallisce, come era prevedibile sin dalla prime sequenze, e i nipotini del Fuhrer o si uccidono fra di loro o sono presi a legnate dai veri tedeschi. Prima di approdare a questo risultato, tuttavia c’è una lunga catena di passaggi cadenzati da uno scrittore tedesco di pelle nera che cambia idea ogni volta che riceve un colpo in testa, passando da posizioni progressiste a slogan nazisti ripetuti a pappagallo. Intorno ci sono la moglie del nero e un poliziotto cui i nazi sparano, rubano la pistola e bruciano l’auto con il risultato di farlo cacciare dal corpo ad opera di un superiore non si sa se più imbecille o opportunista. In poche parole un pasticcio difficilmente digeribile e scarsamente invitante per uno spettatore non tedesco che riesce difficilmente a cogliere i molti ammiccamenti contenuti nella storia.
AntoniaPoco meglio quanto offerto da Antonia, opera d’esordio dell’italiano Ferdinando Cito Filomarino che traccia un ritratto della breve vita della poetessa e fotografa milanese Antonia Pozzi (1912 – 1938), donna dalla vita tribolata e segnata dal rapporto sentimentale con il suo professore di latino e greco Antonio Maria Cervi; relazione che il docente interruppe bruscamente dopo un incontro con il padre della ragazza. Segnata da questa cocente delusione giovanile e dai continui scontri con il genitore che esercitò nei suoi confronti una vera censura morale e religiosa, la giovane scivolò progressivamente su una china che la portò al suicidio a soli ventisei anni. Non meno pesanti le difficolta a cui fu costretta a far fronte dal clima dell’epoca, ostacoli culminati nel 1938 dalla proclamazione da parte del regime fascista delle famigerate leggi razziali che colpirono vari suoi amici. Nel portare sullo schermo questo personaggio complesso e psicologicamente ricco il regista mette completamente da parte tutto ciò che riguarda l’esterno commettendo un errore grave di omissione, basti pensare a quanto successo, anche a Milano, fra la fine della prima guerra mondiale e l’affermazione del fascismo. In questo modo il film si trasforma in un ritratto personale e psicologico su cui non ha quasi alcuna influenza ciò che capita oltre le pareti delle belle stanze in cui vive la protagonista con i suoi familiari.
(U.R.)

 


158742335 868d84Domáci péče (Cure domiciliari) del ceco Slávek Horák è il bel ritratto di un’infermiera di mezza età che aiuta senza risparmiarsi anziani e ammalati immobilizzati. Per farlo percorre molti chilometri in pullman o a piedi e segue la sorte dei suoi pazienti sino alla tomba. In casa ha una situazione non proprio positiva: il marito preferisce la grappa alle effusioni affettive, la figlia è andata a Praga con un compagno ed ora aspetta un figlio. Ad aggravare le cose arriva, come un colpo di fulmine, la diagnosi di tumore al pancreas che le lascia al massimo sei mesi di vita. I medici le consigliano di attendere la fine riposandosi e cercando un’impossibile serenità, lei preferisce intensificare il lavoro nonostante i ripetuti attacchi di vomito e dare orecchio a terapie alternative come l’introspezione psicologica, l’idea del male come conseguenza di squilibrio mentale, il ricorso all’imposizione delle mani da parte di una pranoterapeuta. Nel film è ambientato in una campagna non del tutto arcaica ma non ancora modernizzata. C’è una sequenza che funziona come vera e propria sintesi del discorso, è quella in cui lei è colpita da un doloroso attacco di vomito mentre sta aiutando il marito e un vicino a fare i lavoro agricoli. La donna è distrutta dai continui conati ma i due uomini continuano a trangugiare alcol senza accorgersi di nulla o prestarle soccorso. E’ un ritratto doloroso, per quanto venato d’umorismo, della forza di un essere umano capace di sacrificarsi per gli altri, anche se quasi nessuno se ne accorge. Il finale, con la sua seggiola che rimane vuota durante la festa per il matrimonio tardivo della figlia e dopo che il marito ha fatto l’amore con lei più seguendo i fumi alcolici che non per resipiscenza affettiva, è dolorosamente e simbolicamente efficace.
song-of-songsGiudizio diverso quello su Pesn pesney (Il cantico dei cantici) dell’ucraina Eva Neymann che si è ispirata a un racconto del famoso scrittore statunitense di origine ucraina Solem Aleichem (1859 – 1916, nome d’arte di Sholem Naumovich Rabinovich) autore dei racconti contenuti nel Cantico dei Cantici - Un amore di gioventù in quattro parti (pubblicato in Italia nel 2004). Il film racconta, con immagini straordinariamente precise, l’amore di Shimek per Buzi, la nipote che è stata accolta in casa dopo la morte del padre. I due sono cresciuti insieme, assieme hanno partecipato ai rituali ebraici e fatto lunghe passeggiate senza che il ragazzo palesasse i suoi sentimenti. Passano gli anni e Shimek ritorna dalla grande città in cui è emigrato e scopre che Buzi sta per sposare un altro e non gli potrà più appartenere. Tutto questo funziona da traccia per un ritratto della vita degli ebrei centroeuropei all’inizio del secolo scorso, fra misera, bigottismo, divisioni classiste e terrore per i continui pogrom. E’ un film molto curato, ma sostanzialmente freddo che solo a momenti recupera la passione che trasuda dalla pagina scritta. Un’opera più di testa che di cuore.

(U.R.)

