56ma SEMINCI - Semana Internacional de Cine - Valladolid

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Sito del festival: http://www.seminci.es

56ma Seminci - Semana Internacional de Cine - Valladolid

altNanni Moretti ha innaugurato, con Habemus papam, la 56ma Semana Internacional de Cine di Valladolid. Il cineasta è stato presentato da Bigas Luna, padrino di questa edizione, nello storico e ristrutturato Teatro Calderòn. Il regista è ritornato a Valladolid dopo alcuni anni e si tratterrà tre giorni per adempiere a un folto carnet di incontri e di interviste. Dopo di lui si avvicenderà uno stuolo di cineasti famosi, dai fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne all'attrice Maribel Verdù e al produttore Enrique Gonzàlez  Macho che saranno insigniti delle Espigas de Honor. Prestigiosa rassegna di cinema nata negli anni '50, seconda in Spagna dopo il Festival di San Sebastiàn, la Seminci si suddivide in numerose sezioni sulle quali primeggiano le tre di concorso: ufficiale, Punto de Encuentro, e i documentari selezionati per Tiempo de Historia. Nella competizione ufficiale sono attesi tra gli altri i registi Nicolàs Gil Lavedra con Verdades verdaderas - La vida de Estela (Vere verità - La vita di Estela), Geoffrey Enthoven con Hasta la vista (Arrivederci), Kevin Scott con la commedia Starbuck, Xavier Durringer con La conquête (La conquista) interpretato da Denis Podalydès.

altTra gli inediti tre film spagnoli con i rispettivi cast: El perfecto desconocido (Il perfetto sconosciuto) di Toni Bestard con Colm Meaney, Ana Wagener, Natalia Rodrìguez,  De tu ventana a la mìa (Dalla tue finestra alla mia) di Paula Ortiz con Maribel Verdù, Leticia Dolera, Luisa Gavasa e Medianeras (Mediatrici) di Gustavo Taretto con Pilar Lòpez de Ayala e Javier Drolas. Gli spettatori avranno anche l'occasione di vedere Veljekset (Fratelli) di Mika Kaurismaki e alcuni film provenienti da altri festival, da In Darkness (Nell'oscurità) di Agnieszka Holland a Monsieur Lazhar (Il signor Lazhar) di Philippe Falardeau. In chiusura sarà proiettato Superclàsico (Superclassico) di Ole Christian Madsen. Nella sezione Punto de Encuentro sono attesi Sophie Auster, figlia dello scrittore, e James Jagger figlio di Mick Jagger, protagonisti di Stealing Summers (Estate rubata) di David Martìn Porras; Andrey Bogatyrev con Buggy (Calessino); Maru Solores con Camera Obscura (Camera oscura); Pablo Perelman con La lecciòn de pintura (La lezione di pittura); Demian Sabini con Terrados (Terrazzi). Tra i molti ospiti anche Carmen Maura e Michael Buch col film Let my People go! (Lascia andare i miei!). Nei documentari di Tiempo de Historia, due titoli curiosi: La sombra de Evita. Volveré y seré millones (L'ombra di Evita. Tornerò e sarò milioni) di Xavier Gassiò; The Guantànamo Trap (La trappola di Guantanamo) di Thomas Selim Warner. Tra gli eventi da ricordare, mercoledì 26, Il giorno dell'Argentina in cui saranno programmati due lungometraggi: Belgrano di Sebastiàn Pivotto e Revoluciòn, el cruce de los Andes (Rivoluzione, il passaggio delle Ande) di Leandro Ipiña.


