53° Festival Internacional de Cine de Gijón

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Sito del festival: http://www.gijonfilmfestival.com/

53mo Festival Internazionale del Cinema di Gijon.

Il Festival Internazionale del Cinema di Gijon, giunto alla 53° edizione, è uno degli eventi cinematografici più importanti della Spagna, offre al pubblico vere e proprie scommesse artistiche che vanno oltre il convenzionale e che riuniscono alcuni tra i più prestigiosi autori del cinema indipendente a livello mondiale. In particolare, è dedicato al cinema alternativo e d’autore, senza trascurare lo spirito iniziale della manifestazione che era rivolta a bambini e dei giovani. È nato nel 1963 come iniziativa del Comune. Il primo anno era stato presentato come Festival Internazionale del cinema e della televisione per i bambini e TV. Dal 1988 è divenuto FICX Festival International de Cine de Xixon.

La sua nascita come festival per bambini e giovani spiega il particolare interesse che questa manifestazione ha sempre dedicato a quella parte del pubblico. Ogni anno c'è un giuria di giovanissimi e nella sua 36° edizione (1998), è stata creata una nuova sezione Enfants Terribles per non dimenticare le origini. Nel 2012 a preso l’avvio la sezione AnimaFicx in cui sono presentati in concorso le opere d’animazione più interessanti del anno. Vengono assegnati diversi premi in varie sezioni competitive del programma, con giurie per la Sezione Ufficiale, per il DOCUFICX, ANIMAFICX, il Cortometraggio, inoltre una Giuria della Gioventù con 17 giovani di diverse nazionalità di età compresa tra i 17 ei 25 anni e, dal 2005, la giuria FIPRESCI per il Premio della critica. Questa edizione ospiterà due cicli, il primo dedicato ad una delle voci più originali del panorama audiovisivo internazionale, il cineasta thailandese Apichatpong Weerasethakul, con la più completa retrospettiva fino ad ora proposta, e l’altra che avrà come protagonista l'artista inglese Emily Richardson, all'interno della sezione FICXLAB. I film vengono suddivisi in varie sezioni:
Sezione Ufficiale Seguendo le orme di precedenti edizioni verranno presentati titoli che raccontino dell'impegno da parte della cinematografia internazionale nel sociale, ma non solo. Una carrellata dalla Spagna all'India, passando per gli Stati Uniti, Filippine, Marocco, Corea del Sud e il Messico. In questa edizione sono stati selezionati 16 film in concorso e uno fuori concorso, 17 titoli che rappresentano quattro continenti. Nella selezione buoni nomi del cinema indipendente quali Arturo Ripstein, Brillante Mendoza, Hong Sang-soo e Sacha Polak assieme a grandi talenti emergenti in competizione con il loro primo o secondo lungometraggio. La selezione dei film sarà affiancato ad uno sui corti, 17 titoli in concorso, il cui vincitore entrerà automaticamente nella rosa dei candidati per gli Oscar.
Rellumes Sezione competitiva (premio del pubblico), in questa edizione, nove titoli della scena cinematografica internazionale, con titoli che vogliono essere un’alternativa alla Selezione Ufficiale. Sono film che supportano le produzioni indipendenti in America Latina, Etiopia, Iran, Cina e Francia.
ANIMAFICX. E’ una delle principali finestre spagnole sul cinema di animazione. Quest'anno presenta titoli di autori poco noti, le ultime proposte dei maestri delle anime come Mamoru Hosoda ma anche le nuove tecniche e modi di raccontare del genere. Un totale di dieci lungometraggi in concorso e una dozzina di cortometraggi che li accompagnano, provenienti dai cinque continenti. Al di fuori di questa sezione specifica, i titoli sono presenti anche nel resto del programma, compresa la Sezione Ufficiale.
Enfants Terribles Giunta alla diciottesima edizione, questa sezione rappresenta uno dei tratti distintivi del Festival che collega alle origini. Lo spazio FICX è diventato uno strumento utile per la comunità educativa asturiana, come testimoniano gli oltre 160.000 studenti che hanno partecipato a diciassette edizioni. Lo scorso anno, il programma ha avuto circa 11.500 studenti provenienti da 113 scuole e istituti di trenta località di Asturie, Leon e Lugo.
Gran Angular (Grandangolare). Titoli rivenienti da altri festival hanno la collocazione in una delle sezioni che hanno maggiore gradimento da parte del pubblico. Vi è anche un Grandangolare Asturie che propone le migliori produzioni regionali dell'anno, in competizione per il premio del pubblico. Quest'anno si compone di nove film prodotti nel Principato delle Asturie.
Llendes qui vengono racchiusi i film d’essay con un occhio all'avanguardia. Forse rischiosa per i selezionatori, ma molto gradita al nocciolo duro dei cinefili.
Gèneros Mutantes (Generi Mutanti). I film più originali all’interno dei GENERI si concentrano in questa sezione che parla di thriller, fantascienza, dramma e terrore in modo non convenzionale, seguendo le linee guida di FICX. Saranno presentati anche titoli premiati a Sitges, Berlino e Tribeca.