Jurney to RomeEast of the West è da sempre il fiore al occhiello del Festival, serbatoio da cui scaturiscono opere di autori interessanti, al loro primo o secondo titolo, tutti realizzati nelle ex Repubbliche Sovietiche, nei Balcani in Grecia e Turchia. Dodici i titoli in concorso, tra cui anche alcuni realizzati nella Repubblica ceca quale Cesta do Říma (Viaggio a Roma) diretto da Tomasz Mielnik, talentuoso personaggio dello spettacolo. Film a tratti anche molto divertente, ha come difetto il continuo volere stupire, aggiungere effetti e personaggi che incuriosiscano o strappino un sorriso in più. Così facendo in più di un momento perde lo spettatore che si sente giustamente spaesato. Ci sono tante storie nel mondo quante sono le persone. Il custode particolarmente timido e privo di aspettative di una pinacoteca diventa un riluttante ladro di quadri. Lo fa perché circuito da bella ragazza che dice di essere di lui innamorata e che lo convince prima ad appropriarsi del dipinto e poi di portarlo a Roma con un viaggio avventuroso, quasi tutto in treno. Incontra varie persone, nessuna normale, ascolta un sacco di storie, è inseguito sia da una coppia di improbabili poliziotti e da cattivi ai limiti dell’impossibile. Si svolge a fine anni settanta, inizio anni ottanta: questo road movie dai toni di commedia demenziale e sulla ricerca del senso della vita è il primo lungometraggio del regista che dimostra di non volere soccombere anche a certa globalizzazione cinematografica.
SarmasikTutt’altro discorso per la drammatica commedia psicologica coprodotta dai turchi assieme ai tedeschi: è un sodalizio che prosegue da anni non soltanto perché la più grossa comunità turca risiede proprio in Germania, ma perché c’è stato negli anni novanta un accordo di cooperazione siglato dai governi d’allora. Ivy Sarmaşık (idem, 2015) è il nome di uno dei tanti cargo che solcano il mare. Non moderno ma neanche carretta, con un equipaggio ridotto come numero di persone ma che rappresenta varie religioni e diversi paesi. La convivenza è possibile solo quando tutto va per il meglio, gli stipendi sono pagati, non ci sono grandi tensioni, ma capita che la nave si sia rifiutata in un porto per i debiti dell’armatore, che l’equipaggio non sia retribuito, che si sia appena imbarcato un cipriota e l’apparente armonia scema immediatamente. Anche il comandante, quando iniziano a scarseggiare i viveri, dimostra poco equilibrio e tra i suoi uomini c’è qualcuno che lo vorrebbe uccidere. Ci sono poi morti, fantasmi allucinazioni. Tolga Karaçelik dirige con bravura un gruppo di attori non particolarmente noti ma sicuramente bravi.
(F.F.)


lebruitdesarbresLe bruit des arbres (Il rumore degli alberi), opera prima del canadese François Péloquin, è un rapido – solo 79 minuti – ritratto dell’inquietudine di un giovane che lavora in una segheria con il padre. Il quadro è quello della provincia rurale del Québec ove i giorni passano senza che nulla accada o venga a interferire con un rituale fatto di lavoro, bevute, corse in macchina, amori fugaci, interni familiari con madri disfatte, padri abbruttiti da un’incipiente vecchiaia e da una vita priva di orizzonti. Tanto grigia che qualcuno, anche se benestante, la fugge suicidandosi. E’ il caso dell’allevatore di vacche da latte che s’impicca, apparentemente senza un motivo, dopo aver aperto le valvole che disperdono sul pavimento il prezioso liquido. La sua morte sarà l’occasione per un’asta dei beni lasciti che consentirà al diciasettenne Jéremie un ultimo gesto d’amore verso il padre, prima di partire (definitivamente?) dalla casa in cui è nato e che il fratello ha già abbandonato sposandosi. E’ un ritratto preciso e impietoso della solitudine che trasmigra negli animi dalla grandi distanze e riempie esistenze immerse nel vuoto del tempo e dello spazio. Un esempio di come sia possibile, quando si hanno le idee giuste, fare cinema senza grandi mezzi o storie roboanti.
The red spiderQualche cosa di simile accade anche in Gzerwoni pająk (Il ragno rosso) del polacco Marcin Koszałka che ambienta il film nella Cracovia del 1967 quando la città è sconvolta da una serie di omicidi di donne e bambini perpetrati da un serial killer che la polizia battezza Il Ragno Rosso. Karol, che i genitori vorrebbero diventasse medico come il padre, per ora è assorbito dall’attività sportiva di tuffatore ove sta ottenendo ottimi risultati. Casualmente scopre l’ultimo omicidio dell’assassino seriale e lo vede pochi istanti dopo che ha commesso il delitto. Lo pedina e identifica (un veterinario ombroso, affascinato dal potere che ha chi può dare la morte agli altri) ma non lo denuncia, anzi si presenta a lui sperando di diventarne una sorta di suo discepolo. Quando il delinquente lo mette alla prova, chiedendogli di uccidere una fotografa di cui è diventato l’amante, lui vacilla. Sarà allora il vero ragno rosso ad ammazzare la donna a martellate. Schiacciato dalla propria impotenza trova sfogo confessandosi autore dei crimini al posto dell’altro. Sarà condannato a morte e impiccato. Undici anni dopo il suo ritratto comparirà in una mostra d’arte e sarà proprio il vero assassino, tutt’ora in libertà, ad andare a vederlo fra i primi. Il regista e il direttore della fotografia immergono il film in un’atmosfera cupa a simbolizzare il grigiore della Polonia realsocialista e l’oppressione esercitata sugli spiriti non allineati, anche se l’aver scelto un criminale come filo conduttore della storia rischia di compromettere, almeno in parte, l’essenza del discorso. Ciò che emerge con forza è, invece, la duplicità e l’opportunismo di un potere pronto ad accogliere, magari al ritmo di botte inferte nel chiuso di una questura, una pseudo verità che conviene, ma che nessuno si preoccupa di verificare sino in fondo. In questo due piccoli dettagli confermano le line guida su cui si muove il regista: la sequenza in cui l’inquisitore si vanta con il detenuto di aver ricevuto un orologio, che vale due suoi stipendi, quale premio per la scoperta del (pseudo) assassino e l’altra in cui lo stesso inquirente chiede all’autoaccusato di firmagli e dedicargli le foto dei sopraluoghi a cui ha partecipato. Come dire un film molto ben costruito, ma meno simbolico di quanto avrebbe potuto essere.