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Coronata da calorosi applausi a Habemus Papam e manifesta simpatia per Nanni Moretti, la serata inaugurale nella cornice dello storico teatro del Siglo de Oro, il concorso ufficiale ha già sfornato tre film. E' davvero singolare quello dell’argentino Gustavo Taretto, (1965) Medianeras (Mediatrici), film d’esordio girato dopo alcuni corti di successo. Interpretato dall’attrice spagnola Pilar López de Ayala e da Javier Drolas, narra di due giovani che vivono nella grande città, Buenos Aires, in due costruzioni contigue. Sono i lati senza finestre delle case confinanti e sono anche quelli che danno il titolo al film. Martin produce disegni per pagine web, vive in un monolocale e sta superando una fobia che quasi gli impediva di uscire. Mariana, architetto d’interni, si occupa di vetrine e vive in un appartamento nel quale non entra mai il sole. Lui è costretto a portare a spasso un cagnolino che gli ha lasciato un’amica; lei porta manichini e disegni. S’incrociano spesso, ma non si conoscono sino all’incontro fortunato, la scoperta di affinità, l’invito a cena e una notte d’amore non programmata. Per Martin l’emozione è molto forte, ma qualcosa non funziona: si schermisce ed esce dalla vita della ragazza. Di nuovo soli, i due hanno una prima reazione. Che almeno entri il sole nella loro vita, sembrano pensare, e quasi contemporáneamente praticano un foro nella parete e vi aprono una piccola finestra. Apertosi quasi come un documentario con intenti sociologici, il film entra nel vivo della narrazione tenendo separati i protagonisti per accentuarne la condizione di singoli e per rilevare la loro difficoltà nel rapportarsi con gli altri. Sembra concretarsi come una sorta di omaggio ad Antonioni nell’epoca di Internet.alt

E' meno riuscita l’opera prima di Toni Bestard (1973), El perfecto desconocido (Il perfetto sconosciuto), interpretato dall’irlandese Colm Meaney. Tra commedia, mistero e racconto di provincia, narra di un forestiero che capita di notte in un villaggio in un’isola del Mediterraneo. Introdottosi in un locale abbandonato, vi risiede, dà fiducia a un adolescente bistrattato in famiglia e rifugio a una ragazza dinamica e trasgressiva. In paese si sparge la voce che lo straniero voglia riaprire il negozio, ma in realtà è tornato sui luoghi, dove tanti anni prima era scomparsa la sua ragazza. Improvvisamente gli eventi precipitano e la vicenda, che ha frequenti sviluppi di commedia, volge al dramma.
altIn concorso anche il quarto film del canadese Philippe Falardeau, (1968), Monsieur Lazhar (Il signor Lazhar), che era già nel catalogo del Festival di Locarno. Se Edmondo De Amicis (1846 - 1908) fosse vissuto all’epoca dei mass media, forse avrebbe dovuto affrontare il problema posto dal film: le cose che si possono discutere con allievi di undici e dodici anni, e quelle delle quali non si deve parlare. Un algerino, (Mohamed Fellag), in attesa di essere dichiarato rifugiato politico, si presenta in una scuola dove un’insegnante si è appena impiccata lasciando libero un posto. Sostituendola dovrà confrontarsi con i sensi di colpa di alcuni allievi, e difendersi dai genitori che escludono qualsiasi riferimento al fatto. Non solo, ma dovrà guardarsi dal toccare gli studenti, che siano scappellotti o attenzioni affettuose. Durante poco più di novanta minuti, il film mette a fuoco il contrasto tra culture mediterranee e pragmatici comportamenti nordici. Tratto dal testo teatrale di Evelyne de la Chenélière, il film naviga tra sentimento e simpatia, descrivendo contrasti, punti d’incontro e lievi spunti divertenti. Il messaggio, per così dire, sta tutto nella frase di un genitore che rivolge al protagonista: Lei è qui per insegnare, non per educare.


