55ma SEMINCI - Semana Internacional de Cine - Valladolid

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Sito del festival: http://www.seminci.es

55ma Seminci - Semana Internacional de Cine - Valladolid

Nonostante alcuni tagli non da poco nel budget del Festival, questa cinquantacinquesima edizione del SEMINCI – VALLADOLID (23 – 30 ottobre 2010) si presenta ricca di novità e con una proposta che comprende complessivamente tra tutte le sezioni oltre 150 titoli tra cui alcune prime a livello mondiale. Novità principali legate a due storiche sezioni del festival, PUNTO DE ENCUENTRO (Punto di incontro), sezione parallela alla ufficiale con opere di fiction scelte per la particolare importanza del loro valore tematico e stilistico, e TIEMPO DE HISTORIA (Tempo della storia), sezione con documentari tematici in concorso, che diventano adulte con commissioni di selezionatori ad altissimo livello e loro manifesti. E’ un atto dovuto al grande rilievo internazionale che queste parti del festival hanno conquistato nel corso degli anni. Gli attori Imanol Arias e Juan Diego ritireranno a nome di Antonio Banderas la Espiga de Honor (Spiga di onore), nel gala di apertura in riconoscimento della sua carriera cinematografica. Banderas aveva già ottenuto in 1989 una Espiga de oro (Spiga d’oro), come migliore attore per la La Blanca Colomba (La colomba bianca). Il gala di apertura del festival 55e sarà presentati da Flipy e Alfredo Diez con l’attrice Pilar López de Ayala, madrina di questa edizione.

Il regista Carlos Saura consegnerà il premio alla carriera conferito al recentemente scomparso Claude Chabrol, che sarebbe stato il personaggio di spicco di questa che gli dedica un ciclo monografico molto interessante. Il premio sarà consegnato in un evento che si terrà venerdì 29 alla figlia, Cécile Maistre, scrittrice e collaboratrice in varie occasioni del padre. Nella stessa giornata il festival ospiterà una tavola rotonda presieduta dal direttore dei Cahiers du Cinema Spagna, Carlos Corona. Inoltre, sarà proposto Bellamy (idem), con Gérard Depardieu e Clovis Cornillac, ultima opera realizzata da Chabrol. Il festival presenterà fuori concorso nella serata dell’inaugurazione il film Icíar Bollaín, También la lluvia (Anche la pioggia). La regista sarà presente  con parte del cast tra cui sono confermati gli attori Luis Tosar e Karra Elejalde, lo sceneggiatore Paul Laverty e il produttore John Gordon. Il film è stato scelto per rappresentare la Spagna alla corsa agli Oscar. Nel corso di questi otto giorni di festival, nella Sezione Ufficiale sono proposti nomi presenti con loro opere anche in edizioni precedenti come Abbas Kiarostami Copie conforme (Copia autenticata), Bruce Beresford Mao's Last Dance (idem), Hector Olivera El mural (Il murales), Pernille Fischer Christensen En familie (idem), Eran Riklis The Human Resources Manager (Il responsabile delle risorse umane), Denis Villeneuve Incendies (idem) ed Enrique Gabriel Vidas pequeñas (Piccole vite).

Tra le opere prime saranno presentati i film dei tedeschi Feo Aladag Die Fremde (idem) e Philip Koch Picco (idem) e dell'argentino Miguel Cohan Sin retorno (Senza ritorno). La sezione Punto d’incontro avrà una significativa rappresentanza di opere prime e seconde, tra cui il debutto dell’attrice Ariane Ascaride Ceux qui aiment la France (Coloro che amano la Francia) e di Pernilla August Svinalängorna (Oltre), ma anche titoli recenti di giovani registi di ottimo valore quali Xavier Dolan e Denis Côté, Diane Bell, Avilés Luis e Chumilla Carbajosa. La musica e l'ambiente saranno i protagonisti di Tempo della Storia la sezione in cui vengono presentati documentari per raccontare la storia anche contemporanea con 19 titoli in concorso e l'ultima opera di Charles Ferguson Inside Job (idem) che sarà presentato fuori concorso. Questa sezione sarà completata da dieci documentari spagnoli realizzati da registi noti a livello internazionale quali Sigfrid Monleón, Carlos Alvarez e di Manuel Gomez Pereira.
Opere interessanti sono presenti anche in sezioni specifiche come La notte dei corti spagnoli e I corti di Castilla León che propone lavori realizzati o prodotti dalla comunità di Castiglia e Leon. Un’altra sezione propone lavori degli studenti dell’ultimo anno del  ECAM (Scuola di Cinema e dell'Audiovisivo di Madrid). Da non dimenticare la sezione sul cinema spagnolo, che presenta i film più importanti di Spagna l'anno, quest'anno con due prime visioni assolute: Bon appétit (Buon appetito) di David Pinillos e Planes para mañana (Piani per domani) di Macias Juana. Il Brasile sarà protagonista del secondo ciclo, dopo quello dedicato a Claude Chabrol,  con una selezione di 12 film più rappresentativi della scorsa stagione del cinema brasiliano scelti da critici e responsabili di festival. La rassegna si chiamerà Brasile: cinema del XXI secolo e comprenderà anche la prima di Cuerpos celestes (Corpi celesti), l'ultimo film realizzato dal regista brasiliano Marcos Jorge, vincitore della Espiga de oro con Estomago (Stomaco) nella 53 edizione del SEMINCI diretto assieme a Fernando Severo. Domenica si ricorderà la figura dello scrittore Miguel Delibes, con la conclusione della tavola rotonda Il cinema della generazione letteraria degli anni '50 e Miguel Delibes, che avrà come moderatore lo scrittore Gustavo Martín Garzo e che vedrà la partecipazione di José Luis Borau, Josefina Molina, Juan Diego, Mario Camus, Francisco Plaza e Ramon Garcia. Dopo la tavola rotonda, si proietterà il film diretto da Josefina Molina e basato su di uno scritto di Delibes, Cinco horas con Mario (Cinque ore con Mario). Il festival quest'anno ha voluto dedicare uno spazio agli spettatori più piccoli con la proiezione di La tropa de trapo en el país donde siempre brilla el sol (La banda di stoffa nel paese dove splende sempre il sole), diretto da Alex Colls.