(U.R.) 

chemiaChemo (Chemioterapia, 2015) è un film polacco dai due volti, uno da allegra commedia, l’altro da toccante dramma con varie connotazioni da melò. In queste sue due anime sta la maggiore difficolta nel tentare di avere coesione e continuo interesse. Il giovane regista Bartek Prokopowicz dimostra di avere grande padronanza del mezzo e dirige con bravura attori validi e convincenti, anche i vari medici più o meno senza cuore, colleghi che tra pietà e astio mettono da parte questa bellissima ventisettenne affetta da una grave forma di tumore al seno. Non vuole curarsi, accetta con rabbia il suo destino, il suo volto è a tratti illuminato da un sorriso diplomatico che nulla ha a che fare col suo stato d’animo. Coprotagonista un fotografo trentaduenne appena licenziato da giornale su carta patinata, in guerra col mondo intero che crede suo nemico. Casualmente, i due si incontrano, trascorrono tempo felice assieme e, alla fine, s’innamorano. Lei rimane incinta, lui vuole sposarla e, in quel momento, la ragazza confessa di avere il terribile male. Lui la convince a tenere la bimba ma anche a combattere con la malattia tanto da farsi asportare tutti e due i seni. Tutto va apparentemente per il meglio, la bimba cresce bene ma la coppia entra drammaticamente in crisi. Questo amore non tradizionale sboccia fra i due immersi ma non succubi di questioni di vita o di morte tanto che decidono di sfidare l'ordine naturale e le malattie che minano la ragazza per avere un bambino. Un racconto triste reso più leggero dalla ricerca della reciproca identità, nel vivere intensamente l'amore, nella battaglia contro una malattia mortale che è quasi impossibile vincere. Peccato che al regista manchi la capacita per portare in porto un film meno discontinuo.
You Carry meTi mene nosiš (Tu mi trasporti) è un film lunghissimo ed interessante in cui si mescolano varie storie unite da fatti che si vengono a scoprire nel corso della storia. Scritto molto bene, interpretato da attori di Croazia, Slovenia, Serbia e Montenegro – gli stessi che hanno coprodotto il film – è diretto con bravura da Ivona Juka, cineasta di cui continueremo a sentire parlare. Sono storie normali nella loro anormalità, con drammi che possono colpire anche i più deboli. Dora vorrebbe diventare un allenatore di calcio e durante un periodo difficile della crescita si avvicina al padre, che è nei guai con la legge. Lui è un ex militare che per guadagnare è stato vari anni lontano dalla famiglia perdendo l’amore della moglie che ora ha un voglioso amante. C’è anche una giovane donna che lavora in televisione come segretaria che si annulla per curare il padre malato di Alzheimer. Questa fase estenuante della sua vita la rende consapevole del fatto che, mentre a poco a poco perde ogni sicurezza, lei stessa diventa più debole. Nataša, un produttrice di successo di mezza età, è incinta e ha dei problemi connessi per la sua decisione di affrontare il marito da cui è separata. Nel suo ultimo film Ivona Juka costruisce un mosaico di storie il cui denominatore comune è la lotta per la sopravvivenza, il perdono, e nuove opportunità. La durata di oltre centocinquanta minuti richiede dedizione da parte dello spettatore che, comunque, assiste ad un film di rara bellezza.

(F.F.)


babaiBabai, film d’esordio del kosovaro Visar Morina, è una nuova storia della drammatica diaspora seguita alla dissoluzione della ex-Jugoslavia e alle guerre che ne sono derivate. Vi si racconta di un ragazzino che cerca cocciutamente il padre emigrato in Germania senza dare più notizie. Per raggiungerlo sfida l’autorità del nonno, che deruba, e intraprende un viaggio solitario fra immigrati clandestini, trafficanti di esseri umani e pericoli d’ogni sorta. Tutto sarà inutile perché, una volta che lo avrà ritrovato, dovrà sperimentare sulla sua pelle quanto illusorio sia il sogno del paradiso tedesco tanto che il genitore deciderà di ritornare a casa. Lui lo seguirà, ma sarà scoperto dai doganieri serbi nascosto nel bagagliaio dell’auto che trasporta il padre. E’ un testo drammatico, una sorta di tragico road movie in cui non è difficile intravvedere in controluce il dramma di milioni di persone costrette dalle guerre ad abbandonare le proprie case. La regia punta molto sul bel volto di Val Maloku che dà vita al protagonista decenne persino con troppa leziosità e perfezione. Nel complesso il film si presenta come un’opera ben realizzata anche se non troppo originale.
BoxElementi che lo affratellano a Box (Pugilato) del rumeno Florin Şerban in cui si raccontano due delusioni parallele. La prima è quella che travolge l’attrice ungherese impegnata, senza troppo successo, in una versione de Le tre sorelle (Три сестры, 1900) di Anton Čechov (1860 – 1904). Nonostante si dia molto da fare non riesce a dare vita ad un’interpretazione che soddisfi pienamente il regista. A questo si aggiunge la difficile convivenza con un attore di successo in un matrimonio segnato da una passione ormai sopita. A fronte di questa storia al tramonto, c’è quella in piena ascesa del diciannovenne Rafael, un promettente pugilatore che ha appena ottenuto un ingaggio da pare di un importante manager. Purtroppo scopre quasi subito che fra ciò che ci si aspetta da lui c’è anche che perda a comando per lasciare strada libera ad un altro giovane su cui punta l’organizzazione controllata dal suo capo. Sarà proprio il primo incontro in cui sarà impegnato a far emergere la drammaticità della sua condizione, lasciandolo deluso e ferito, anche fisicamente, perché non ha subito obbedito agli ordini che gli sono stati impartiti. Queste due storie di delusione s’intrecciano quando il giovane incontra l’attrice e se ne innamora. La segue per settimane senza riuscire neppure a conoscerla e quando lei lo affronta si sente dire che è troppo giovane. Il finale è volutamente ambiguo con i due che entrano separatamente in un alberghetto. L’adulterio classico è il solo lenitivo delle ferite della vita o sono proprio queste ad aver dato coscienza alla coppia della realtà del vivere? Il film è costruito decisamente bene, anche se la narrazione lascia non pochi punti non chiariti e vale soprattutto per il quadro psicologico che propone allo spettatore.
The Snake BrothersKobry a užovky (I fratelli Serpente) del ceco Jan Prušinovský racconta di due fratelli uno dei quali, Cobra, marcia in bilico fra delinquenza, alcolismo e droghe, mentre l’altro, Vipera, riesce ad inserirsi a fatica in una vita normale accasandosi con una cameriera e avviando un locale che vende, in franchising, abiti di una nota casa tedesca. Un primo conflitto nasce quando un altro del gruppo, Tomáš, massacra il fratello malandrino dopo averlo scoperto mentre sta facendo l’amore con sua moglie, entrambi in evidente stato alcolico. Le cose precipitano allorché Cobra, che prima ha rubato soldi e televisori anche ai più stretti parenti, s’impossessa di una partita di pastiglie (anfetamine e Viagra) che uno dei soci del negozio ha importato illegalmente nascoste negli scatoloni che dovrebbero contenere solo scarpe. Un inseguimento in un parco termina con la morte del giovane irregolare, investito da un autocarro. Non tutto è chiarissimo così come si stenta a trovare un filo conduttore che dia un senso compiuto ad un film esageratamente lungo, centoundici minuti, e con troppa carne al fuoco per non risultare a tratti superficiale o inconcludente.