DOCUFICX Sezione competitiva con un premio di 5.000 euro. Saranno presentati sei titoli sul nuovo modo di intendere il documentario. Gli autori sono Michael Winterbottom, Claire Simon, Wojciech Staron, Artur Balder, Louise Osmond e l’iracheno Samir.
CONVERGENCIAS (Convergenze) presenta film selezionati dalla Asociación Cultural Convergencias de la Crítica Cinematográfica con titoli mai distribuiti in Spagna, visti dai membri in altri Festival.
NOCHE DEL CORTO ESPAÑOL (Notte del corto spagnolo). Ci sono corti realizzati nel 2015 selezionati tra opere prime e quelle di autori che per il loro cinema hanno fatto di questo mezzo espressivo la forma più amata.
DÍA D'ASTURIES (Giorno delle Asturie) La produzione cinematografica asturiana sta vivendo un periodo di grande creazione artistica e, quindi, il festival lo rappresenta. Oltre alla sottosezione competitivo all'interno del grandangolare per il cinema, la Giornata delle Asturie propone registi di ottimo livello. Otto titoli in competizione e undici fuori concorso.
FICXLAB La sezione è nata nel 2012 grazie ad un accordo tra il Festival e LABoral Arte per proporre opere di autori che esplorano tutte le possibilità estetiche e narrative dell'immagine in movimento.
Oltre a questo, vari stage, concerti, mostre, eventi a dimostrazione che Gijon è una città che vive d’arte e di cultura.


LaCalleDeLaAmargura01Il festival, giunto alla 53ma edizione, conferma il desiderio di raccontare un cinema che difficilmente sbancherà al botteghino ma che può sperare in ottimo riscontro da parte dei cinefili. E’ fatto di originalità, di temi difficili, di ironia, di desiderio di scoprire intelligenza in opere che ne sono spesso carenti. Non a caso, anche il Galà di apertura ha poco da compartire con tanti altri Festival: si limita a presentare i vari cicli proposti attraverso brevi ma complete selezioni di immagini, talvolta accompagnate dalla presenza degli interpreti e del regista. Per l’apertura è stato scelto il film messicano La calle de la amargura (La strada dell’amarezza) di Arturo Ripstein, presentato fuori concorso all’ultima mostra di Venezia, interamente girato in bianco e nero ambientato in una delle zone più socialmente degradate di Città del Messico. Due prostitute ormai anziane, la madre di due lottatori nani di wrestling con un marito alcolizzato, furti e violenze ma sempre con il rispetto per il mondo che loro permette di sopravvivere, quello del ultraterreno fatto di bontà, pietà, speranza, desiderio di redenzione da una vita tristemente vissuta. Il regista riscrive il suo paese con toni grotteschi. Una realtà che supera i limiti del plausibile, distruggendo i confini del tema imposto dall'esterno ed apparentemente protagonista della vicenda che ben presto lascia spazio solo alle emozioni. Quello stesso paese del melodramma scatenato, delle passioni sfrenate, già interpretato da alcune delle sue opere come un profondo cocktail di situazioni antitetiche che provocano la distruzione degli uomini e della loro umanità. Per scrivere del suo film non si può e non si deve parlare solo di questo: limiterebbe la ricchezza del mondo del regista, il suo modo di descrivere ogni cosa come un triste carnevale e della morte come movimento vitale per l’universo. Racconta un paese nella sua essenza, lo fa capire attraverso i suoi personaggi. Bellissimi i due lunghi piani sequenza, particolarmente brave le protagoniste Patricia Reyes Spindola, Nora Velázquez e Sylvia Pasque. Il settantaduenne cineasta è figlio del produttore Alfredo Ripstein e ha iniziato la carriera giovanissimo come assistente Luis Buñuel (1900 -1983) di cui il padre finanziava i progetti. Sicuramente un aiuto importante per potere divenire un autore interessante e prolifico ma anche una maledizione con cui doversi confrontare. Una realtà iniziale troppo facile non può che essere contestata dai meno fortunati.