E’ la prima opera di animazione spagnola in 3D che potrà essere vista dai giovani spettatori con occhiali di nuova generazione studiati per non danneggiare la loro vista. Infine la direzione del Festival ha scelto di dedicare due giornate alla biodiversità, con la proiezione di numerosi documentari sull'ambiente e la diversità culturale, con un dibattito con alcuni dei registi che hanno realizzato i film: Ellas son…África (Loro sono ... Africa), lavoro collettivo da parte delle registe Ines Paris, Patricia Ferreira, Laura Mana e Chus Gutierrez, e Juegos de luz (Giochi di luce) diretto da Roberto Lozano.


 

Come tradizione di questo festival, giunto ormai alla 55ma edizione, il Gala dell’inaugurazione è uno spettacolo sempre di buona qualità in cui un film presentato fuori concorso è quasi la cosa meno importante. Valladolid vive con e per il cinema: oltre cento schermi, Università con vari corsi tematici, il desiderio di superare anche se quasi impossibile i nemici di San Sebastian in risonanza internazionale, una ciclo importante, pensato per i giornalisti stranieri, che propone il meglio della produzione spagnola della stagione che non ha avuto ancora circuitazione all’estero. Saranno presentati anche un paio di titoli in prima uscita nazionale. Come, del resto, era una prima per la Spagna También la lluvia (Anche la pioggia), film proposto fuori concorso ieri sera e che corre per l´Oscar. Diretto dalla brava Icíar Bollaín, il film e’ la sofferta realizzazione di un film in Bolivia nel 2000 da parte di una troupe spagnola, per raccontare la violenta colonizzazione hispánica in quelle terre e il coraggio della chiesa cattollica che era dalla parte degli Indios. Regista e produttore ben presto si rendono conto che la realtà del paese non può lasciarli indifferenti, con le violente manifestazioni contro il costo dell’acqua che coinvolge anche molti figuranti ed attori locali. Uno dei loro protagonisti e’ impegnato in prima persona e viene ferito, fermato, arrestato creando non pochi problemi alla produzione. Alla fine, gli europei capiscono che la priorita’ da dare ai problemi locali puo’ anche mettere in dubbio la realizzazione del loro progetto ma che non deve essere sottesa. Interpretato tra gli altri dai bravissimi Luis Tosar (presente con la regista e parte del cast all’inaugurazione), Gael García Bernal e Juan Carlos Aduviri, il film e’ un movie movie dove il dramma non lascia mai spazio al melodramma.

Nel pomeriggio si era avuta l’apertura di Punto de encuentro (Punto d’incontro) con un film molto interessante anche se non perfetto, realizzato in episodi da cinque registe giovanissime, in cui si parla di donne incinta, o che desidererebbero esserlo, che lottano perche’ non sia l’uomo a prendere le decisioni sulla maternità al posto loro. Neke druge priće (Alcune altre storie) ha gli episodi col titolo che semplicemente riporta il nome del loro paese. La vicenda di ragazza drogata a cui tolgono la figlia appena nata, quella di una suora che fa l’inseminazione artificiale, la madre che porta d’urgenza in ospedale la figlia incinta che ha forse tentato il suicidio, una ragazza ricca e felice fidanzata con giovane in carriera che decide di interrompere la gravidanza, una coppia apparentemente felice che entra in crisi proprio per una maternità. E’ un film a tratti duro, spesso imbarazzante per i temi trattati senza falsi pudori, quasi sempre interessante anche se non sempre immune da qualche strizzatina d’occhio verso il pubblico. Diretto da Ivona Juka (che ha poi dibattuto col pubblico la pellicola), Ana Maria Rossi, Ines Tanović, Marija Dzidzeva e Hanna Slak, ha quasi miracolosamente messo insieme, merito anche di Eroimages, produttori di Croazia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia Paesa che hanno avuto piu’ di un attrito tra loro.

Grande interesse, come era prevedibile, ha destato la presenza di Antonio Banderas che ritirava il premio alla carriera proprio dove, citando l’attore ho ricevuto il premio come miglior attore 20 anni fa con il mio ultimo film girato in Spagna, prima di andare negli Stati Uniti dove la mia vita professionale e non e’ cambiata completamente, e ora  sempre Seminci mi premia di nuovo quando torno a girare di nuovo nel mio paese: grazie per non avermi dimenticato. Ha parlato per oltre dieci minuti e ha permesso a questo bel Festival di avere una audience internazionale che solo i buoni film scelti non gli possono donare.