(U.R.)

East of the West continua a presentare prodotti interessanti che dimostrano la capacità dei selezionatori di trovare titoli quantomeno gradevoli o bene realizzati nel mondo delle opere prime e seconde in cui mancano ancora elementi per valutare l’autore. PrachPrach (Polvere di terra) è opera prima del ventinovenne regista Vít Zapletal che ha frequentato a Praga la scuola di cinema dal 2007 e che ha realizzato vari corti di buona qualità. Co-sceneggiatore e autentico autore di questo dramma dal taglio teatrale, ha scelto una narrazione in cui i tempi sono molto dilatati e dove si ha uno sviluppo naturale della vicenda senza colpi di scena o particolari trovate narrative. Pulito e bene confezionato, parrebbe il saggio di fine corso di una scuola di cinema, non certo film che emozioni in maniera particolare. Lo spettatore si pone davanti allo schermo e vede quello che accade, senza mai potersi immedesimare. Due fratelli, il maggiore regolarmente sposato ed il più giovane con una compagna che gli ha donato un figlio, si incontrano nella casa dei genitori in campagna dopo che il padre ha avuto un infarto. Dapprima ambedue si danno da fare per accudire l’uomo ma, durando più del previsto questa esigenza, si creano piccole e grandi tensioni. Un dramma familiare appena sussurrato dal regista che ha come cifra stilistica l’intimismo basato su di un suo convinto discorso sulla fede cristiana che fa distinguere il film dalla solita produzione ceca.
The wold is mineLumea e a mea (Il mondo è mio) dell'esordiente regista rumeno Nicolae Constantin Tănase tratta con una certa bravura un tema sempre difficile, quello delle adolescenti che vedono il loro futuro solo in funzione di denaro e notorietà, soprattutto se fanno parte della grande famiglia dei proletari. Una madre che sopporta le angherie di figlia e marito, l’uomo estremamente violento che non accetta la disobbedienza della ragazza e la picchia, lei che si mette assieme ad un piccolo delinquente dopo averlo sottratto ad una ricca e potente compagna di scuola. Tutto questo porterà a inevitabili drammi. Sedici anni, Larisa vive in una piccola città costiera in un ambiente sociale dove l'apparire e il denaro permette di avere potere sugli altri. Con coraggio e tenace determinazione che intimidisce e ne fa una leader, tenta di raggiungere senza aiuto di nessuno il suo sogno di una vita nuova. Questo talentuoso cineasta racconta il periodo più intenso della vita di una persona con abilità e disarmante autenticità, con scene molto veritiere con un paio di ceffoni forse sfuggiti agli attori ma che hanno lasciato il segno sulla guancia della bella e credibile Ana Maria Guran.
(F.F.)


626-those-who-fall-have-wingsL’austriaco Peter Brunner porta la piena responsabilità di Jeder der fällt hat Flügel (Quelli che cadono hanno le ali) di cui è sceneggiatore, montatore e regista. Una situazione non invidiabile per un film denso di immagini bislacche, dalla struttura narrativa non facilmente comprensibile e resa particolarmente oscura da alcune citazioni letterarie di Heinrich Heine (1797 - 1856) e  Ingeborg Bachmann (1926 / 1973). La presentazione nel catalogo del festival parla di due sorelle, la più anziana Kati e la giovanissima Pia, che vanno a trovare la nonna e passano alcuni giorni nel grande giardino della casa abitata dall’anziana. Quest’ultima è (forse) ammalata di cancro e coccola in ogni modo le ragazze che si danno da fare con lavori normali come tagliare l’erba o uccidere e cucinare, con l’aiuto dell’anziana, una grossa carpa. Il tutto alternato agli incubi della ragazza più anziana che (forse) ricorda una terribile violenza subita in una porcilaia, stupro perpetrato (forse) da un massiccio uomo di colore che compare completamente nudo nei suoi sogni. Altro intercalare il funerale della nonna morta (forse) a causa del male che la corrodeva o (forse) uccisa dalla giovane che ha sicuramente ammazzato la sorellina, in precedenza colpita da un eczema non meno misterioso, rinchiudendola e abbandonandola preda degli elementi in un container privo di copertura. Abbiamo espresso non pochi dubbi sulla possibile lettura della storia raccontata del film, perplessità che riguardano anche le immagini e il loro concatenamento con sequenze che alternano realismo e onirismo, brani quasi cineamatoriali e parti smaccatamente fantastico – simboliche. In altre parole un testo aggrovigliato e ostico di cui, lo confessiamo, non siamo riusciti a capire né l’utilità, né la ragione della presenza in cartellone.
(U.R.