Nasty-Baby-Movie-PosterIl trentaquatrenne cileno Sebastian Silva ha studiato cinema in Cile e animazione a Montreal, debuttando nel lungometraggio con la commedia drammatica La vida me mata (La vita mi uccide, 2007). Due anni dopo, a soli trent’anni, ha realizzato forse il suo film più bello: Affetti & dispetti (La nana, 2009), un’altra commedia drammatica che ha avuto un ottimo riscontro anche in Italia. Prima, nel 2009, aveva vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival trionfato al festival de La Avana e ottenendo premi in un’altra decina di Festival. Nasty Baby (Brutto bambino, 2015) prosegue sul terreno di questo stile beffardo in cui mescola divertimento, dramma, thriller esagerando volutamente in alcune scene di violenza come in momenti troppo smaccati di dolcezza. I suoi innamorati sono fedeli, hanno una love story accettata da ambedue le famiglie, desiderano ardentemente un figlio. L’unico problema è che, essendo gay, hanno bisogno di trovare un’amica che si presti di funzionare come utero in affitto. La trovano, ma la donna desidera divenire madre veramente. Anzi, è lei il motore di tutta l’avventura perché vuole sentirsi l'unica genitrice del bimbo avendo a disposizione due padri che la possano aiutare. Nel corso della storia si aggiungono personaggi che complicano ulteriormente la situazione, creando momenti sempre più drammatici, ma anche positivi come l’uccisione di un uomo che gira attorno a loro ed è visto come momento di aggregazione vero, positivo nonostante che, da vivo, fosse amico di tutti. I colpi di scena non sono prevedibili ma c'è una ventina di minuti, superati i problemi per l’inseminazione, che sembrano meno riusciti. Il brutto bambino del titolo non è altro che l’immagine dell’artista da bimbo trasformata, per una sua performance, in una specie di neonato ibrido dall’aspetto raccapricciante. Il giovane artista visuale Freddy e il suo fidanzato falegname Mo sono una coppia gay di Brooklyn che vorrebbero avere un figlio con l’aiuto dell’amica Polly. La bella avventura della paternità inaspettatamente dà vita ad un senso di grande disagio soprattutto a causa di un vicino omofobo che continua ad insultarli. Anche nella cosmopolita vita di New York, presunto paradiso di raffinatezza e diversità in cui ciascuno vive secondo i principi del pensiero politicamente corretto e dove essere diversi vuol dire subire rifiuti o, quantomeno, essere fortemente ostacolati. Regista, sceneggiatore e interprete principale, Sebastian Silva, cineasta cileno che vive negli Stati Uniti e sopravvive da anni lavorando per la televisione e realizzando film sempre molto originali. In questo caso firma un lavoro non etichettabile, parte di in un genere che contamina thriller satirico e polanskiano ansiogeno ma in armonia con il corso imprevedibile della vita. Un cast molto ben scelto, personaggi minori che rubano la scena ai protagonisti, fobie raccontate senza mai considerarle malattie, omosessualità vista, ma non raccontata, secondo gli stilemi di tanto cinema commerciale o, peggio, solo apparentemente impegnato.


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Nel secondo giorno del Festival sono stati presentati altri titoli interessanti. D’Ardennen (Le Ardenne, 2015) è un film belga ambientato nel mondo parallelo degli emarginati dove rubare, drogarsi, uccidere vengono considerati comportamenti accettabili ed accettati. Tuttavia, oltre l’apparenza di un’opera che si occupa del disagio vissuto anche tra due fratelli, questo segna il debutto nel lungometraggio del giovane Robin Pront. E’ un thriller in grado di creare forte tensione con un finale prevedibile solo se non ci si è lasciata sfuggire nemmeno una scena. Dopo una rapina fallita, Kenneth è catturato mentre la sua ragazza ed il fratello Dave riescono a fuggire. Quattro anni più tardi è rilasciato e torna a casa sperando di iniziare una nuova vita, non sapendo che suo fratello e la ragazza hanno ora una relazione e hanno completamente abbandonato delinquenza, alcol e droga. Kenneth inizia a lavorare nella grande stazione di lavaggio auto in cui è impiegato il fratello. Le cose sembrano andare bene ma subito litiga col titolare e fa licenziare anche Dave. Tuttavia i veri problemi arrivano quando scopre che si è creata una nuova coppia e che la sua ex - fidanzata aspetta un figlio. La tragedia incombe su ciascuno e la violenza scoppia all'ombra delle Ardenne, paesaggio dei momenti più felici dell’infanzia dei due giovani. Di più non è lecito dire, sicuramente il finale non lascia indifferenti. La prima caratteristica di questo regista, co - sceneggiatore assieme al bravissimo Jeroen Perceval, è che sceglie una chiave narrativa che è un esempio di ottimo livello neo-noir, visto in una chiave violenta e spietata, che può essere definito come un incrocio tra Il cinema di Quentin Tarantino e quello dei fratelli Dardenne. L’autore è belga con origini tedesche, ed è noto per concedere poco al pubblico che costringe a ricevere parecchi pugni allo stomaco. Bello ma, sicuramente, impegnativo sia per i temi trattati ma, soprattutto, per alcune immagini di rara violenza.