altIl festival ha presentato, in anteprima europea dopo la partecipazione al Festival di Toronto, W ciemnoṥci (Nell’oscurità), di Agnieszka Holland, candidato all’Oscar per il cinema polacco. Quasi sessant’anni dopo la feroce repressione degli abitanti del ghetto di Varsavia da parte dei nazisti, un’affermata regista con una quindicina di film all’attivo torna per la terza volta a occuparsi dell’Olocausto. Compito non facile vista l’abbondante filmografia dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, e considerato l’evidente pericolo di una ripetizione prossima alla saturazione. Nondimeno, ha deciso di realizzare questa storia non appena David Schamoon le ha inviato una sceneggiatura corredata di dettagli sulla repressione che azzerò il ghetto della città di Lvov. Ne è scaturito un film di 145 minuti, con le cadenze di un thriller, ma ben radicato nella realtà storica e sociale del ghetto che ebbe il suo massimo cantore nel Nobél di letteratura Isaac Singer. Leopold Socha (Robert Wieckiewicz) si occupava delle fogne cittadine di Lvov, degli scoli e degli intasamenti, ma era anche un furfante, dedito a furti in appartamenti, e nascondeva la refurtiva in anfratti della rete fognaria. Nel marzo del 1943 la distruzione del ghetto spinse alcune famiglie di ebrei a scavare un passaggio e a nascondersi proprio in quei cunicoli. Scoperti dal fognaiolo, fecero un accordo con lui per non essere denunciati. All’inizio, quindi, ci fu un ricatto, ma la progressiva conoscenza della famiglia Chiger e degli altri perseguitati mutò il comportamento dell’ospitante che divenne il loro dispensiere e la guida. Gli ebrei lo pagarono finche ebbero soldi, poi l’impresa trasformò nel profondo il furfante, che fece l’impossibile per salvarli e ci riuscì in larga parte.  Analogo a molti altri racconti della repressione nazista, il film non riserva sorprese. Tuttavia la regista punta sui problemi derivanti dalla lunga e penosa convivenza di uomini, donne e bambini sottratti alla loro normalità quotidiana, in questo modo crea a un’altra normalità, quella della forzata convivenza di molti esseri umani in spazi ristretti, umidi, maleodoranti, lontano dalla luce del giorno e con l’obbligo del silenzio. Sono inevitabili le fiammate di nevrosi, i tentativi di fuga e di sopraffazione, in un universo buio e circoscritto, percorso dai ratti. Con un eufemismo si potrebbe anche aggiungere che anche il cibo scarseggiava. Il pubblico ha assistito in silenzio e alla fine si è manifestato con un caloroso applauso liberatorio. La fotografia, che non concede molto al buio delle fogne, è di Jolanta Dylewska. Gli altri interpreti sono Benno Fürmann, Agnieszka Grochowska, Maria Schrader.


altE' una burrascosa riunione di famiglia quella descritta da Mika Kaurismaki in Veljekset (Fratelli), suo ventesimo film, presentato in concorso. Girato in cinque giorni e ispirato liberamente a I fratelli Karamazov (1879) di Fëdor Dostoevskij (1821 – 1881), si può considerare, a detta del regista, una commedia nera. E’ sicuramente la satira amara di una famiglia scombussolata. Paavo ha settanta anni e ha avuto tre figli da tre diverse donne. Di carattere forte, ubriacone ed egoista, le ha fatte fuggire tutte. Ora fa la corte a un’immigrata russa, Raisa, che ha una relazione con suo figlio Mitja. Le chiede di sposarlo alla presenza di Torsti, il figlio che abita la stessa casa, di Ivar, il figlio professore giunto in visita dopo venticinque anni, e dello stesso Mitja. Naturalmente la lite scoppia subito perché i figli sperano di dividersi l’eredità che rischia, invece, di andare a Raisa. All’annuncio delle nozze, Mitja impazzisce e minaccia il padre con una pistola e questi finge un infarto. Gli ospiti, frastornati, si sparpagliano intorno alla casa di campagna. Lo stato di tensione fa emergere verità a lungo taciute. La più terribile la rivela una persona esterna alla famiglia; è vero che c’è eredità, ma il vecchio è pieno di debiti e la casa è ipotecata. Potrebbe essere un dramma teatrale, poiché si svolge principalmente in un interno e trae forza dal talento degli attori che si affrontano tracciando caratteri ben definiti. Dura novanta minuti ed è interpretato da Karl Heiskanen, Pertti Sveholm, Timo Torikka, Liisa Mustonen, Mari Perankoski, Vesa Vierikko.