magicmountainpicAnca Damian ha tutte le caratteristiche per raccontare ne The Magic Mountain (La montagna Magica), visto in concorso, la difficile biografia di Adam Jacek Winkler, attraverso quasi mezzo secolo di storia. Rifugiato polacco a Parigi negli anni sessanta, la sua vita avventurosa prese una svolta radicale negli ottanta immaginandosi cavaliere del ventesimo secolo. Lasciò la Francia per combattere i sovietici in Afghanistan a fianco di Ahmad Shāh Massoūd, detto il Leone del Panjshir, (1953 – 2001). La cinquantatreenne Anca Damian è nata a Cluj, sede del TIFF (Transilvania International Film Festival) e sin da ragazzina ha respirato aria di cinema. Dopo avere studiato direzione della fotografia presso l'Accademia del Teatro e del Cinema di Bucarest, ha conseguito un dottorato di ricerca in Film e Media. Per prepararsi a dirigere la sua opera prima ha lavorato come responsabile di immagine in vari corti, un lungometraggio e documentari. Intalniri incrucisate (Amore attraversato, 2008) è un dramma che ha avuto ottima accoglienza. Crulic - drumul spre dincolo (Il viaggio del signor Crulic, 2011), il suo secondo lungometraggio, è un documentario realizzato con l’animazione selezionato in più di centicinquanta festival internazionali, tra cui Locarno, BFI London, Annecy, Copenhagen, Busan e New Directors / New York. Il film ha ricevuto più di 35 premi internazionali, tra cui il Cristal per il miglior lungometraggio al Animated Film Festival di Annecy. Il suo terzo film, O vara foarte instabila (Era molto turbato, 2013) non ha raggiunto il livello dei precedenti. The Magic Mountain, documentario realizzato con la tecnica del animazione, è il suo quarto lungometraggio, forse il più interessante che abbia fino ad ora realizzato in cui dimostra grande capacità nel raccontare una storia di per sé affascinante. Adam Jacek Winkler, eroe o esaltato, ponendosi spesso ai margini della legge è stato amato e odiato. Era un avventuriero indipendente e coraggioso ma anche un artista e alpinista. Anca Damian ha tenuto a rendere omaggio a lui, donandogli una seconda vita. Foto tratte dagli archivi, suoi disegni e riprese fanno parte di questo documentario animato. Fedele a uno stile che unisce tecnica ad emozioni, li incorpora come collage, acquerelli e fotografie animate in un prodotto costato moltissimo lavoro ma meno di un milione di euro. Indispensabile è stata la collaborazione degli artisti della Scuola di Cracovia che, assieme a Lodz e Varsavia, hanno imposto uno stile unico di animazione con l’utilizzo del tratteggiato per creare fascino, mistero e movimento: senza il loro apporto sarebbe stato impossibile realizzare questo film. Tomek Ducky, responsabile con altri dell’animazione e della direzione artistica, è stato indispensabile come il bulgaro Theodore Ushev a cui si deve la creazione dei personaggi.

11718 349586458575058 6221817497916874193 nIl Forum degli Indipendenti racchiude una dozzina di opere realizzate con budget limitati ma non per questo incapaci di offrire stimoli o privi di professionalità. Viaje (Viaggio) ne è una piacevolissima sorpresa, soprattutto se si pensa che il film è realizzato in Costa Rica dove pochi sono i prodotti autoctoni. Qui al suo secondo film dopo il premiatissimo Agua fria de mar (Acqua fredda di mare), Paz Fabrega firma un’opera particolarmente sentita scrivendo musica e soggetto, producendo e dirigendo. E’ una vicenda credibile, è un momento di vita che potrebbe capitare e che, probabilmente, è un modo di non sentirsi soli anche in assenza del amore della propria vita. Siamo a San Jose, Costa Rica, ai giorni nostri. Due trentenni in crisi esistenziale si incontrano a una festa. Anche se non c'è attrazione fatale, c'è un accenno al fatto che qualcosa sta succedendo tra di loro. Quello che segue è una decisione impulsiva di viaggiare insieme alla base Rincon del vecchio vulcano nel nord-ovest del Paese. Dimenticati i traumi passati, questa storia d'amore senza pretese si concentra sull'importanza e la singolarità del attimo fuggente che deve essere vissuto con intensità.
AmerikaLa Sezione dei documentari che prone quest’anno sedici opere in concorso, questo anno propone alcuni titoli molto interessanti, tra cui il ceco Amerika (America) diretto ed interpretato dal giovanissimo Jan Foukal. In effetti, è difficile definirlo solo un documentario perché ha tutte le caratteristiche narrative della fiction, di una commedia allegramente avventurosa pur avendo ripreso situazione riprese dalla realtà. Nei boschi si raccolgono appassionati dell’America che hanno costruito piccoli villaggi con atmosfere da West in cui giocano a vivere una realtà non loro. Foukal li va a scoprire con una ragazza compagna di viaggio. Potrebbe essere la storia di un insolito road movie o un film sulla contemplazione della natura. Assistiamo alle vicende di una coppia che vaga attraverso la campagna e cerca senza fretta, coi bus ma senza conoscere gli orari, con l’aiuto di viandanti come loro e di personaggi a dire poco originali. La magia la offre una natura splendida, l’allegria i dialoghi e le disavventure di questa improbabile coppia. Non vuole essere il racconto della coppia che apparentemente segue nelle immagini, ma uno studio attento, anche se privo di drammaticità, del vagabondiamo di persone che non sono ancora divenute socialmente adulte.
(F.F.)


bobBob and the Trees (Bob e gli alberi) è l’opera prima di Diego Ongaro che racconta, con taglio documentaristico, la vita di Bob Tarasuk – l’interprete è lo stesso personaggio di cui parla il film - che vive in una zona boschiva dell’America profonda allevando bestiame e tagliando alberi. La sua è una vita dura, immersa nel gelo dell’inverno, lontana dai centri abitati, un’esistenza che costringe a svegliarsi all’alba, a dure fatiche nei boschi con il rischio continuo di essere colpiti dalla caduta degli alberi che si stanno tagliando. Il film nasce da un cortometraggio che il regista ha dedicato al personaggio. Come già detto l'impostazione è assai vicina a quella di un documentario, con tempi narrativi volutamente lenti e con la caratteristica di un’esistenza che scorre senza colpi di scena o eventi mirabolanti. Un approccio normale che rende sorprendenti piccole cose di ogni giorno come la scoperta di alcune colonie d’insetti che hanno infettato gli alberi o il ferimento di un bovino con il bullone che spunta dalla mangiatoia in cui si alimenta e che gli causa una ferita che costringerà il contadino ad abbatterlo in una delle sequenze più commuoventi del film. In altre parole un’opera piccola e ordinaria che, in alcune sequenze, riesce a trasformare in toccante emozione la vita di tutti i giorni.
Gold CoastBen diverso Guldkysten (Costa d’oro) opera d’esordio del danese Daniel Denik che ricostruisce il dramma della schiavitù in una colonia africana del suo paese. Siamo nel 1830 e la Danimarca ha abolito da anni il commercio degli schiavi anche se funzionari poco coscienziosi continuano a consentirlo, traendone lauti benefici personali, lontano dagli occhi del governo centrale. Ad essi si oppone un giovane agronomo arrivato nella Guinea Danese per sperimentare le possibilità di sopravvivenza di una piantagione realizzata con mezzi e sistemi moderni. La sua ribellione, sorretta dal governatore che dirige la colonia al suo arrivo, porta frutti anche in termini di miglioramento della coscienza dei nei, ma naufraga quando, morto il primo inviato del Re, gli succede un giovane intrallazzatore che non ha alcuna intenzione di scontrarsi con i mercanti di esseri umani. La lotta vedrà soccombere il coraggioso giovane falciato, oltre che dalle vessazioni del nuovo governatore anche dalle malattie tropicali. Il suo funerale, organizzato proprio da una tribù nera, avrà il carattere di un rito vichingo a simboleggiare la continuità fra l’eroismo dei padri e quello dei giovani. Il film ha tratti e prevedibilità tipiche di un film storico con tanto di tesi umanitaria in bell’evidenza. Unico dato di una certa originalità la denuncia a quasi due secoli di distanza, della complicità danese in questo commercio infame.
(U.R.)           
 
