52o Festival Cartagena De Indias

Stampa

Sito del festival: : www.ficcifestival.com

52o Festival Cartagena De Indias

Cartagena De Indias è il più antico Festival di cinema dell’America latina e oggi celebra i suoi cinquantadue anni. E’ situato sulla costa colombiana nella città che Gillo Pontecorvo scelse per girare Queimada e ha un centro storico che è stato dichiarato dall’Unesco bene dell’umanità. L’edizione di quest’anno si è aperta nell’ottocentesco teatro Adolfo Mejía con un omaggio a Isabella Rossellini, scrittrice, attrice, produttrice e regista. Applaudita calorosamente, l’ospite ha ricevuto dalle mani del sindaco le chiavi della città. Ha presentato il suo libro Green porno, un documentario su suo padre Roberto e alcuni corti intrattenendosi per novanta minuti con la presidente del Festival Mónica Wagenberg. Una standing ovation ha salutato la sua uscita dal teatro. Il Festival ha in catalogo 113 film che saranno presentati nel moderno centro congressi, in sei sale di un multiplex oltre che nel teatro principale e vanta un record mondiale: l’ingresso gratuito per tutti durante tutta la durata della manifestazione che si terminerà mercoledì 29 alla presenza del regista spagnolo Alex de la Iglesia che porterà La chispa de la vida (La scintilla della vita). Da tenere presenta anche la sezione Cine colombiano 100% che conta su tredici lungometraggi dell’ultimo anno. Ci sarà anche una retrospettiva dei film di Claire Denis, e una sezione di film vincitori, negli ultimi anni della Concha de oro, massimo premio del festival spagnolo di San Sebastián.

Sei i film in concorso visti finora. Tra questi, il delicato film brasiliano Historias que soexistem quando lembradas (Storie che esistono solo quando sono ricordate) di Julia Murat, già passato nella sezione autori di Venezia. Interessanti anche l’incalzante film cileno El año del tigre (L’anno della tigre) di Sebastian Lelio in programma a Locarno, e una produzione di Argentina, Colombia, Francia, Spagna e Uruguay, Porfirio di Alejandro Landes, visto in molti Festival. Meno visti, il film spagnolo Iceberg di Gabriel Velázquez, in anteprima al Festival di Gijón in novembre e l’argentino El estudiante (Lo studente), opera prima di Santiago Mitre in concorso a Locarno. Per chi non sapesse niente di queste opere, va detto che gravitano in atmosfere grame, di solitudine e di emarginazione. Fa eccezione il personaggio misero ma indomito e ribaldo, di Porfirio, e la dialettica di Lo studente, film di formazione su un giovane di provincia che sbarca nella capitale per frequentare l’università e coinvolto nella politica. Del protagonista (l’attore Esteban Lamothe), il regista descrive l’iniziazione sessuale e il progressivo interessamento alla partecipazione politica avallato da un’insegnante con la quale ha una relazione. Dapprima attento e ossequioso verso gente di potere che lo adopera per i propri fini, il giovane apprende la lezione e, in dirittura di arrivo, si rivolta e li contrasta. Dura 110 minuti. E’ folto di dialoghi, mostra scontri dialettici tra studenti e professori e accenna a pagine della storia argentina.
Maria, diciotto anni, si sente fuori del mondo. Di famiglia benestante vive a Città del Messico, non comunica con i genitori, né ha legami con gli studenti del liceo. Risponde con monosillabi alla madre e ha frequenti rapporti sessuali con conoscenze occasionali. Il sesso per lei non é gioia, né partecipazione: sembra voglia punirsi per togliersi di dosso un senso di colpa che frustra tutte le sue azioni. Raccontando ai suoi che va in gita scolastica, riempie lo zainetto con pochi ricambi e va alla stazione degli autobus. Lungo la strada incontra persone dalle quali fugge dopo una prima conoscenza. Sarà un giovane povero e timido, in viaggio verso la frontiera Usa in cerca di lavoro, a farle capire che non tutti sono contro di lei. La fará sorridere e finirà per accettare una relazione da lei voluta. Il giovane segue poi per la sua strada. Maria si concede una gita su un barcone che le permette di navigare tra alcuni balenotteri e di accarezzarli. Il mondo, dopotutto, sembra cominciare a sorriderle. Il film s’intitola Un mundo secreto (Un mondo segreto): la protagonista é Maria Uribe, e per il regista messicano Gabriel Mariño si tratta del film d’esordio. Un cineasta che ammira il cinema di Gus Van Sant, Lucrecia Martel, Robert Bresson, Andrei Tarkovski, autori che gli hanno indicato un universo a lui congeniale. Crea scenari che si condensano in atmosfere rarefatte e in paesaggi desolati nei quali la protagonista sembra volersi immergere e cancellarsi. L’espressione seriosa, a volte di scugnizza impunita, altre quasi sacrificale, Maria compie un lungo viaggio di formazione.