 

Prima giornata di Festival con la presentazione di tre film di buon interesse anche se difficilmente tra questi c’e’ chi vincerà la Spiga d’oro. Copie conforme (Copia conforme) di Abbas Kiarostami, coprodotto dai francesi con Italia (Rai cinema) e Irlanda, è girato completamente in Toscana, con location a Lucignano e Arezzo. Racconto di un saggista inglese che presenta il suo ultimo libro in un incontro voluto dal suo traduttore e amico italiano. Il libro tratta del valore che può avere, che spesso ha, una copia di un’opera d’arte, valore uguale o superiore all’originale. Bella gallerista francese, che ha un negozio di antichità, non segue con attenzione quello che lui dice perché distratta dalla presenza del figlio quattordicenne, ma compera sei copie del libro e invita lo studioso a trascorrere il pomeriggio con lei in giro, senza meta, per le colline toscane. Salgono in auto, si dirigono verso Lucignano: tra i due nasce un rapporto particolare in cui finzione e realtà si mescolano, in un gioco che permette loro anche di credere e di vivere come una coppia sposata da quindici anni. Ottimamente interpretato da Juliette Binoche e William Shimell, il film è realizzato con ottimi tecnici italiani (la splendida fotografia e di Luca Bigazzi), è bene sviluppato dal punto di vista del racconto ma, nello stesso tempo, ha momenti che poco convincono, soprattutto l’insistente utilizzo di musiche napoletane in Toscana e la realizzazione della scena nella trattoria. E’ comunque una nuova dimostrazione come il settantenne autore iraniano ha ancora la possibilità di stupire, di cercare sempre nuovi sviluppi per il suo cinema.

La mosquitera (La zanzariera) di Agustí Vila è un film catalano e spagnolo, in cui il protagonista alternano le due lingue per tutto il tempo. E’ commedia dalle risate esplosive ma, soprattutto, una storia piena di situazioni possibili che racconta della crisi di una coppia consolidata, agiata e con figlio adolescente. Il ragazzo, il cui buon cuore lo porta ad accogliere sei cani e vari gatti, è il centro della vita dei genitori, è motivo di gioie e d’interminabili discussioni. Accade che la madre perda la testa per amico del figlio e che il padre s’innamori della bella cameriera latino - americana: la coppia si disunisce e vive momenti di grande intensità emotiva, che sembra portarli allo scioglimento definitivo dell’unione. Il film sarebbe molto bello se non cercasse troppo spesso la complicità del pubblico con scene che lo soddisfano ma che potevano essere tranquillamente evitate. Il regista, noto in Spagna soprattutto per la sua produzione televisiva, deve molto della riuscita del film a Martina García (la moglie), Eduard Fernández (il marito) ed Emma Suárez (la cameriera). Nel ruolo della madre di lui (ma anche come collaboratrice alla realizzazione del film) Geraldine Chaplin che non profferisce parola ma che attraverso il suo volto attonito dice mille cose.

En familie (Una famiglia) e’ diretto dalla danese Pernille Fischer Christensen e racconta di una famiglia di panificatori, fornitori della Casa Reale, che nel corso di varie generazioni ha portato avanti e sviluppato questa attività tanto da rimanere artigiani ma con oltre trenta dipendenti. Tutto parte da quando l’attuale titolare ha un tumore ai polmoni: lavora lo stesso, convive con giovane dipendente da cui ha avuto due figli, ha un’ex moglie e due figlie adulte. Quando l’uomo ha la certezza di non avere più il tumore, sposa la convivente con una festa in cui, con grande gioia, partecipano tutti i figli, indistintamente. Una di queste, la prima e la favorita, è gallerista e decide di accettare lavoro di prestigio a New York decidendo col compagno di abortire. Ben presto si scopre che il padre ha altri tumori, questa volta letali, al cervello. La ragazza rinuncia agli Stati Uniti, ha rinunciato al figlio e ora è al fianco del padre che la vorrebbe come nuovo direttore della panetteria ma che deluderà. Inutile dire di più: il film ha una sceneggiatura robusta ma, nello stesso tempo, non priva di momenti fin troppo debordanti nel melo’. Attori ottimi come Jesper Christensen, molto conosciuto e non solo in patria per la sua variegata attività in molteplici attività artistiche, e la ‘televisiva’ Lene Maria Christensen, qui figlia devota e molto convincente, donano al film una drammaticità vera, che la regista sviluppa attraverso un impianto narrativo teatrale.


 

Altri tre film in concorso, e titoli che si stanno facendo sempre più interessanti, con storie particolari che rappresentano vari modi di intendere il cinema. Cyrus (idem) è un’opera deliziosa film che poggia su di una sceneggiatura perfetta, divertente ma, allo stesso tempo, ricca di possibili tipi di lettura. Un uomo, divorziato da sette anni, entra in crisi quando l’ex gli annuncia che sta nuovamente per sposarsi. In quel momento ha la certezza che un capitolo della sua vita è chiuso e non ha idea quale potrà essere un suo futuro. Va a una festa, incontra bella quarantenne che non si fa pregare per accompagnarlo a casa, finiscono la serata a letto e lei il mattino dopo scompare. Accade anche la notte successiva e decide di seguirla. Scopre che ha un figlio ventunenne difficile o, meglio ancora, che simula gravi problemi per costringere la madre a stargli sempre al fianco e coccolarlo. L’uomo viene apparentemente bene accolto dal giovane che invece, da quel momento, gli fa una guerra senza risparmiare nessun abbietto trucco. Entra in guerra anche l’innamoratissimo divorziato, tra i due nascerà un rapporto conflittuale ma che, forse, si sblocca per amore della stessa donna, per uno madre, per l’altro compagna di vita. Diretto e sceneggiato con estrema bravura dai fratelli Jay e Mark Duplass, il film è prodotto da altri due fratelli: Ridley e Tony Scott, due grandi del cinema che hanno già dimostrato di riconoscere i giovani talentuosi. Ottimi protagonisti sono John C. Reilly, Jonah Hill e Marisa Tomei. E’ vero, alcune forzature ci sono e si notano, ma la godibilità del film non ne risente più di tanto.