altL’amore che sboccia, sensibilità, pudore e timori di un’adolescente al primo innamoramento, è questo, in parte, il contenuto del bestseller da tre milioni di copie, edito nel 2007, dello scrittore cinese Ai Mi da cui Zhang Yimou ha tratto il film Shan zha shu zhi lian (Amore sotto l’albero del biancospino). Durante la Rivoluzione Culturale, Jing, studentessa di diciassette anni, è mandata a lavorare nei campi per un programma di rieducazione. Timida ragazza di città, non ha colpe, ma suo padre, considerato di destra, è in prigione. Con due fratelli più piccoli, e la madre oberata di lavoro, deve star attenta a non commettere errori. E quando incontra Sun, ingegnere ventiquattrenne di famiglia agiata, gli nasconde i suoi sentimenti. Lui le fa la corte e la rispetta, ma improvvisamente scompare. Un giorno la ragazza viene a sapere che il giovane è stato ricoverato in ospédale. Lo cerca e trascorrono insieme una casta notte. Quando lei torna in ospédale, Sun non c’è più. E’ stato trasferito, ma nessuno sa dove. Il film è interpretato in maniera magistrale dalla debuttante Zhou Dongyu e dall’estroverso Shawn Dou ed è come una ventata di primavera. Mediante una rappresentazione lenta e controllata il regista riesce a descrivere l’esplosione dei sentimenti dell’adolescente e il suo candore nella scoperta del primo amore. Sullo sfondo ci sono il misurato ritratto della madre vessata e preoccupata e i guasti della Rivoluzione Culturale di cui fu vittima lo stesso regista, condannato a tre anni di lavoro nei campi e a sette in fabbrica.


altIl festival ha messo in programma anche film divertenti. Starbuck di Ken Scott, sperimentato sceneggiatore canadese di cinema e televisione, ha offerto quasi due ore di buonumore al folto pubblico del Teatro Calderón. Il protagonista è David Wozniak, eterno ragazzo quarantaduenne, figlio d’immigrati polacchi in Québec che lavora nella macelleria del padre, ha ottantamila dollari di debiti, e una poliziotta come fidanzata, Valerie. Quando gli comunica di essere incinta, il giovanotto se ne rallegra. Non sa che quello stesso giorno un avvocato gli comunicherà che è padre di oltre cinquecento giovani. Vent’anni prima, infatti, per guadagnare qualcosa aveva donato sperma e la fondazione aveva sfruttato al massimo i suoi versamenti. Ora tutti quei giovani hanno firmato una petizione per conoscere l’identità del genitore biologico. Più incuriosito che imbarazzato, David legge a caso alcune schede e, senza dichiararsi, si mette in contatto con alcuni. Sono un barista aspirante attore, una commessa con problemi di droga, un ragazzo down. Tentando di aiutarli comincia a maturare, ma nello stesso tempo un suo amico avvocato si occupa della faccenda per mantenere il suo anonimato. Alla fine il tribunale gli riconosce il diritto alla privacy e impone alla fondazione di versargli ben duecentomila dollari. Ora David può vivere tranquillo, protetto dallo pseudonimo di Starbuck, ed è anche in grado di pagare tutti i debiti. O forse no? Ha preso tanto a cuore il ruolo del padre e la protezione dei figli naturali che forse preferirebbe rinunciare ai soldi e sorvegliare i loro destini. Gli attori sono Patrick Huard, Julie Le Breton, Antoine Bertrand, Catherine De Sève, Sebastien Beaulac.
altMentre nella sezione ufficiale passavano alcuni film già visti a Cannes e a Venezia quali La conquệte (La conquista) di Xavier Durringer e Wuthering Heights (Cime tempestose) di Andrea Arnold, nella sezione Cinema spagnolo era in programma il film candidato agli Oscar nella sezione opere non in lingua inglese, Pa negre (Pane nero) di Agustí Villaronga. Curiosa scelta dopo le bocciature, anni or sono, di opere quali Porte aperte (1990) di Gianni Amelio e Da hong deng long gao gao gua (Lanterne rosse, 1991) di Zhang Yimou. Il film è ambientato nel dopoguerra, nell’entroterra catalano e descrive aberrazioni di regime in un clima di miseria e di terrore. Protagonista un bambino, Andreu, che raccoglie le ultime parole di un ragazzo morente, il cui carro è precipitato in un burrone. Lo spettatore ha visto un personaggio mascherato uccidere il padre e spingere il veicolo nel vuoto. Per il bimbo però il fatto è misterioso. La polizia sospetta suo padre che è schedato come simpatizzante comunista. Questi decide di riparare in Francia, lasciando il bambino dalla nonna. In realtà si nasconde in casa. Il giovane conosce bizzarri coetanei, storie di fantasmi e segreti di famiglia. Il padre è un eroe o un traditore? Quando la polizia lo cattura è sicuramente una vittima del regime, ma c’è una donna impazzita che racconta un’altra verità. Il film mette a fuoco la formazione del ragazzo, dai suggerimenti di lealtà del padre al compromesso. Accetta, infatti, di essere adottato da una signora losca e ricca, che gli apre prospettive di studio e di carriera, e si allontana dalla madre. Il film è tetro, girato in luoghi circoscritti, degradati e bui. Narra di abusi e di miserie, parla di un periodo oscuro della storia spagnola e cela segreti che alla fine perdono interesse.