7657331.3Ben riuscito adattamento cinematografico della commedia omonima, Między nami dobrze jest (Non importa quanto duramente si è cercato), scritta dalla trentatreenne Dorota Maslowska, è diretto da Grzegorz Jazryna, uno dei nomi più interessanti del teatro polacco contemporaneo. E’ una pièce ricca di trovate, soprattutto per quanto riguarda la messa in scena. La madre, la figlia, la nonna e altri personaggi si fondono in una stanza in cui si parla incessantemente, forse anche senza dire davvero qualcosa. I loro monologhi raramente diventano un dialogo, ma nel loro insieme creano un sottofondo sonoro assurdamente umoristico e satirico che racconta della Polonia contemporanea, non un bel posto in cui vivere. I principali protagonisti rappresentano tre generazioni di donne che vivono insieme sotto il livello minimo della povertà in un angusto monolocale di Varsavia: sono la nonna particolarmente grintosa sulla sedia a rotelle, la figlia e la nipote dall’aspetto dark. La panoramica dei personaggi è completata dai loro vicini: un distributore di volantini e un regista molto intellettuale che ha firmato un'opere intitolata Horse that rode horseback (Il cavallo che ha guidato a cavallo). Oltre a questi attori, ci sonbo un presentatore televisivo e una ragazza che vuole salvare tutte le persone da lei ritenute povere e reiette. Una storia piena di dialoghi grotteschi con citazioni della cultura pop e un beffardo linguaggio preso pari pari dalla pubblicità e dagli stereotipi nazionali. L’ambientazione è in Polonia, durante il 1989. Il regista ha costruito un’unica scena, un cubo bianco in cui al interno sono le tre protagoniste, ma che si apre sui personaggi disegnando porte o quant’altro che li collega al mondo gli altri interpreti. Quarantasettenne nato nella colta Cracovia è regista teatrale, drammaturgo, librettista, autore di musica per le proprie performance. Dal 1998, direttore artistico di TR Warszawa (ex Teatro Varietà), dal 2006 ne è amministratore delegato. Culturalmente cresciuto in questa città, ha messo in scena oltre cinquanta spettacoli, da Shakespeare al teatro off, con inviti in oltre trenta Festival tra cui quello di Edimburgo. E’ al suo debutto nella regia cinematografica, anche se è difficile chiamare cinema la perfetta trasposizione di uno spettacolo teatrale.
5353064 54863dc0f0898430ea7ea68cc2f205b7 wmA Szerdai gyerek (Il ragazzo del Mercoledì) della regista ungherese Lili Horváth è sicuramente opera più convenzionale ma non per questo meno interessante. La storia alle volte si ripete. Quando aveva nove anni, Maja è stato abbandonata dalla madre e messa in un orfanotrofio. Sono passati dieci anni e lei continua a tornare nell’istituto per fare visita al proprio figlio di quattro anni. Sarà capace di prendere il controllo della sua vita, nonostante le circostanze sfavorevoli e le proprie tendenze autodistruttive? E’ la storia quasi eroica di una ragazza che dimostra meno della sua età ma che ha la grinta di una madre che lotta per veder riconosciuta la sua maternità, poiché le è negata la possibilità di stare col suo bambino dato che non è autosufficiente e, probabilmente, nemmeno matura. Vive in una casa protetta dove gli operatori cercano di aiutare i loro ospiti affinché possano trovare un nuovo futuro. Sulle indicazioni di un progetto finanziato dal governo, aiutano una ragazza ad aprire un Internet Caffè, e danno una mano a lei per trovare il denaro necessario ad avviare una piccola lavanderia. Tutto andrebbe per il meglio se lei non fosse ancora innamorata dello sbandato padre naturale del figlio, se non subisse ritorsioni che provocano la completa distruzione del piccolo laboratorio. Nonostante tutto questo il desiderio di avere con se il figlio e l’aiuto di altri ex residenti della casa farà un piccolo miracolo. Bori è il suo tutor, un uomo divorziato che vive per le sue donne ma che è innamorato della ragazza che, vedendo in lui un padre ideale per il bimbo, lo lascia sperare. Qualche caduta di ritmo e di interesse sono presenti anche per la coesistenza tra attori dilettanti e professionisti: Lili Horváth non ha ancora mestiere e propone alcuni personaggi poco credibili poiché molti interpreti non sono in grado di recitare in maniera convincente. Detto questo, è comunque opera interessante che fa sperare per il futuro di questa giovanissima regista.

(F.F.)