À l’origine d’un cri (All’origine di una crisi) è film francofono canadese diretto da Robin Aubert che ha diviso in due fronti spettatori e critica, sia per i difficili temi difficili, sia per una certa violenza, sia, infine, per l’insistita presenza di un cadavere come protagonista. E’ film che non fa sconti allo spettatore, ma, nello stesso tempo, affascina anche per una sceneggiatura ridondante che contiene situazioni buone per almeno tre lungometraggi. Difficile sintetizzare quanto accade. Tutto nasce dalla morte della seconda moglie di un uomo che impazzisce di dolore, dissotterra il cadavere, lo lava, lo riveste e se lo porta in giro come se lei fosse ancora viva. Uno dei figli di primo letto, chiedendo consiglio alla madre cartomante, raggiunge il nonno ricoverato in una casa di riposo e con lui, inizia a setacciare varie zone per incontrare il padre e riportarlo a vita normale. In questo film on the road, cadenzato da note di musica country, incontriamo personaggi variegati che il fuggiasco precede sempre di poco. Nel film c’è una scena iniziale all’Almodovar in cui, senza vedere nulla, si vive l’esperienza di sesso di un maniaco contro un bimbo, un’altra scena alla Bigas Luna, con il cadavere che diviene anche oggetto di desiderio, e altre situazioni non meno forti. Gli interpreti sono ben scelti e offrono il massimo a personaggi a dir poco difficili. Tra loro meritano di essere ricordati soprattutto Jean Lapointe, Michel Barrette, Patrick Hivon e Véronique Beaudet.

Shlichuto Shel HaMemune Al Mashabei Enosh (La missione del direttore delle risorse umane), come En familie presentato ieri, ha come base una panetteria, qui industriale, e anche qui i temi sono drammatici ma trattati con maggiore ironia e con la capacità di parlare della malasorte senza piangersi addosso. Del resto, la matrice ebrea è ben presente nel regista - sceneggiatore Eran Riklis che racconta una vicenda molto attuale e, purtroppo, comune in un paese, Israele, dove la morte è una compagna di vita. Il direttore delle risorse umane di enorme fabbrica di pane, la più grande di Gerusalemme, vive un momento di crisi poiché è separato dalla moglie, la figlia non gli crede più e l’azienda gli fa fare un lavoro che detesta. Quando una lavoratrice straniera muore in attentato suicida e nessuno fa nulla per lei, un giornale accusa di disumanità i datori di lavoro della morta che, in realtà, non sapevano nemmeno di averla tra i dipendenti. Il dirigente parte col feretro per raggiungere lo Stato dove viveva la defunta, ma incontra mille difficoltà, non ultima quella di trovare un parente che possa firmare per la sepoltura: il marito è divorziato, il figlio ribelle è minorenne, la madre della donna vive a mille chilometri da dove è lui e imperversa tempesta una di neve. In questo viaggio, difficile e rischioso, troverà se stesso e l’umanità’. Sempre allego, amaro a tratti, è un film che meriterebbe una circuitazione internazionale.


Il festival, in questa intensa quarta giornata, è' entrato nel vivo proponendo film che fanno discutere sia per i contenuti che per sviluppi narrativi non sempre condivisoi e condivisibili. incendiesIl film franco – canadese Incendies (Incendi) è stato accolto con scroscianti applausi dal pubblico del mattino, quello in cui la densita' di critici e di giurati è notevole. Siamo di fronte ad un film che potrebbe anche essere visto come ottimo thriller, ma che ha tutte le caratteristiche di un documento attento su differenze etniche, su rifugiati politici, sui contrasti tra la societa' ocidentale e quella orientale. Diretto da Denis Villeneuve ed ottimamente interpretato dai giovani Mélissa Désormeaux-Poulin e Maxim Gaudette nel ruolo dei fratelli, Lubna Azabal come mater dolentes e Rémy Girard quale notaio che si sente come un padre per questi ragazzi figli della sua fedele segretaria, il film poggia su di una sceneggiatura perfetta che racconta varie storie che si incuneano nel nome della donna, madre afettuosa con un passato oscuro. I gemelli Jeanne e Simon Marwan ascoltano le ultime volonta' della madre e iniziano a scoprire che, forse, loro non la avevano mai realmente conosciuta. Quando il notaio, datore di lavoro e amico da sempre della donna, legge il testamento, consegna loro anche due lettere: la prima è rivolta al padre, che credevano morto, la seconda è per un fratello di cui hanno sempre ignorato l'esistenza. Con l'aiuto e l'appoggio del notaio, i ragazzi ricostruiscono la storia della madre: una vita tra guerra di resistenza ed odio, borghesia e lotta armata, quindici anni trascorsi in carcere e le violenze da lei subite, l'uccisione da parte sua di importante personaggio militare, la fuga, aiutata dai signori della guerra, verso il Canada. Tutto ha una logica, ogni cosa giunge imprevista ma credibile e, alla fine, il mosaico creato non lascia indifferenti.