altC’è posto anche per i film polizieschi al festival. Dopo Sundance e Toronto è arrivato qua, passando per Valladolid, Un poliziotto da Happy Hour (The Guard) dell’irlandese John Michael McDonagh. Film d’esordio, dopo il corto The Second Death (La seconda morte) e la premiata sceneggiatura di Ned Kelly (2003) di Gregor Jordan, non è un testo politicamente corretto. Il regista, nativo del contado di Galway, dove è ambientato il film, ha scelto quali protagonisti l’irlandese Brendan Gleeson e lo statunitense Don Cheadle, un bianco e un nero che offrono lo spunto per alcune digressioni in un film che preferisce la satira alla tensione del thriller. Il sergente Gerry Boyle è un poliziotto di provincia abituato a dire fuori dai denti quello che pensa. Ha un sovversivo senso dell’humour, si accompagna con giovani prostitute e ha una madre malata che si sta spegnendo. L’ultima cosa che gli interessa è il traffico di cocaina che si svolge di notte lungo la costa, cosa che motiva invece l’agente del Fbi Wendell Everett giunto per questo dagli States e del quale lui si burla apertamente. Eppure, quando scompare un collega, la sua prostituta preferita lo ricatta per fargli chiudere un occhio e i trafficanti tentano di comprare il suo silenzio, il sergente ha un sussulto d’orgoglio. Simile a uno sceriffo del Far West decide di far giustizia da solo e si rende conto che l’unico che può aiutarlo è proprio l’agente americano. E' un film con pochi attori e pochissimi figuranti ed è girato in larga parte in interni, o in esterni desolati, dura circa cento minuti, puntando su dialoghi irreverenti e su battute sarcastiche. A folkloristiche musiche irlandesi ha preferito, come dichiarato dallo stesso regista, ritmi stile Ennio Morricone degli spaghetti western che rendono credibili le azioni del corpulento sergente.
altMeno interessante invece l’anteprima di un film argentino che pretende diffondere un messaggio, ma che lo fa con ritmo lento, rivelando cose già note e rischiando di annoiare. Il tema è quello della repressione militare (1976-1983) e della lotta delle madri di Plaza de Mayo. Verdades verdaderas. La vida de Estela (Verità vere. La vita di Estela) del giovanissimo Nicolás Gil Lavedra, al suo primo film dopo alcune inchieste televisive, è un omaggio a Estela Barnes de Carlotto, presidentessa dell’Associazione delle nonne di Plaza de Mayo che si batte in ricordo della figlia Laura che fu arrestata dai militari mentre era incinta, uccisa e il figlio dato in adozione. Il film descrive l’interno borghese della famiglia Carlotto, la scomparsa della ragazza, e anni di vane ricerche per rintracciare il nipote. Mostra anche il forte coinvolgimento di Estela Carlotta nella lotta per la giustizia e per la riconciliazione, ma il suo lodevole impegno e quello del regista, perché ci si ricordi di crimini che non devono restare impuniti, non riescono a coinvolgere lo spettatore, così come non basta neppure la misurata interpretazione di Susú Pecoraro.