283987Je suis un soldat (Io sono un soldato, 2015) è diretto in maniera convincente da Laurent Larivière. Presentato nella sezione Un Certain Regard a Cannes, vuole essere esempio di quel socio realismo, con la precarietà del lavoro che mina la classe operaia e incarna un thriller proletario la cui influenza principale è il cinema dei fratelli Dardenne. Il regista ha diretto sei cortometraggi premiati in vari festival, ha realizzato spettacoli teatrali e questo è il suo primo lungometraggio. Il punto di partenza è il senso di vergogna che la crisi ha diffuso in questa parte del mondo. Bella la frase detta dalla protagonista: noi non siamo in grado di realizzare i nostri sogni, ma questo male è comune a tutta la società. A trent'anni, Sandrine è rimasta senza lavoro e senza casa, vale a dire senza un posto al mondo in cui potersi sentire viva ed esistere. Di fronte a un quadro così desolante torna da sua madre sperando di riuscire a costruire una nuova esistenza. Qui abita anche sua sorella insieme marito e figlia perché, pur lavorando entrambi, non riescono ad avere una vita indipendente e vivono anche loro una fase di difficoltà economica. Per contribuire ai costi della famiglia, la ragazza inizia ad aiutare suo zio in un allevamento di cani che sembra essere una copertura per il traffico di animali importati dall'Europa orientale. Si guarda in giro, capisce i meccanismi di questo commercio e inizia a guadagnare in maniera illegale frodando lo Stato e lo zio. In questo modo corre il rischio di essere inghiottita da una pericolosa spirale. Buona l’idea iniziale ma fin troppo ripetitivo lo sviluppo che sembra volere raccontare in maniera, fin troppo verista, la pulizia dei canili - stalla, la morte di tanti cuccioli, i traffici tra persone pericolose e il lavoro di un veterinario che falsifica i certificati di vaccinazione. I fan di Johnny Holiday saranno felici di ascoltare Quand revient la nuit e scoprire che uno dei suoi versi dà il titolo a questa pellicola che racconta due storie: la vergogna di vivere un’esistenza che non si accetta ed il violento traffico di cuccioli. Il regista ha detto: per me il titolo è molto importante perché è un'allegoria che evoca il film.  I cani, protagonisti del crudele traffico, secondo le intenzioni del autore servono a mettere in primo piano qualcosa di poco conosciuto, un traffico da quindici milioni di dollari il terzo, per valore, dopo quelli di armi e droga


Land of MineUnder sandet (titolo internazionale Land of Mine, Terra Minata, 2015) di Martin Zandvliet è un film danese che non lascia indifferenti sia per i temi trattati che per la crudezza di certe immagini legate al ferimento o alla morte di giovanissimi prigionieri tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale. Contestato in Danimarca da parte di quanti sostengono che certi capitoli della storia è meglio non conoscerli per fare credere che i cattivi siano stati solo da una parte, è un’opera corale in cui esiste una grande forza emotiva, un desiderio di espiazione da parte di chi questo annunciato massacro deve gestire. Il protagonista è un sergente ligio agli ordini, forse incapace di ragionare col proprio cervello, questo sino a quando accade qualcosa che lo trasforma radicalmente. Il regista quarantatreenne è anche uno scrittore di successo, originariamente è stato un montatore cinematografico che, nel corso degli anni, si è trasformato in regista sensibile. Ha iniziato come editor per diversi autori, nel 2002 ha realizzato il suo primo documentario, Angels of Brooklyn (Angeli di Brooklyn), con cui ha ottenuto vari riconoscimenti. Dopo diversi cortometraggi e una lunga attività come sceneggiatore e assistente alla regia ha diretto il suo primo lungometraggio nel 2009, Applaus (Applausi) interpretato da Paprika Steen, ha trionfato al festival di Karlovy Vary dove ha vinto il premio Label Europa Cinemas, il riconoscimento per la migliore interprete femminile e quello per la migliore sceneggiatura. Con quest’ultimo film dimostra di avere raggiunto una maturazione stilistica che gli permettere di trattare temi difficili senza mai sfiorare il melodramma. Roland Møller né stupendo protagonista, un attore che alterna al cinema teatro e televisione. Danimarca, maggio 1945, la seconda guerra mondiale è finita da poco ma due milioni di mine rimangono sparse lungo la costa occidentale, potenziale scenario di uno sbarco alleato mai avvenuto. Per disinnescare questi ordigni sono usati circa 2.600 soldati tedeschi prigionieri, per lo più adolescenti reclutati nel periodo finale della guerra. Il sergente Rasmussen è a capo uno dei gruppi formati da reclutati molto giovani, anche quattordicenni, privi di qualsiasi esperienza in materia. Il compito, pericolosissimo, è di ritirare con le proprie mani le mine sepolte sotto la sabbia della spiaggia. Sono ragazzi sopravvissuti alla guerra, ma che ora devono affrontare un impegno non meno pericoloso. Come molti dei suoi compatrioti, il sergente odia i tedeschi dopo aver subito cinque anni di stenti durante l'occupazione, ma è sconvolto dalla morte  di  un giovane costretto a lavorare mentre era ammalato. Da quel momento qualcosa cambia e il sottufficiale diventa un severo padre ma che sa capire i loro problemi.