Curioso è anche Heleno del brasiliano José Henrique Fonseca, altro film in concorso al Festival. Curioso perché a differenza delle altre produzioni questa fa il verso al cinema commerciale. Girato in bianco e nero sullo sfondo di Rio de Janeiro tra gli anni ’40 e ’50, con uno smalto che rimanda al pluripremiato The Artist, il film narra la breve e folgorante carriera di un campione di calcio. Heleno de Freitas (1920-1959) è stato un grande idolo brasiliano, prima dell’affermazione di Pelé, Garrincha e Zico. Stella del Botafogo, Heleno era famoso non solo come sportivo, ma per la sua bellezza e per la vita disordinata. Gran fumatore era assediato dalle più belle ragazze della buona società, ma le donne e il successo lo portarono alla tomba. Il regista, al suo secondo film dopo L’uomo dell’anno, descrive un personaggio istintivo, con un livello culturale minimo, in balia del successo. Sembrava avere il mondo nelle sue mani e agiva d’impulso. Si ammalò di sifilide, ma non volle curarsi. Aveva la sensazione che i medici dessero troppa importanza a una malattia che lui credeva di poter tenere a bada. Fu ceduto al Boca Junior e, l’anno seguente, di ritorno dall’Argentina, nessuno lo volle più, neanche a parametro zero. Lasciava una figlia e una compagna che non aveva voluto sposare, qui interpretata dall’attrice colombiana Angie Cepeda. Il film dura 107 minuti e racconta la vita di questo campione mediante andirivieni nel tempo che non seguono un ordine cronologico. E’ come prendere figurine da un sacco, e cogliere l’eroe in un alternarsi di buone e cattive situazioni di momenti di successo e di estrema desolazione.
Volti di donne. Bambine, ragazze, madri sono alcune protagoniste di molti film in concorso al Festival. Dalla vendetta di una madre umiliata nella selva colombiana (Chocó di Jhonny Hendrix Hinestroza) all’adolescente disturbata di Un mundo secreto (Un mondo segreto), dalle anziane che vivono di ricordi nel brasiliano Historias que soexistem quando lembradas (Storie che esistono solo quando sono ricordate) al peruviano Las malas intenciones (Le cattive intenzioni) con una bambina che vive in un mondo di sogni, opera prima di Rosario García Montero. Già applaudito a Berlino, il film si svolge a Lima tra il 1982 e il 1983. Cayetana, otto anni, s’isola in un mondo di fantasie, popolato da eroi della storia del Perù e da personaggi virtuali. Il fatto che la madre separata stia per darle un fratello col suo nuovo compagno, la spinge a chiudersi in un ostinato mutismo. Lei reagisce in maniera aggressiva, a volte isolandosi, altre confidandosi con una coetánea che soffre di una malattia terminale. Imperniato sui silenzi che la bambina oppone al caos che invade la casa e su atteggiamenti, singolari e a volte pericolosi, il film traccia il profilo di un’infanzia difficile e solitaria.