Picco.jpgPicco (idem), film tedesco di impianto narrativo teatrale, è' diretto , senza sconti per il pubblico, da Philip Koch. Ogni cosa è' racontatata con realismo, durezza, crideltà portata ai massimi livelli, quasi con un senso di ecessiva partecipazione emotiva da parte del regista in un gioco in cui la sopravvivenza costringe a fare scelte senza ritorno. Kevin è appena entrato in un carcere minorile dove, per l'eccessivo numero di detenuti, le celle sono sovraffollate. Lui deve stare con Tommy, Andy e Marc, tre persone di diverso livello delinquenziale ma anche di variegata forza d'animo. Deve stringere un'alleanza che non vorrebbe, per non soggiogare in un sistema dove solo i forti prevalgono e la violenza e' l'unico linguaggio conosciuto. La repressione e pestaggi sono all'ordine del giorno, Kevin prima e' vittima e poi, piano piano, complice. Su di lui infieriscono tutti fino a quando si fa rispettare dal piu' debole che, per causa sua, diviene la vittima sacrificale. Constantin von Jascheroff Joel Basman, Frederick Lau, Martin Kiefer e Jule Gartzke sono gli ottimi interpreti che, in mano al ventottenne regista acettano tutto per la riuscita del film.

Della sezione Punto d'incontro la piacevole sorpresa di un piccolo film che ha divertito, sorpreso, entusiasmato. WebSideWebSiteStory (idem) e' diretto da un debuttante fuori età, il cinquantaciinquene romeno Dan Chişu, realizzato si di una sceneggiatura nata in pochissimi giorni, girato in meno di due settimane, con trovate e personaggi a dir poco geniali, gli interpreti dei personaggi principali autentici dilettanti e una campagna pubblicitaria fatta con un finto blog Aare your parents stupids like mine? (I vostri genitori sono più stupidi dei miei?) che ha racolto centinaia di interventi veri di giovani che volevano sfogarsi. E' statoo ed e' un caso mediatico fino ad ora unico. In un mondo dove ogni adolescente può registrare col cellulare e poi proporre il suo lavoro su Internet, ogni cosa è possibile, Laura, che ha 18 anni, trascorre la notte in una discoteca con l'amica Mira che sempre dialoga anche con webcam con gli sconosciuti della rete. Si ubriaca e fuma il suo primo spinello. La mattina dopo, non riesce a ricordare nulla e scopre con terrore la sua amica è morta. Desiderosa di conoscere la verità, rivede tutti i messaggi di Mira su YouTube. La sua ossessione è di vendicare la morte della sua amico a tutti i costi, e il suo desiderio di vendetta la riporta dove tutto è cominciato: Internet. Bello e assolutamente da vedere.

 


 

Ottimo film argentino per iniziare questa quinta giornata. Sin retorno (Senza ritorno), è opera prima di Miguel Cohan, già aiuto regista che riesce a creare un thriller di grandissimo vigore basato su di una sceneggiatura in cui nulla è lasciato al caso. La storia inizia quasi banalmente: un artista del tatuaggio vive in casa, solo, col padre. Si ferma con la sua bicicletta al bordo della strada e una macchina che giunge, guidata da un ventriloquo, per evitare dei lavori in corso colpisce il mezzo in sosta e fugge. L’uomo non fa in tempo a riprendersi dallo choc che un giovane universitario, alla guida della macchina della madre, si distrae parlando con un amico, lo investe e lo uccide. Dapprima il giovane inscena il furto della macchina ma poi confessa all’agiato padre cosa è realmente accaduto: l’uomo aiuta il figlio, gli crea situazioni in cui non si possa pensare che sia stato lui. Purtroppo un testimone ha visto solo la prima macchina, e l’artista viene, condannato a cinque anni di carcere ma dopo quarantadue mesi torna libero, fa le sue indagini, scopre l’identità’ del vero uccisore, e... Il regista poteva scegliere di sviluppare l’idea iniziale in mille maniere, anche con scene violente. Invece ha preferito parlare attraverso le storie di tre famiglie: quella del padre distrutto dalla morte del figlio ma che si dimostra molto combattivo, quella dell’artista che non sa come reagire, ma ha l’appoggio dell’amore della moglie e della figlioletta, quella del secondo investitore che per salvaguardare il figlio non esita a fare condannare un innocente. Non si erge come giudice, presenta ogni cosa come se ne fosse testimone e nulla più. La scelta degli interpreti è perfetta. Come minimo devono essere citati Leonardo Sbaraglia, Martín Slipak, Bárbara Goenaga, Luis Machín e la splendida Ana Celentano.