AFERIM web 4Aferim! (idem, 2015) di Radu Jude tratta in maniera indiretta il grave tema della schiavitù dei gitani che durò dal quattordicesimo fino alla metà del diciannovesimo secolo, una situazione poco conosciuta e quasi scomparsa dal dibattito pubblico, ma che ha causato un grande impatto emotivo e ha influenzato buona parte della vita sociale della Romania. E’ un film non nuovo per i fruitori di Festival – ha vinto tra l’altro l’Orso d’Argento per la regia all'ultima Berlinale – ma che riesce ancora ad affascinare. Bianco e nero, una vicenda lontana nel tempo, una storia formalmente poco interessante. Eppure, il film che ne scaturisce è qualcosa di realmente coinvolgente. Il regista riesce ad emozionare con uno stile quasi documentaristico e immagini che accolgono il passaggio dei personaggi, le loro paure, l’odio, l’amore senza raccontare queste emozioni ma facendole veramente vedere. Trait d’union tra le varie sequenze è il lungo peregrinare di un uomo di legge che, assieme il figlio, passa da un luogo all’altro per catturare uno schiavo gitano accusato di furto da un maggiorente locale. La realtà ben presto si scopre diversa, ma il senso del dovere da parte del uomo di legge lo costringe ad accettare anche cose che urtano la sua coscienza. Siamo nel 1835 e un maturo funzionario, che potrebbe essere visto come una sorta di sceriffo romeno, va alla ricerca di uno schiavo scappato dopo che il padrone aveva scoperto la relazione che intratteneva con sua moglie. L'uomo di legge sa che il futuro di suo figlio dipende dalla cattura del fuggitivo, infatti i rampollo potrebbe essere aiutato dal boiardo al cui servizio sono entrambi. Il suo viaggio attraverso le regione selvaggia è costellato da avventure e incontri con altri schiavi che, per salvare se stessi, sacrificano il fuggitivo. Il film è il risultato di una ricerca intorno al tema dei gitani massacrati senza ragione ed è un’opera per la televisione, girata in bianco e nero ricca di accenni alla letteratura popolare romena. Bello, ben fatto, ma non sempre riesce a parlare al cuore.


right-now-wrong-then-2015-hong-sang-soo001Ji-geum-eun-mat-go-geu-ddae-neun-teul-li-da, titolo internazionale Right Now, Wrong Then (Giusto adesso, sbagliato dopo, 2015) di Sang-soo Hong è una interessante pellicola sudcoreana divisa in due parti esattamente uguali, un’ora ciascuna, che racconta una giornata di un cineasta giunto in anticipo in città di provincia dove presenteranno un suo film a cui farà seguito un dibattito con lui presente. Le due anime della stessa sceneggiatura differiscono di poco ma prevedono gli sviluppi differenti se il regista incontra una ragazza sconosciuta per strada o in una stanza delle preghiere buddista. Il cinquantacinquenne regista non è certo un nome sconosciuto per i cinefili, vari suoi titoli hanno partecipato a Festival a livello internazionale e a Cannes, nel 2010, il suo Hahaha è stato premiato a Un Certain Regard. Questo cineasta ha alle spalle sedici titoli realizzati dal 1996 ad oggi ed è considerato innovativo, capace ogni volta di stupire o per la storia raccontata o per come riesce a trasmetterla allo spettatore. Può piacere oppure no, ma sicuramente la sua originalità merita attenzione. La storia è semplice e parrebbe quasi l’inizio di una love story che, in realtà, non sboccia. Al Festival di Locarno il film  ha vinto premi per il il miglioe film, il migliore attore e quello della giuria ecumenica, questo dimostra quanto possa essere considerato interessante. Il regista ha studiato alla sudcoreana Chungang University per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove ha continuato la sua formazione presso il College of Arts and Crafts della California e nell’Art Institute di Chicago. Il Festival di Gijón gli ha dedicato una retrospettiva nel 2013 e ha pubblicato un libro sul suo lavoro cinematografico. Un cineasta indipendente arriva con un giorno d'anticipo nella città di provincia dove dovrà presentare un suo film, approfittando del tempo libero, entra in un palazzo dove incontra un giovane artista, con la quale passa il resto della giornata. Visita il suo studio, conosce il suo lavoro, cenano e bevono in un ristorante di sakè - una specie di enoteca asiatica - fino a quando lei pone una domanda la cui risposta cambia ogni cosa. E’ probabile che se il giorno dovesse iniziare in quel momento entrambi si comporterebbero in modo diverso: ma si può cambiare il passato e il proprio destino?
1441360841 55e96bc94c85a neonbullposterNeon Bull (Toro al neon) sembra composto da due film, una commedia tradizionale dai toni drammatici, che occupa lo spazio di oltre un’ora, e un finale in cui vi è grande crudezza con scene di sesso che coinvolgono anche una donna incinta. Il tutto in un cinema verità in cui non esiste la finzione. E’ diretto dal trentaduenne brasiliano Gabriel Mascaro che dimostra nello stile narrativo e nella scelta delle immagini le sue molteplici identità. Lavora tra cinema e arti visuali proponendo opere e performance al Guggenheim Museum, al MACBA di Barcellona, al MOMA di New York ed in tantissimi altri prestigiosi luoghi d’arte. I suoi film sono stati presentati a Locarno, San Sebastián, IDFA, BFI di Londra, IFFR di Rotterdam, a Clermont Ferrand ed in atri dodici festival. Ancora giovanissimo, ha ottenuto risultati che molti artisti non hanno raggiunto in tutta una vita. Ama stupire e ci riesce benissimo, gli piace inventare situazioni apparentemente normali per poi creare incredibili tensioni emotive. Non si capisce dove finisca il gioco e dove inizi l’arte, sicuramente è un nome che sentiremo sempre più frequentemente, anche perché è stato adottato da varie rassegne sensibili al cinema autoriale. Il giovane Iremar, nonostante sogni di divenire un creatore di moda, sopravvive facendo il cowboy e prepara i tori prima che si esibiscano. Lavora tra le quinte di Vaquejadas, un tipico rodeo del nord-est rurale del Brasile in cui due uomini in sella a mucche devono fare cadere a terra un toro prendendolo per la coda. La sua casa è il camion che trasporta anche gli animali da spettacolo, un mezzo di trasporto che condivide con due colleghi: Ze (che si occupa con lui degli animali) e la guidatrice che si esibisce anche come ballerina sexy in coreografie concettuali. Lei è anche madre di Cacá, una ragazzina con più logica di tutti gli altri messi assieme. Formano una strana famiglia in cui ogni cosa viene accettata e mai discussa. Lui ha un lavoro sporco, poco gratificante occupandosi soprattutto di pulire gli escrementi lasciati dagli animali. Sembra che il settore tessile stia avendo uno sviluppo e il desiderio del giovane di cambiare la sua vita parrebbe divenire realtà. Il film ha vinto il Premio Speciale della sezione Orizzonti della Mostra di Venezia, ha creato scalpore e destato contestazioni per il contenuto di alcune scene che possono dare forte disagio agli spettatori.