Donne che pagano con la vita colpe mai commesse, sono quelle che l’andaluso Benito Zambrano ha tratto dal successo editoriale di una scrittrice recentemente scomparsa, Dulce Chacón. La voz dormida (La voce dormiente) illustra la prigionia e la messa a morte, due anni dopo la fine della guerra civile, di donne sospettate di essere in relazione con elementi che si opponevano al regime. Film, purtroppo, manicheo, dove i cattivi sono sempre spietatamente cattivi. Tuttavia ricorda agli spagnoli le fucilazioni che il franchismo praticava in anni di pace a Madrid, dopo giudizi sommari e applicando il codice militare di guerra. Bravissime le attrici che animano il film, dalla giovane protagonista, Imma Cuesta, all’esordiente Maria León.
In concorso anche Las acacias (Le acacie), opera prima dell’argentino Pablo Giorgelli, premiato a Cannes. E' un film minimalista, come molte opere in concorso, su una ragazza madre che ottiene, tramite un conoscente, un passaggio dal Paraguay all’Argentina, da Asunción a Buenos Aires. Il passaggio é su un camion che trasporta tronchi d’albero e la donna viaggia con una bambina di cinque mesi. Il regista mette a fuoco il carattere burbero dell’autista, obbligato dal suo capo ad accogliere la passeggera. All’inizio il camionista si mostra serioso e distaccato. Durante il viaggio, però, é colpito dalla dignità e dall’indipendenza della donna, e s’intenerisce per il comportamento sereno e gioioso della bambina. Il viaggio finisce, ma forse é l’inizio di un’amicizia.
Il trionfatore del Festival è stato El estudiante (Lo studente), opera prima del trentaduenne argentino Santiago Mitre. Il film ha vinto 15mila dollari quale miglior film votato dalla giuria internazionale (Claire Denis, Hector Babenco, Dennis Lim) che ha assegnato anche il premio al miglior attore al protagonista del film: Esteban Lamothe. L’opera ha ottenuto anche il Premio Fipresci della critica internazionale.
Gli altri due premi della giuria internazionale sono stati assegnati a El lenguaje de los machetes (Il linguaggio dei machete) del messicano Kyzza Terrazas (Premio speciale della giuria) e a Porfirio del colombiano Alejandro Landes (Premio alla migliore regia). La sezione ufficiale, inoltre, si avvaleva di altre due giurie. Il premio dell’Organización Católica Latinoamericana y del Caribe de Comunicación (OCLACC) è stato assegnato al film brasiliano Historias que so existem quando lembradas (Storie che esistono solo quando sono ricordate) di Julia Murat. Il premio del pubblico, invece, è andato all’applauditissimo film colombiano Chocó di Jhonny Hendrix Hinestroza.
Un’altra giuria internazionale composta dagli statunitensi Anna Maria de la Fuente e Josh Siegel, e dal francese Edouard Waintrop, ha assegnato i premi nella sezione di tredici lungometraggi colombiani Colombia al 100%. Ha trionfato Porfirio con un premio di 30mila dollari al regista Alejandro Landes (miglior regia) e altri tre premi di 25.000 + 11.000 + 13.000 quale miglior film. Miglior attore è stato valutato Andrés Crespo, protagonista di Pescador (Pescatore) di Sebastiàn Corsero; Premio speciale della giuria a Sofìa y el terco (Sofia e il testardo) di Andrés Burgos.
La giuria della sezione documentari composta di Debra Zimmerman, Ricardo Giraldo e Ricardo Restrepo, ha scelto film di registi messicani. Il Premio speciale della giuria è andato a Cuates de Australia (Amici d’Australia) di Everardo González; miglior regista è stata valutata Tatiana Huezo, autrice di El lugar mas pequeño (Il luogo più piccolo) che ha vinto anche 5mila dollari quale miglior documentario.
Miglior cortometraggio è stato giudicato il brasiliano A fabrica (La fabbrica) di Aly Muritiba che ha vinto anche il premio della regia. Premio speciale della giuria al colombiano Los retratos (I ritratti) di Ivàn D. Gaona. Molti anche i premi della sezione riservata ai nuevos creatores. Tra i quali merita una citazione particolare Mi Drua (La mia terra) della colombiana Mileidy Orozco Domicó dell’università di Antioquia.
Da ricordare che il Festival, che si avvaleva di un teatro storico, di un centro di convenzioni e di sei sale di un multiplex, ha deciso l’entrata libera per tutti. Ha registrato 40.000 presenze e si è terminato con un intervento di Alex de la Iglesia del quale è stato presentato l’ultimo film La chispa de la vida (La scintilla della vita).