altDe tu ventana a la mia (Dalla tua finestra alla mia), opera prima di Paola Ortiz, descrive alcune storie del franchismo accumulando piccoli e grandi orrori e narrando la drammatica vita di tre donne, Inés, Violeta e Luisa. L’anno è il 1941 e i drammi si svolgono a pochi chilometri dalla frontiera francese, in un paese a nord di Huesca. Inés è una contadina incinta del marito rinchiuso nelle carceri di Franco. Violeta, studentessa di biologia, fragile di salute, è curata dallo zio, emerito docente e ricercatore, che si occupa anche della sua formazione. Luisa, zitella in attesa del grande amore, non presta attenzione alle sollecitazioni di un coetaneo gentile e innamorato. La prima, bistrattata e maltrattata da funzionari di regime, darà alla luce un bambino che il marito non vedrà mai. Violeta, innamorata di un coetaneo che ottiene una cattedra in Francia, è violentata durante un tentativo di attraversare il tunnel che porta nel paese confinante. Luisa, che da sempre sogna i baci appassionati che vede nei film, deve essere operata per un tumore al seno. Girato con grande cura dei particolari e con colori volutamente sbiaditi, il film è un’allegoria di regime in versione gotica e nera. Peccato che descrivendo gli orrori di una delle peggiori epoche della storia spagnola non abbia concesso spazi, seppure molto ridotti, alla possibilità di un sorriso. Alla fine gli errori di sceneggiatura danneggiano anche il lavoro dei tecnici e delle attrici, che s’immedesimano nei rispettivi ruoli con molta bravura. Le protagoniste: Maribel Verdú, Leticia Dolera, Luisa Gavasa.

altE' talmente diverso il tono di Hasta la vista (Arrivederci), quarto film del belga Geoffrey Enthoven, trentasette anni. Vi aleggia lo spirito della tradizione fiamminga, in particolare di pittori quali Hieronymus Bosch e Paul Delvaux, che spinge il regista a realizzare un divertimento di due ore imperniato su tre giovani disabili: un non vedente e due con handicap, uno dei quali con tumore terminale. Organizzano un viaggio in Spagna all’insaputa dei loro genitori. Li porta un’imponente ex infermiera con un furgoncino attrezzato e sognano di perdere la loro verginità in un locale della costa mediterranea costruito per persone con handicap. Il viaggio è movimentato, illuminante e pieno di sorprese. Alla fine i tre avranno vissuto ciò che sognavano anche se ognuno a modo suo. Basato su situazioni, dialoghi e umori che vivacizzano il racconto, dà licenza al regista di mostrare i lati migliori e peggiori dei tre disabili che dopo incomprensioni e malintesi formano squadra con la donna che li guida.