TakubofficialmovieposterC’era molta attesa per la presentazione del film filippino Taklub (Trappola, 2015) diretto dal cinquantacinquenne Brillante Mendoza. La sua vita al interno del cinema è molto particolare, essendosi avvicinato a questo mondo solo da una decina di anni. A dimostrare l’interesse che ha provocato, il suo film d’esordio, Masahista (Il massaggiatore, 2005) ha vinto il Pardo d'oro al Festival di Locarno 2005 ed è il titolo che ha aperto la strada per lo sviluppo di un cinema alternativo nelle Filippine. Nello stesso anno ha creato Center Stage Productions per realizzare sia i propri film che quelli di registi giovani.  Questo cineasta è il primo regista filippino ad essere onorato in Francia con il titolo di Chevalier dans l’Ordre des Arts et Lettres. Continua a realizzare film e documentari che riflettono la vita dei settori emarginati della società in cui vive e sta aiutando la nascita di un pubblico per i film indipendenti, organizzando da un paio d’anni anche un Festival con cinque titoli tutti dal taglio tipico del cinema indipendente. Con il titolo presentato al festival qualcosa non ha funzionato e certe parti sembrano più di maniera che realmente sentite. Non per questo l’opera non merita la massima attenzione, non fosse altro come documento di una terribile realtà. Nel novembre di due anni orsono il Tifone Yolanda colpì con inaudita violenza le coste filippine privando della vita più di seimila persone, uccise in quella che è stata una delle catastrofi naturali più devastanti del paese. Mesi dopo, il Dipartimento di Ambiente e Risorse Naturali ha chiesto a questo cineasta di realizzare un documento sull’evento perché ha ritenuto che un autore di fiction fosse più adatto per affrontare il problema del cambiamento climatico ed il suo grave impatto sul mondo. Il titolo significa trappola, una parola chiave per un film la cui trama racconta cosa succede all'indomani del tifone, soprattutto le condizioni estreme di sopravvivenza del popolo di Tacloban. Con uno stile quasi documentaristico segue il protagonista alla ricerca di dei corpi di tre bambini scomparsi a lui si aggiunge Larry che, dopo essere rimasto vedovo, si rifugia nel fervore religioso e Erwin che nasconde alla sorellina la morte dei genitori. La narrazione segue i loro passi, la morte e la vita che li uniranno e divideranno. Escluse le figure principali gli altri personaggi sono non professionisti, persone del luogo che vivono e non interpretano se stessi in momenti narrativi non scritti nella sceneggiatura ma vissuti in prima persona.
la-delgada-linea-amarilla-2013La delgada linea amarilla (La sottile linea gialla, 2015) è un buon film messicano diretto da Celso García, qui alla sua opera prima. E’ uno spazio narrativo in cui il percorso è subordinato alla linea gialla della mezzeria che i protagonisti devono dipingere su strada poco trafficata ma lunga oltre duecento chilometri, in un viaggio in cui l'ambiente influenza le emozioni e il comportamento di tutti i personaggi uniti tra loro dalla casualità di un lavoro che permetterà, per quindici giorni, di guadagnare qualche spicciolo. Nei dieci anni precedenti questo regista ha scritto e diretto cinque corti presentati e premiati in Festival quali Guadalajara, La Havana, Huelva e Cartagena. La sceneggiatura di questo lungometraggio faceva parte dei Screenwriters Labs di Cannes e del Sundance. Un bravo caposquadra che, dopo la morte di un suo operaio, abbandona quell’attività e lavora come guardiano da uno sfasciacarrozze per undici anni prima di essere sostituito da un cane, un nuovo lavoro da un benzinaio e l’incontro con l’ingegnere di cui a suo tempo era stato dipendente che gli propone di realizzare 217 chilometri di mezzeria, prima delle piogge, in soli quindici giorni. L’incontro con i compagni di avventura e di sventura, il desiderio di sentirsi nuovamente uomo vero. Un ritratto di un mondo di emarginati in cui convivono un autista di camion che sta perdendo la vista, un giovanissimo praticamente abbandonato dalla famiglia, un lavoratore del circo che ha perso tutto per il fallimento di questo teatro di allegria e un ladro. Guardando una cartina, l’America Centrale appare come un collegamento molto frammentato tra Nord e Sud attraversando il territorio di molti paesi e questo accentua l'idea di diversità e discontinuità. Questo insolito road movie converge su una sola chiave narrativa, che fa vivere le emozioni di cinque uomini molto diversi che sono motivati dalla perdita di un lavoro, il dolore o la speranza. Nel film il paesaggio diventa il vero protagonista e un segno di identità culturale, visto come rappresentazioni e immagine di un mondo, uno scenario desertico in cui il criterio di creare qualcosa per molte persone diventa meno importante rispetto alla possibilità di fare muovere tutti, magari anche per abbandonare la maledizione della povertà.