9ba705f4b18b09728b9edc94f07d4fTetarti 4:45 (Mercoledì 04:45) segue con taglio documentaristico e nelle ore più disperate della sua vita del proprietario di un nightclub e senza volerlo, offre un’autentica complicità allo spettatore. Il regista Alexis Alexiou è bravo nel dipingere con colori scarni le cose raccontate e realizza un film che, a tratti, può ricordare le produzioni di Hong Kong con scene movimentatissime per le strade di Atene, un numero notevole di auto fracassate in scontri di vario tipo. Stelios è un appassionato di jazz il cui sogno è di gestire un locale, sogno che ha realizzato da diciassette anni, ma tutto si sta sgretolando con l’esplosione della crisi economica della Grecia. Il rumeno, un sordido personaggio proprietario del più noto locale sexy della Capitale, lo aiuta a tenere in vita il club che non incassa abbastanza per saldare i debiti, ma lo squalo vuole impossessarsi di tutto e chiede gli chiede di avere indietro il denaro prestato in poche ore. Il protagonista cerca da tutti piccoli o grandi somme, ma invano. Nel frattempo sua moglie pretende per se stessa e i figli una vita più agiata. Lui vorrebbe non perdere l’amore della famiglia, ma in quel particolare giorno ha ben altri problemi. Il regista è bravo nel raccontare lo stress a cui è sottoposto il protagonista ma regia e montaggio non generano tensione e interesse. Gli scontri tra il lui e la donna sono di maniera, poco credibili e alcune situazioni ripetute - specialmente legate ai lacci delle scarpe ed al suono delle luci lampeggianti delle auto, trovate che alla fine esasperano. Non solo, l’incontro tra il debitore ed il boss preoccupato per il figlio è quanto di più ridicolo si possa immaginare.
277-zeroZero è un film che si ama o si odia, con molte citazioni dei Monty Python (anche se il regista lo nega) e al cinema del nonsense con varie immagini pseudo documentaristiche e riprese autentiche sui no global: il tutto, e molto di più, in ottanta minuti. Sui titoli di testa passa la scritta: se state guardando questo film in un video, siete degli idioti: è stato fatto per il cinema e lì deve essere visto. Lo stesso quarantunenne regista ungherese Gyula Nemes è difficile da interpretare, vestito come un teenager cresciuto che si esprime in un linguaggio apparentemente serioso, ma assolutamente goliardico ed irriverente. Verso la fine del film lo schermo rimane bianco per circa due minuti e una voce afferma che è finito e che si può lasciare la sale: ovviamente, il racconto prosegue con autentiche immagini documentaristiche irrise dall’ulteriore sviluppo demenziale (o forse no). Ci troviamo nel duemiladiciassette quando le api stanno morendo in massa e l'umanità ha ancora solo quattro anni prima di scomparire dalla Terra. Un manager di successo di una fabbrica dedita solo al profitto assaggia per un errore il miele vero e non quello che lui produce, è così colpito che si trasforma in apicoltore anarchico che cerca di intraprendere una battaglia spietata e radicale per la sopravvivenza. Va in Africa alla ricerca delle ultime api, ma deve combattere contro le multinazionali che cercano di fermarlo con tutti i mezzi. In tutto questo è aiutato da bellissima figlia di uno degli industriali senza scrupoli (Il settantunenne attore tedesco Udo Kier) che si innamora in maniera totale del giovane tanto da farsi cospargere di miele per attirare le api. Qui al suo secondo lungometraggio, questo cineasta è soprattutto uno studioso di cinema che insegna in varie Università. I suoi lavori hanno contenuti e forma rigorosamente anticonformista, facendo girare ai suoi attori moltissime immagini senza dire loro come saranno montate. Il suo primo lungometraggio Egyetleneim (La mia unica, 2006) presentato alla Settimana della Critica al Festival di Venezia, aveva ricevuto contrastanti giudizi. Il titolo realizzato per il diploma, Letűnt Vilage (Mondo perduto, 2008), ha vinto Carlsbad Award per il miglior documentario con meno di trenta minuti. Gli esperimenti iniziati nel corto A mulandóság Gätje (La transitorietà è relativa, 2004) con generi burlesque e da teatro alla Eugene Ionesco (1909 – 1994) continuano in quest’ultimo film con stilistica espressiva che utilizza una tecnica monocromatica e l'assenza di un dialogo tradizionale. Sicuramente un’opera che non lascia indifferenti.

(F.F.)


cfd914905b269bba2fbde816889ab993Sutak (Nomade Celeste, 2014) diretto da Mirlan Abdykalykov è uno delle rarissime opere prodotte in Kirghizistan, confinante con l’Uzbekistan di cui è diametralmente opposto. Questo film è un racconto poetico sulle tradizioni che stanno lentamente scomparendo; è basato su una sceneggiatura del noto regista kirghizistano Aktan Arym Kubat, che ha presentato con successo in vari Festival film quali Beshkempir (1998) e Svet-Ake (2010). Una famiglia di nomadi vive nelle alte e remote montagne del Kirghizistan felice anche senza le comodità offerte dalla civiltà moderne, ancora capace di vivere gioiosamente la mitologia, con leggende che permettono di giustificare ogni cosa, anche la più negativa; il contatto diretto con la natura li rende felici. Ci sono il vecchio mandriano Tabyldy, la moglie Karachach, la nuora Shaiyr e la loro nipote Umsunai. Il figlio maggiore studia in città e visita la famiglia solo durante le vacanze estive. Il marito di Shaiyr è morto durante un’alluvione tanti anni prima, portato via dal fiume. La ragazza aveva deciso di rimanere con la famiglia del suo sposo, per costretta il suo incredibile attaccamento a questo meraviglioso mondo che per lei è madre, terra, famiglia, unico mondo possibile. Continua ad allevare i cavalli sullo sfondo di uno splendido scenario in cui la gola della montagna appare come magico. Ma si incrocia con la sua vita un meteorologo, Ermek, che ha la sua stazione di rilevamento vicino alla casa del pastore. Tra lui e la ragazza nasce un rapporto, forse amore, che mette per Shaiyr tutto in discussione dovendo rinunciare alle certezze che fino ad allora facevano parte della sua esistenza. Il trentatreenne Mirlan Abdykalykov, qui al suo debutto come regista, ha iniziato a fare l’attore per Aktan Arym Kubat a undici anni per Sel'kincek (SwingRitmo, 1993) col quale ha lavorato come protagonista del pluripremiato Beshkempir (Il figlio adottato, 1998) e in Maimil (Scimpanzè, 2001). Da oltre dieci anni fa assistente e aiuto regista, nel 2008 ha fondato una sua casa si produzione, Selkinchek, che realizza documentari, shorts e ha organizzato anche questo progetto di lungometraggio. La regia è molto curata e sorge il dubbio che il suo maestro lo possa avere aiutato: certamente il film è bello, coinvolgente, appassionante come pochi.
505783093 1280x538Krom (Cromo, 2015) dell’albanese Bujar Alimani, è una interessante coproduzione di Grecia, Albania, Germania e Kosovo, un’opera seconda che non delude chi aveva potuto visionare Amnistia (2011), presentato e premiato alla Berlinale, in cui raccontava una originale storia d’amore tra uomo e donna che si innamorano mentre vanno a trovare in carcere i rispettivi coniugi, ma che un’amnistia rischia di distruggere. Qui racconta con grande poesia un mondo difficile in cui persone oneste non si lamentano per la loro triste esistenza ma cercano di trovare soluzioni per potere migliorare la qualità della vita. Una madre muta e solitaria ha dal destino una vita tutt'altro che facile, ma sa accettare il suo destino con dignità e coraggio. Il suo figlio maggiore, studente quindicenne con buoni risultati a scuola, cerca la maniera di camminare colle proprie gambe, di essere protagonista del proprio futuro. Un compagno di classe lavora illegalmente in una miniera di Cromo e, col suo aiuto, anche lui viene assunto. La fatica è tanta, la scuola è abbandonata e, quando orgoglioso dona la sua prima paga alla madre, ogni cosa si complica in una famiglia che non può sopportare e supportare il suo desiderio di divenire adulto. C’è il fratello minore che adora con cui condivide solo la madre, i padri che ambedue non conoscono, una bella professoressa che prende a cuore le sorti del ragazzo e, forse, se ne innamora. Nulla viene urlato: si raccontano in maniera documentaristica le umiliazioni del ragazzo, i violenti scatti della madre contro di lui, la perfidia di chi sfrutta illegalmente il lavoro minorile, la presenza di un cugino adulto focoso amante della donna ma che riesce a raccontarsi anche come padre dei due ragazzi. Bello, interessante, capace di fare pensare.
(F.F.)


