55ma SEMINCI - Semana Internacional de Cine - Valladolid - Pagina 6

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55ma SEMINCI - Semana Internacional de Cine - Valladolid
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Ottimo film argentino per iniziare questa quinta giornata. Sin retorno (Senza ritorno), è opera prima di Miguel Cohan, già aiuto regista che riesce a creare un thriller di grandissimo vigore basato su di una sceneggiatura in cui nulla è lasciato al caso. La storia inizia quasi banalmente: un artista del tatuaggio vive in casa, solo, col padre. Si ferma con la sua bicicletta al bordo della strada e una macchina che giunge, guidata da un ventriloquo, per evitare dei lavori in corso colpisce il mezzo in sosta e fugge. L’uomo non fa in tempo a riprendersi dallo choc che un giovane universitario, alla guida della macchina della madre, si distrae parlando con un amico, lo investe e lo uccide. Dapprima il giovane inscena il furto della macchina ma poi confessa all’agiato padre cosa è realmente accaduto: l’uomo aiuta il figlio, gli crea situazioni in cui non si possa pensare che sia stato lui. Purtroppo un testimone ha visto solo la prima macchina, e l’artista viene, condannato a cinque anni di carcere ma dopo quarantadue mesi torna libero, fa le sue indagini, scopre l’identità’ del vero uccisore, e... Il regista poteva scegliere di sviluppare l’idea iniziale in mille maniere, anche con scene violente. Invece ha preferito parlare attraverso le storie di tre famiglie: quella del padre distrutto dalla morte del figlio ma che si dimostra molto combattivo, quella dell’artista che non sa come reagire, ma ha l’appoggio dell’amore della moglie e della figlioletta, quella del secondo investitore che per salvaguardare il figlio non esita a fare condannare un innocente. Non si erge come giudice, presenta ogni cosa come se ne fosse testimone e nulla più. La scelta degli interpreti è perfetta. Come minimo devono essere citati Leonardo Sbaraglia, Martín Slipak, Bárbara Goenaga, Luis Machín e la splendida Ana Celentano.

Die Fremde (La straniera) è film tedesco molto importante per capire la vita degli extracomunitari che spesso non accettano di rinunciare a quella parte delle loro tradizioni che si scontra in maniera devastante con gli usi e la legge locale. Qui siamo in Germania e la comunità è quella turca che la regista austriaca Feo Aladag dimostra di conoscere particolarmente bene. Una famiglia molto tradizionalista vive da anni in Germania senza particolari problemi. La figlia maggiore, con matrimonio imposto dai genitori che la lega a un turco che vive a Istanbul, accetta per il bene della figlia di essere maltrattata, umiliata, picchiata tanto da finire anche in ospedale. Proprio per questo episodio, decide di abbandonare la Turchia per rifugiarsi dai suoi in Germania. E qui ha terribili sorprese perché il padre, rispettoso delle usanze, dapprima vorrebbe che tornasse immediatamente dal violento marito, poi al suo rifiuto gli vuole togliere la figlia per darla al padre che l’ha chiesta. Sua madre non ha il coraggio di mettersi dalla parte della figlia, la sorella minore è terrorizzata di non potersi più sposare perché la fuggitiva ha compromesso l’onore della famiglia, il fratello maggiore è ancora più determinato e violento del padre, quello minore dapprima parteggia per lei ma poi sceglie la soluzione più comoda. La storia è molto bella, scarna anche nello sviluppo narrativo: peccato che, in alcuni casi, le immagini non riescano a giustificare quanto sta succedendo in questa famiglia in cui tutti, ma solo apparentemente, si amano. Tra gli interpreti, la sempre bravissima Sibel Kekilli, anche lei figlia d’immigrati, molto utilizzata sia in televisione sia da registi impegnati tedeschi.

Beyond the Steppes (Di là delle steppe) è diretto, con uno stile più vicino alla telenovela che non al cinema, dalla regista belga Vanja D'Alcantara che per il suo primo film racconta una vicenda accaduta alla nonna durante la tragica Seconda Guerra Mondiale che è stata martoriata non solo a causa dei tanti caduti, ma per le assurde vicende a dir poco disumane avvenute contro i civili. Non racconta dell'Olocausto degli ebrei, ma dell’esperienza di questa donna fortissima che, come molti altri prigionieri politici polacchi, era stata deportato in un soviet nelle steppe dell'Asia Centrale nel 1940 dall’esercito dell'Unione Sovietica. Il film racconta la lotta di Nina, una donna polacca che, da quando è stata catturata dai russi cerca a tutti i costi di proteggere il suo bambino di pochi mesi, che muore per mancanza di umanità e di medicine. La regista, di origine spagnola, dimostra ampiamente il suo disgusto per le condizioni estreme del soviet. Il cast è composto da un mix di attori di varie nazionalità e razze, ed è girato in sei lingue, tra cui inglese, fiamminga, francese, polacco, russo e kazako. La regista ammette che di non capire il polacco, ma dice di non avere avuto problemi nel dirigere gli attori. La regista si era recata in Mongolia per dare maggiore veridicità alla vicenda della nonna, ma ha infine deciso di girare in Kazakhstan dove aveva meno problemi con le autorità locali. Probabilmente l’eccessivo coinvolgimento emotivo ha creato un prodotto sicuramente imperfetto, a tratti imbarazzante.