269651Umrika (America, 2015) è uno dei due film indiani – l’altro era Masaan di Neeraj Ghaywan – presentati con successo nella Sezione Ufficiale del Festival. Secondo lungometraggio del regista di Delhi in a day (Delhi in un giorno, 2011) - premiato dal pubblico al Sundance Film Festival - commedia sottile e intelligente sui temi, stereotipi e incomprensioni tra culture e paesi diversi e lontani. Anche in questo caso non delude e dimostra come il cinema occidentale ed il suo modo di raccontare, se ben mescolato con i temi e le atmosfere asiatiche, possa rendere appetibile ed interessante storie particolari. Lo sceneggiatore e regista Prashant Nair, pur essendo nato in India, è di nazionalità francese. Ha trascorso la sua infanzia in Svizzera, Sudan, Siria, Zambia e Austria a seguito della famiglia. Laureato in ingegneria, si è dedicato a progetti sociali per dodici anni, vivendo a New York, Praga e Parigi. Il suo primo lungometraggio realizzato con un budget di soli ottantamila dollari, è uscito nelle sale in India nel 2012 ed è entrato nella top 10 dei film indipendenti del paese. Ha vinto numerosi premi e ha partecipato a più di trenta festival cinematografici. L’idea per il suo secondo film gli è venuta in mente a Bombay dove stava scrivendo un’altra sceneggiatura. La vita di un tranquillo villaggio in India, a metà degli anni '80, cambia radicalmente quando Udai, uno dei suoi più giovani abitanti parte per gli Stati Uniti in cerca di fortuna. Presto, le sue lettere piene di entusiasmo e speranza, con incollate immagini di un mondo che tutti sognano, fanno felice la sua famiglia e gli amici, ma quando queste terminano in maniera brusca senza alcuna spiegazione, il fratello più giovane decide di seguire le sue orme lo fa assieme a Lalu, il suo migliore amico. Il viaggio diventerà una vera avventura iniziatica che li porterà in mondi inaspettati, abbandonando il sogno americano per trovare il proprio immaginario. La storia è molto bella e racconta di realtà difficili, da capire se non si conosce la disperazione delle persone che abbandonano tutto solo con la speranza di avere una vita migliore. Nemmeno una traccia del melodramma indiano, ma una struttura narrativa di grande bellezza.
black-adil-el-arbi-bilall-fallah-3Black (Nero) di Adil El Arbi e Bilall Fallah acquista un terribile valore documentaristico di una realtà che stiamo vivendo in questi giorni dopo gli attentati di Parigi: la zona di Bruxelles dove è ambientato il film è la stessa in cui si stanno cercando i terroristi. Il degrado sociale, la povertà, bande giovanili che si dividono il mercato della delinquenza, amori e sgarri che finiscono anche con la morte. E’ una realtà che si conosce solo quando, forse, è troppo tardi per cercare di porre rimedio. Il film è diretto da due giovani e promettenti autori di origine marocchina che hanno studiato presso l'Institut Saint-Luc di Bruxelles, dove si sono incontrati e da allora ha formato una coppia inscindibile che ha realizzato alcuni corti presentati e premiati in vari festival. Questo è il loro secondo lungometraggio, l’opera del debutto è stata Image (Immagine, 2014), che raccontava di una giovane giornalista che vuole documentare le strade malfamate di Bruxelles e che quasi subito coinvolta nella vita di un ragazzo marocchino. Temi sociali che i due conoscono molto bene, realtà dai tragici contenuti, amore che può sbocciare ovunque. E’ un riuscito esercizio di realismo senza compromessi che documenta una Bruxelles lontana mille miglia da quella turistica che conosciamo, è la storia d'amore impossibile tra giovani. I due appartengono a bande di strada che si contendono il territorio, sono disposte a tutto pur di ottenere un po’ di denaro e il rispetto della gente che li attornia, meglio dire il terrore. Mavela ha quindici anni ed è di origine africana, è un Black Bronx e vive nel quartiere Matonge, Marwan un nordafricano che fa parte dei 1080 nel Distretto di Molenbeek - Saint-Jean. Si incontrano e si innamorano in un commissariato al punto di intraprendere una relazione clandestina mettendo in discussione la lealtà alle rispettive bande, cosa che li espone a un grave conflitto, non solo morale, poiché uno sgarro può essere pagato con la vita loro o dei loro genitori. Realistico e romantico, al tempo stesso, il film presenta un ritratto della capitale belga credibile e, a tratti, sconvolgente. Un buon documento del disagio e della la possibilità di capire come nascono certe realtà che possono terrorizzare il mondo.