Die Fremde (La straniera) è film tedesco molto importante per capire la vita degli extracomunitari che spesso non accettano di rinunciare a quella parte delle loro tradizioni che si scontra in maniera devastante con gli usi e la legge locale. Qui siamo in Germania e la comunità è quella turca che la regista austriaca Feo Aladag dimostra di conoscere particolarmente bene. Una famiglia molto tradizionalista vive da anni in Germania senza particolari problemi. La figlia maggiore, con matrimonio imposto dai genitori che la lega a un turco che vive a Istanbul, accetta per il bene della figlia di essere maltrattata, umiliata, picchiata tanto da finire anche in ospedale. Proprio per questo episodio, decide di abbandonare la Turchia per rifugiarsi dai suoi in Germania. E qui ha terribili sorprese perché il padre, rispettoso delle usanze, dapprima vorrebbe che tornasse immediatamente dal violento marito, poi al suo rifiuto gli vuole togliere la figlia per darla al padre che l’ha chiesta. Sua madre non ha il coraggio di mettersi dalla parte della figlia, la sorella minore è terrorizzata di non potersi più sposare perché la fuggitiva ha compromesso l’onore della famiglia, il fratello maggiore è ancora più determinato e violento del padre, quello minore dapprima parteggia per lei ma poi sceglie la soluzione più comoda. La storia è molto bella, scarna anche nello sviluppo narrativo: peccato che, in alcuni casi, le immagini non riescano a giustificare quanto sta succedendo in questa famiglia in cui tutti, ma solo apparentemente, si amano. Tra gli interpreti, la sempre bravissima Sibel Kekilli, anche lei figlia d’immigrati, molto utilizzata sia in televisione sia da registi impegnati tedeschi.

Beyond the Steppes (Di là delle steppe) è diretto, con uno stile più vicino alla telenovela che non al cinema, dalla regista belga Vanja D'Alcantara che per il suo primo film racconta una vicenda accaduta alla nonna durante la tragica Seconda Guerra Mondiale che è stata martoriata non solo a causa dei tanti caduti, ma per le assurde vicende a dir poco disumane avvenute contro i civili. Non racconta dell'Olocausto degli ebrei, ma dell’esperienza di questa donna fortissima che, come molti altri prigionieri politici polacchi, era stata deportato in un soviet nelle steppe dell'Asia Centrale nel 1940 dall’esercito dell'Unione Sovietica. Il film racconta la lotta di Nina, una donna polacca che, da quando è stata catturata dai russi cerca a tutti i costi di proteggere il suo bambino di pochi mesi, che muore per mancanza di umanità e di medicine. La regista, di origine spagnola, dimostra ampiamente il suo disgusto per le condizioni estreme del soviet. Il cast è composto da un mix di attori di varie nazionalità e razze, ed è girato in sei lingue, tra cui inglese, fiamminga, francese, polacco, russo e kazako. La regista ammette che di non capire il polacco, ma dice di non avere avuto problemi nel dirigere gli attori. La regista si era recata in Mongolia per dare maggiore veridicità alla vicenda della nonna, ma ha infine deciso di girare in Kazakhstan dove aveva meno problemi con le autorità locali. Probabilmente l’eccessivo coinvolgimento emotivo ha creato un prodotto sicuramente imperfetto, a tratti imbarazzante.


 

Questa sesta giornata è stata segnata film in concorso molto gradevoli e buone proposte nelle sezioni collaterali. Na putu (Sul sentiero) è diretto dalla bravissima regista di Sarajevo Jasmila Zbanic (Grbavica - Il segreto di Esma, 2006) che dimostra sempre grande impegno sociale e politico nei suoi film, toccando anche temi difficili come l’integralismo religioso e questo senza censure di nessun tipo. Una coppia di conviventi, Luna e Amar, sta lottando per superare ostacoli imprevisti che minacciano il loro rapporto. Amar, controllore di volo, è sospeso senza paga per essere stato trovato ubriaco sul posto di lavoro, Luna è una hostess innamoratissima dell’uomo col quale da anni cerca di avere senza successo, un figlio. Tutto sembra andare per il meglio fino a quando l’uomo non incontra un ex compagno di guerra, ora divenuto integralista mussulmano, che lo convince ad andare a insegnare informatica in un luogo dove sono formate le menti dei nuovi adepti. La donna non riesce più a comunicare con lui e decide di raggiungerlo in quell’ambiente misterioso dove le donne portano il velo che le nasconde agli occhi e tutto è basato sulla religione: un mondo in cui uomini e donne sono rigorosamente in isolamento nella loro vita quotidiana e in cui tutto è concesso se suffragato dalla religione (compreso sposarsi con una bimba) e ogni altra cosa è vietata. Il film ha ancora più valore e coraggio se si pensa che è stato realizzato e prodotto in un paese difficile quale la Bosnia ed Erzegovina. Ci sono varie citazioni della guerra fratricida (ambedue i protagonisti hanno perso i genitori), della modernità di Sarajevo e delle restrizioni morali vigenti in gran parte del paese, il tutto raccontato con scene che fanno venire i brividi. Gli ottimi protagonisti sono Zrinka Cvitešić e Leon Luče.

A dimostrazione che la cinematografia Argentina sta vivendo un momento più che buono - basterà ricordare il premio Oscar per il miglior film in lingua non inglese andato a Il segreto dei suoi occhi (El Secreto de Sus Ojos, 2009) - è stato presentato un film che rappresenta una corretta, documentata, interessante, spettacolare, avvincente biografia dell’artista di murales messicano David Alfaro Siqueiros e dell’Argentina del 1933. Diretto con grande bravura dal noto regista Héctor Olivera, El mural (Il murales) ha uno sviluppo tipico da cinema argentino in cui storia, passione, amore, sesso, politica trovano più occasioni per dialogare, con logica, tra di loro. Siqueiros, giunto a Buenos Aires in esilio dal Messico per tenere conferenze in Associazione degli Amici dell'Arte molto vicina al credo marxista-leninista e che lottano in una città e in un momento in cui la prevale un pericoloso nazionalismo. L’artista sogna di dipingere un murale su alcune costruzioni del porto, visibili a chiunque arrivi via mare, ma non ottiene i permessi necessari. Chiede aiuto al liberale Natalio Botana, potente editore de La critica che quasi come un contentino gli affida la commessa di un murale nel seminterrato della sua residenza. L'artista lavora con l'aiuto di grandi pittori e uno scenografo che molto hanno fatto per l’arte in Argentina e Uruguay. Mentre nel seminterrato prosegue la creazione di Esercizio di plasticità, inizia una storia d'amore tra il proprietario e la poetessa Blanca Luz Brum, la bella moglie che è anche corteggiata da Pablo Neruda, allora vice console in Argentina.