altIn concorso c'era anche Circumstance (Circostanza) di Maryam Keshavarz, nata a New York, ma di origine iraniana e laureata in letteratura persiana a Shiraz. Dopo Sundance e Toronto, anche Valladolid ha potuto ospitare questo quadro di trasgressione giovanile a Teheran. Al centro del film c’è una famiglia bene della capitale: il padre scrittore, una figlia sedicenne e un figlio maggiore, Mehran, a casa dopo un trattamento di disintossicazione. Lei, Atafeh, ha l’amica del cuore in Shireen, orfana e compagna di scuola. Le ragazze vanno in discoteca, partecipano a feste private, lavorano nel doppiaggio di film americani e si amano. Mehran, invece, alla ricerca di sé frequenta la moschea e si attira la simpatia dei religiosi. Questi, però, lo influenzano a tal punto che lui denuncia il comportamento trasgressivo della famiglia. Sottoposti a duri controlli, i genitori diventano meno permissivi, Shireen è costretta a sposarsi con Mehran, Atafeh tenta di espatriare a Dubai. Il film sembra suddividersi in due parti: la prima, trasgressiva, idilliaca e leggermente erotica. La seconda, invece, getta uno sguardo sulle restrizioni e sulla repressione che limitano la libertà dei giovani in un paese islamico fondamentalista. Gli attori: Nikohl Boosheri, Sarah Kazemy, Reza Sixo Safai, Soheil Parsa.


I premi


altMaster di arti audiovisive all'Accademia Reale di Belle Arti di Gand nel 1999, Geoffrey Enthoven, trentasette anni, è il belga che ha vinto l’Espiga de Oro con Hasta la vista (Arrivederci), film premiato anche dalla giuria dei giovani. L’Espiga de Plata, invece, è andata a un film di Cannes in uscita sui nostri schermi, Les neiges du Kilimandjaro (Le nevi del Kilimangiaro), diciassettesimo film del francese Robert Guédiguian che ha vinto anche il premio del pubblico.
Migliore regia è stata considerata quella della polacca Agnieszka Holland per il film W ciemności (Nell'oscurità). La regista spagnola Paula Ortiz col suo film d'esordio De tu ventana a la mìa (Dalla tua finestra alla mia), ha vinto il premio Pilar Mirò riservato al miglior esordiente.
Il film canadese Monsieur Lazhar (Signor Lazhar) di Philippe Falardeau ha ricevuto il premio Miguel Delibes per la migliore sceneggiatura, il premio Fipresci della critica internazionale e la menzione della giuria dell'Agenzia di Cooperazione Internazionale per lo sviluppo.
L'attrice cinese Zhou Dongyu, protagonista del film Shan zha shu zhi lian (Amore sotto l'albero del biancospino) di Zhang Yimou ha vinto il premio per la migliore attrice. Il riconoscimento per il miglior attore è andato, ex-aequo, all'irlandese Brendan Gleeson protagonista di Un poliziotto da happy Hour (The Guard) di John Michael McDonagh e il canadese Patrick Huard interprete di Starbuck di Ken Scott.
L’Espiga de Oro al miglior cortometraggio è stata assegnata ex-aequo all'ungherese Ferenc Ròfusz per Ticket e all'italiano Enrico Maria Artale per Il respiro dell'arco.
Nella sezione Punto de Encuentro, è stato premiato come miglior lungometraggio Eldfjall (Vulcano) dell'islandese Rùnar Rùnarsson mentre lo spagnolo Terrados (Terrazzi) di Demian Sabini ha vinto il premio del pubblico.
Nella sezione dei documentari Tiempo de Historia il primo premio è stato assegnato al film australiano Murundak Songs of Freedom (Canzoni per la libertà) di Natasha Gadd e Rhys Gram. Il secondo premio è andato alla produzione cubano – statunitense Unfinished Spaces (Spazi inconclusi) di Alysa Nahmias e Benjamin Murray. Il terzo premio è stato assegnato al canadese Family Portrait in Black and White (Ritratto di famiglia in bianco e nero) di Julia Ivanova.
Il festival si è terminato con l'assegnazione dell’Espiga de Honor, premio alla carriera, all'attrice Maribel Verdù, e con l'anteprima della commedia danese Superclàsico (Superclassico) di Ole Christian Madsen.