 

I PREMI

bobCONCORSO LUNGOMETRAGGI

GRAN PREMIO - GLOBO DI CRISTALLO (25 000 USD da dividersi equamente fra il regista e il produttore del film)
Bob and the Trees (Bob e gli alberi), regia Diego Ongaro, USA, 2015

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA (15 000 USD da dividersi equamente fra il regista e il produttore del film)
Jeder der fällt hat Flügel (Coloro che cadono hanno le ali), regia Peter Brunner, Austria, 2015

PREMIO AL MIGLIOR REGISTA
A Visar Morina per il film Babai, Germania, Kosovo, Macedonia, Francia, 2015

PREMIO ALLA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE
A Alena Mihulová per il film Domácí péče (Cure domiciliari), regia: Slávek Horák, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, 2015

PREMIO ALLA MIGLIORE INTERPRETAZIONE MASCHILE
A Kryštof Hádek per il film Kobry a užovky (Fratelli serpenti), regia: Jan Prušinovský, repubblica Ceca, 2015

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA
La montagne magique (La montagna magica) regia: Anca Damian, Romania, Francia, Polonia, 2015

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA
Antonia regia: Ferdinando Cito Filomarino, Italia, Grecia, 2015

CONCORSO SEZIONE EAST OF THE WEST

PREMIO EAST OF THE WEST (20 000 USD da dividersi equamente fra il regista e il produttore del film)
Szerdai gyerek (I bambini del mercoledì), regia: Lili Horváth, Ungheria, Germania, 2015

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA
Lumea e a mea (Il mondo è mio), regia: Nicolae Constantin Tănase, Romania, 2015

 CONCORSO DOCUMENTARI

MIGLIOR DOCUMENTARIO DI DURATA SUPERIORE A 60 MINUTI (5 000 DOLLARI)
Mallory, regia: Helena Třeštíková, Repubblica Ceca, 2015

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA
Vaterfilm (I nastri del padre), regia: Albert Meisl, Austria, 2015

MIGLIOR DOCUMENTARIO DI DURATA SUPERIORE A 30 MINUTI (5.000 DOLLARI)
Muerta Blanca (Morte bianca), regia: Roberto Collío, Chile, 2015

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA
Women in Sink (Donne in Sink), regia: Iris Zaki, Gran Bretagna, Israel, 2015

CONCORSO DEL FORUM DEGLI INDIPENDENTI

PREMIO FORUM DEGLI INDIPENDENTI (Il film vincitore sarà acquistato dalla Televione Ceca al prezzo di 5.000 euro).
Tangerine (Mandarino), regia: Sean Baker, USA, 2015

PREMIO DEL PUBBLICO
Youth (La giovinezza) regia: Paolo Sorrentino, Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015

GLOBO DI CRISTALLO PER LO STRAORDINARIO CONTRIBUTO ALL’ARTE CINEMATOGRAFICA MONDIALE.
Richard Gere, USA

PREMIO DEL PRESIDENTE DEL FESTIVAL PER LO STRAODINARIO CONTIBUTO ALLA CINEMATOGRAFIA CECA.
Janžurová, Repubblica Ceca

PREMI DELLE GIURIE AUTONOME

PREMIO INTERNAZIONALE DELLA CRITICA (FIPRESCI)
Box (Pugilato), regia: Florin Şerban, Romania, Germania, Francia, 2015

PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA
Bob and the Trees (Bob e gli alberi), regia Diego Ongaro, USA, 2015

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA
Pesn pesney (Il cantico dei cantici), regia: Eva Neymann, Ucraina, 2015

PREMIO DELLA FEDERAZIONE DEI CRITICI DI CINEMA EUROPEI E MEDITERRANEI (FEDORA)

Migliori film della sezione competitiva di East of the West
Sutak / (Nomade celeste), regia: Mirlan Abdykalykov, Kirghisia, 2015.

Szerdai gyerek (I bambini del mercoledì) regia: Lili Horváth, Ungheria, Germania, 2015

PREMIO ETICHETTA CINEMA EUROPA
Babai, regia: Visar Morina, Germania, Kosovo, Macedonia, Francia, 2015