Sebbe (idem) è un film svedese diretto dall’iraniano Babak Najafi trasferitosi nel nord dell’Europa all’età’ di undici anni. Ha diretto un film delicato, intimo, che racconta della difficoltà nell'inserirsi di un giovane nella società che sa rifiutare chi è considerato diverso. Sebbe vive con la madre single in un appartamento troppo piccolo per entrambi, così, inevitabilmente, ci sono attriti tra di loro. Il ragazzo ha solo un vago ricordo di suo padre, che sua madre Eva ricorda con assoluta chiarezza, poiché il figlio per lei è identico a lui, tanto da riportarle alla mente momenti belli e brutti vissuti con l’uomo. La vita di questo quindicenne non è facile: sua madre lavora di notte e al momento di tornare a casa è spesso stanca e irritabile, a scuola è vittima di scherzi e abusi. La sua lotta per sopravvivere lo porta ad affrontare la vita come adulto, sentendosi ancora immaturo. Bene interpretato da Sebastian Hiort af Ornäs, Eva Melander e Kenny Wåhlbrink, il film vive di fasi alterne e spesso non convince.


 


 

Nell’ultima giornata in cui erano proposti film in concorso appartenenti alla Sezione Ufficiale, due sono stati i titoli, molto differenti tra loro ma ugualmente interessanti, anche se riteniamo sia difficile possano concorrere ai premi principali. Vidas pequeñas (Vite senza importanza) è un film spagnolo a tratti romantico, spesso divertente, sempre interessante. Diretto dal regista argentino Enrique Gabriel riconta in uno stile semplice ma efficace la vita, e la morte, in una particolare zona di Madrid, un sobborgo che non è altro se non un insieme di caravan e di casette di legno. Barbara è una stilista che non conosce più il successo, con una figlia che vive assieme al padre in Canada e una famiglia benestante che la vorrebbe aiutare. Vive fra i di debiti, ma con un’auto di lusso, veste bene ma non ha i soldi per vivere e non ha nemmeno un tetto sotto di cui dormire. Un giorno incontra in un grande magazzino strano artista di strada, vestito come un gentiluomo fine ottocento che si esibisce seduto su di un WC leggendo un libro di Virgilio. L’uomo la vuole aiutare, lei dapprima rifiuta ma poi accetta di seguirlo nel camping Vista Hermosa (Bellavista) dove vivono scrittori falliti, venditori ambulanti, artisti anonimi, parrucchieri, proletari disoccupati, affaristi che per sopravvivere rubano. Questa è l’ultima spiaggia in cui crede di dovere soccombere Barbara, invece ben presto si rende conto che qui è tutta umanità, vera. Affascinata da un mondo così diverso dal suo, la donna apprezza l’incontro con tante persone, tante piccole vite tutte degne di essere vissute e conosciute. Ospite in questa roulotte senza bagno dell’artista di strada che la rispetta e, forse, inizia ad amarla, capisce che il suo mondo è qui, non sotto i riflettori che si accendono in un tuo momento di gloria e restano tragicamente spenti quando sei inviso allo star system. Gli ottimi protagonisti sono Ana Fernández e Roberto Enríquez ma tutti gli altri interpreti sono ben scelti dalla bravissima Ángela Molina per arrivare a Emilio Gutiérrez Caba. Non un grande film ma, sicuramente, un titolo che merita di essere visto da ampie platee.

The Fourth Portrait (Il quarto ritratto) ha rischiato di non arrivare in tempo per le proiezioni a casa dello sciopero in atto in Francia. Diretto da Chung Mong-hong, questa produzione di Taiwan ha caratteristiche tipiche del cinema cinese e pare a tratti quasi di propaganda della Cina (personaggi che vogliono tornare al LORO paese appena possibile). E’ un film poco originale, privo di veri motivi d’interesse. Xiang, un bambino di dieci anni affronta da solo la morte del padre, seguendolo nel lungo periodo di agonia trascorso dall’uomo in ospedale. Ha pochi mezzi per sopravvivere, ma il vecchio portiere della scuola lo aiuta insegnandogli l’arte della raccolta di oggetti usati. Quando Xiang comincia a recuperare serenità, la madre decide di farlo venire a vivere assieme a lei e al patrigno, un losco figuro con passato e presente poco rassicurante. Xiang ha un fratello maggiore che era andato a vivere con sua madre anni fa e che era misteriosamente scomparso. Davanti alla scuola conosce un piccolo delinquente che gli diviene amico e di cui si trasforma in complice. E’ un buono e debole, ma non certo cattivo. La madre è tenutaria di case d’appuntamento, il figlio è deriso dai compagni. Pian piano, il ragazzo scopre la verità sulla scomparsa del fratello e, aiutato dalla Polizia, ma non dalla madre, riuscirà, forse, a fare giustizia e a diventare uomo equilibrato. Ci sono toni da melodramma, sceneggiatura fin troppo esile, attori poco convincenti.