right-now-wrong-then-2015-hong-sang-soo001I premi

PREMIO Principato delle Asturie al miglior lungometraggio.
Ji-geum-eun-mat-go-geu-ddae-neun-teul-li-da (Giusto adesso, sbagliato dopo) di Sang-soo Hong (Corea del Sud)
Premio al miglior regista
Arturo Ripstain per La calle de la amargura (La strada dell’amarezza) (Spagna, Messico)
Premio al miglior attore:
Jung Jae-Young per Ji-geum-eun-mat-go-geu-ddae-neun-teul-li-da (Giusto adesso, sbagliato dopo) di Sang-soo Hong (Corea del Sud)
Premio alla migliore attrice:
Loubna Abidar, per Much loved (Molto amata) di Nabil Ayouch (Marocco, Francia)
Premio alla migliore sceneggiatura:
Celso García per La delgada linea amarilla (La sottile linea gialla) di Celso García) (Messico)
Premio Gil Parrondo per la migliore direzione artistica
Ex aequo:
Marisa Pecanins per La calle de la amargura (La strada dell’amarezza) di Arturo Ripstain (Spagna, Messico)
Jonah Markowitz per The Diary of a Teenage Girl (Diario di un’adolescente) di Marielle Heller (Usa)

Premio speciale della giuria:
La delgada linea amarilla (La sottile linea gialla) di Celso García) (Messico)
Premio ANIMAFICX:
The Magic Mountain (La montagna magica) di Anca Damian (Romania, Polonia, Francia)
Menzione speciale a:
Adama di Simon Rouby (Francia)
E
The Boy and the Beast (Il ragazzo e la bestia) di Mamoru Hosoda (Giappone)
PREMIO DOCUFICX a:
The Woods Dreams Are Made of (Il legno di cui sono fatti i sogni) di Claire Simon (Francia)
Premio FIPRESCI a:
Much loved (Molto amata) di Nabil Ayouch (Marocco, Francia)

Premio al miglior cortometraggio
Copain (Amico) di Jan e Raf Roosens (Belgio)
Premio al migliore regista di cortometraggi:
Jan e Raf Roosens per Copain (Amico) (Belgio)
Premio al miglior attore di cortometraggi
Ex aequo a
Jordi Aguillar e William Miller per En Alabama, sì (In Alabama, sì) (Spagna)
Premio alla miglior attrice di cortometraggi
Ex aequo:
Marisha Triatafyllidou e Katerina Douka per Volta (Grecia)
Premio alla migliore sceneggiatura di un cortometraggio
Jan e Raf Roosens per Copain (Amico) (Belgio)
Premio GIL PARRONDO alla migliore direzione artistica di un cortometraggio
Ivan Barge per Madam Black (La dama nera) (Nuova Zelanda)
Premio speciale della giuria:
Drama (Dramma) di Guan Tian (Cina, Stati Uniti)
Premio del pubblico al miglior film nella Sezione Ufficiale a:
Under sandet (Terra minata) di Martin Zandvliet (Danimarca, Germania)
Premio del pubblico RELLUMES a:
Operacíon México, un pacto de amor (Operazione Messico, un patto d’amore) di Leonardo Bechini (Argentina)
Premio del pubblico al miglior lungometraggio della sezione GRAN ANGULAR FICCIÓN a:
La Novia (La sposa) di Paula Ortiz (Spagna. Germania)
Premio del pubblico al miglior lungometraggio asturiano sezione GRAN ANGULAR a:
La base de éxito (La base del successo) di José Fernández Rivero (Spagna)
Premio del pubblico al miglior cortometraggio asturiano
Fame (Fame) di Pablo A. Neila (Spagna)
Premio I ragazzi terribili al miglior lungometraggio sino a 12 anni
Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores (Italia)
Premio Ragazzi terribili oltre il 13 anni
Dessau Dancers (I ballerini Dessau) di Jan Martin Schart (Germania)
Premio della giuria dei giovani al miglior lungometraggio
Nasty Baby (Cattivo bambino) di Sebastián Silva (Stati Uniti)
Premio della giuria dei giovani al miglior lungometraggio
Madam Black (La dama nera) di Ivan Barge (Nuova Zelanda)
Premio Giorni delle Asturie al cortometraggio:
Cuenta con nosotros (Conta su di noi) di Pablo Vara
Menzione speciale a:
Donde caen las hojas (Dove cadono le foglie) di Alicia Albares
Premio al miglior film diretto da una donna a:
Zurich (Zurigo) di Sacha Polak (Olanda, Germania, Belgio)
Premio Progetto corto CANAL + al progetto di cortometraggio intitolato:
Nico
Prodotto da Banatu Filmak e diretto da Iván Sáinz Pardo