Nel pomeriggio, a conclusione del bellissimo ciclo Universo Chabrol di cui il grande regista francese avrebbe dovuto essere protagonista personalmente a Valladolid, è stato consegnato da Carlos Saura il premio alla carriera nelle mani della figlia, produttrice di Bellamy (idem) ultimo film realizzato prima di morire, che è stato presentati in anteprima spagnola. Dispiace vedere che è opera poco riuscita, seppur bene interpretata da ottimi attori quali Gérard Depardieu, Clovis Cornillac e Jaques Gamblin. E’ film molto parlato in cui poco accade e dove, spesso, la noia imperversa. D’estate, il commissario Paul Bellamy arriva a Nîmes per trascorrere alcuni giorni con la famiglia, anche se sua moglie avrebbe preferito fare una crociera in paesi esotici. Paolo è molto innamorato della donna, ma odia viaggiare. Questa volta ha più di una scusa per non allontanarsi: suo fratello, un playboy ubriacone che non è mai divenuto adulto, arriva a sorpresa e un poliziotto che lui conosce gli chiede aiuto e consiglio. L’uomo si divide tra il fratello e l’altro uomo che gli ha chiesto disperatamente aiuto, ma fallisce con ambedue.


 

Conclusioni

E’ stato un festival molto equilibrato, con almeno cinque film che potevano ambire a premi a vari livelli. Discutibili, invece, i riconoscimenti assegnati al film La mosquitera (La zanzariera - Spagna.) di Agustí Vila, sicuramente gradevole ma non certo ai livelli di vari altri titoli. Purtroppo, se la giuria internazionale al suo interno ha figure che si sanno imporre, è facile che accadano questi giochi di squadra che fanno ottenere premi a opere meno meritevoli di altre. Come, del resto, il film Copie conforme (Copia conforme - Francia/Italia) di Abbas Kiarostami che aveva, quantomeno, altri tre titoli a lui superiori. Molto probabilmente, la conoscenza personale del presidente della giuria con il regista ha creato un giudizio non condiviso da tutti. E’ un buon film ma che poco dice e che lascia molti dubbi sia per ambientazioni e musiche legate più a una visione turistica dell’Italia che non al tentativo di fornire un quadro credibile di una Toscana da cartolina. Nessun dubbio, invece, per il vincitore ex aequo della Spiga d’oro, Sin retorno (Senza ritorno - Spagna/Argentina) di Miguel Cohan che ha messo d’accordo tutti ed è stato premiato anche dalla FIPRESCI. Quattro anni per scrivere la sceneggiatura (le varie ipotesi di lavoro sono state oltre una decina) e per trovare i finanziamenti, ma al momento della realizzazione il debuttante regista ha potuto contare su di un cast di tutto rispetto e su di una struttura produttiva di buona tranquillità. Gli altri due premi più importanti, decisi dalla Giuria dei giovani e dalla votazione del pubblico, sono stati assegnati a Incendies – (Incendi – Canada) di Denis Villeneuve che, avendo ottenuto anche il premio per la migliore sceneggiatura, esce più che bene da questa tenzone in cui avrebbe meritato di essere posto al fianco del film di Miguel Cohan. Tra i giornalisti accreditati, i film più graditi erano Sin retorno (Senza ritorno - Spagna/Argentina) di Miguel Cohan e Incendies (Incendi – Canada) di Denis Villeneuve.

I Premi

Lungometraggi

Spiga d’Oro, ex-aequo:

Copie conforme (Copia conforme - Francia/Italia) di Abbas Kiarostami.

Sin retorno (Senza ritorno - Spagna/Argentina) di Miguel Cohan

 

Spiga d’argento:

La mosquitera (La zanzariera - Spagna.) di Agustí Vila

 

Premio Speciale della Giuria

Na putu (Durante il cammino - Bosnia-Erzegovina / Austria / Germania / Croazia.) di Jasmila Žbanić, per il valore del soggetto e la sensibilità con cui è stato trattato.

 

Premio Pilar Miró al migliore regista debuttante:

Miguel Cohan, per Sin retorno (Senza ritorno - Spagna/Argentina).

 

Premio al migliore attore:

Jesper Christensen, per En familie (Una famiglia - Danimarca.) di Pernille Fischer Christensen,

 

Premio alla migliore attrice:

Emma Suárez, La mosquitera (La zanzariera - Spagna.) di Agustí Vila

 

Premio per la migliore fotografia:

Nagao Nakashima, per The Fourth Portrait (Ritratto numero quattro - Taiwan) di Chung Mong-Hong.

 

Premio alla migliore musica originale:

Cyril Morin, per Shlichuto Shel HaMemune Al Mashabei Enosh (La missione del direttore delle risorse umane - Israele / Germania / Francia / Romania) di Eran Riklis.

 

Premio Miguel Delibes per la migliore sceneggiatura:

Denis Villeneuve e Valérie Beaugrand-Champagne, per Incendies (Incendi – Canada) di Denis Villeneuve

 

Cortometraggi

Spiga d’Oro

Laharog dvorah (Uccidere un’ape - Israele), di Tal Granit e Sharon Maymon.

 

Spiga d’argento:

Érintés (Contatto - Ungheria), di Ferenc Cakó

 

Premio al migliore cortometraggio europeo:

Små barn, stora ord (Bambini piccoli, parole da adulti - Svezia), di Lisa James Larsson