Venezia 2006. L'ambiguità del Post Moderno

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Anche quest'anno la Mostra del Cinema di Venezia ci ha portato una ricca silloge di immagini, di storie, di riflessioni.

A noi sono sembrati particolarmente interessanti quattro film, uno inglese, La Regina di Stephen Frears, due francesi: La Premonizione di Jéan-Pierre Darroussin e Cuori di Alain Resnais, e uno italiano: La stella che non c'è di Gianni Amelio. Il Film inglese racconta le tensioni politiche e i conflitti di mentalità, resi acuti dalla crisi Diana fra il governo di Tony Blair e l'istituzione monarchica del Regno Unito.

Quasi una presa diretta sul presente, quindi. Con molti rischi di smagliature: possibili cedimenti allo scandalismo oppure reticenze elusive che sarebbero apparse sgradevoli, tanto più col sospetto che si volessero banalmente sfruttare le eccitazioni mediatiche ed i tanti si dice.

Al contrario, invece, la forza espressiva del film merita apprezzamento proprio per il suo calibrato senso della misura, e per la maestria dell'interpretazione che danno lucidità e risalto al tema trattato.

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Road to Guantanamo ····

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Road to Guantanamo ····

ImageMichael Winterbotton è un regista dalla filmografia notevolmente stravagante, un autore capace di passare dall’impegno sociale (Benvenuti a Sarajevo - Welcome to Sarajevo, 1997), al film storico (Jude, 1996), al divertimento (La panzana - A Cock and Bull Story, 2005), al testo di fantascienza (Codice 46 - Code 46, 2003) al film sentimentale con scivolate nel porno (Nine Songs, 2004). E' ovvio che un terreno così vasto d’interesse produca opere variamente riuscite. Road to Guantanamo (La strada per Guantanamo), firmato assieme a Mat Whitecross appartiene al filone d’impegno direttamente politico.

 

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The Queen ····

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The Queen ····

ImageE’, davvero, un gran risultato quello ottenuto da Stephen Frears con The Queen (La regina), uno dei film più interessanti fra quelli visti nelle ultime stagioni. Lo sfondo è la settimana che va dal 31 agosto 1997, notte dell’incidente in cui trova la morte la Principessa Diana nel tunnel dell’Alma, a Parigi, ai funerali cui partecipò più di un milione di persone. Lo scenario è quello della dimora di reale in campagna e lo sguardo scandaglia le rigidità della sovrana, il cui comportamento causò un crollo di gradimento verso la monarchia, e il fare astuto e commosso del primo ministro Tony Blair. La regia corre consapevolmente un grave rischio; quello del teatro degli imitatori. Lo fa mettendo in scena i protagonisti con i veri nomi, i loro modi di atteggiarsi, i tic e le passioni.

 

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Falling ··

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Falling ··

ImageL’austriaca Barbara Albert (Nordrand – Borgo Nord, 1999; Böse Zellen - Radicali liberi, 2004) ha una spiccata predilezione per i problemi delle donne, che è solita affondare con sguardo femminista. Lo fa anche in questo Falling (Cadere) che ruota attorno all’incontro, in occasione del funerale di un ex-compagno di scuola con cui un paio di loro hanno diviso il letto, ovvio bilancio di vite infelici, percorsi professionali fallimentari, ricordi strazianti uniti all’impossibile tentativo di fare rivivere oggi ciò che è ormai consegnato alla memoria.

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Belle Toujours ···

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Belle Toujours ···

ImageIl gran vecchio (98 anni!) Manoel de Oliveira ha reso omaggio ad un maestro del passato: Luis Buñuel. Il riferimento è ad uno dei capolavori di quest’autore: Belle de Jour (1967). Il film, intitolato Belle Toujours (Bella sempre), raccontava di una bella signora borghese che si prostituiva, più per gusto di scelte forti che per denaro, all’insaputa del marito. Quest’ultimo finirà su una seggiola a rotelle, dopo essere stato colpito da un cliente – amante della donna. Il regista portoghese riprende due personaggi di quel film: la protagonista e l’amico di famiglia che, forse, aveva rivelato al marito le strane predilezioni della donna.

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Mare nero ·

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Mare nero ·

ImageRoberta Torre si è segnata, all’esordio con Tano da Morire (1997), come una delle voci originali del nostro cinema. Nessuno dei film che hanno seguito il primo ha confermato quelle promesse, disperdendosi in stanchi ricalchi dell’opera prima (Sud Side Stori, 2000) o in ritratti sociologici stilisticamente poco originali (Angela, 2002). Questa sua ultima fatica, Mare nero, è particolarmente deludente sia per gli imbarazzanti paralleli che suggerisce con opere di ben altro rilievo, in primo luogo Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrich, sia per la grossolanità con cui descrive i triboli psicologici del protagonista, infine per l’affastellamento d’elementi simbolici gettati là senza alcuna reale esigenza espressiva (ad esempio la statua antica pescata casualmente da un peschereccio).

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Time ····

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Time ····

ImageCon Time (Tempo) il regista coreano Kim Ki-duk prosegue il discorso sull’ossessione dell’amore e sulle insidie del tempo, temi affrontati sin dal lontano Seom (L’isola, 2000). Al centro di questo nuovo film c’è una giovane coppia, in cui la donna è progressivamente posseduta dalla paura di ciò che succederà al loro amore, quando invecchieranno. Convinta che l’amante si stancherà di vedere sempre la stessa faccia, decide di sottoporti ad un intervento radicale di chirurgia estetica per diventare un’altra donna. Dopo aver cambiato lineamenti scompare. L’uomo la cerca disperatamente, incontra altre donne, ma nessuna lo accontenta, finché ne conosce una che gli sfugge.

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Festival di Karlovy Vary 2006

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A Karlovy Vary vince una donna sola

sito ufficiale: http://www.kviff.com/?lang=en
Leggi tutto...La 41ma edizione del Festival Internazionale di Karlovy Vary si è chiusa con un bilancio quantitativamente molto positivo: oltre 11 mila gli accreditati, di cui quasi 600 giornalisti, 474 le proiezioni e 135.820 gli spettatori, 268 i titoli in cartellone, 226 dei quali lungometraggi narrativi. Sono cifre che confermano la forza di una rassegna insediatasi saldamente al secondo posto fra le manifestazioni cinematografiche centroeuropee, dopo il Festival di Berlino. Sul versante qualitativo il livello medio dei film in concorso, non era altissimo, ma ciò è più che spiegabile con le difficoltà imposte a qualsiasi selezionatore dalla crisi del cinema a livello mondiale.

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Il codice Da Vinci ·

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Il codice Da Vinci ·

ImageIl codice Da Vinci è tratto da un romanzo che ha venduto, sino ad ora, più di quaranta milioni di copie. Un testo di gran successo, dunque, il cui cammino è stato segnato da aspre polemiche con la gerarchia cattolica, alcune importanti personalità della quale hanno invitato i fedeli a boicottare il film. Tanto scalpore per la tesi, non originalissima, ma indubbiamente dirompente, che pone l’accento sulla femminilità del Cristo. In altre parole si sostiene che Gesù ha avuto una vita umana normale tanto, da essersi sposato con Maria Maddalena che gli avrebbe dato alcuni figli. La donna, poi, sarebbe stata da lui designata come vera fondatrice della Chiesa Cattolica. Una tesi basata su interpretazioni tratte dai vangeli apocrifi, testi vari di storia della cristianità e su molte opere d’arte, prime fra tutte quelle di Leonardo da Vinci. Il film, dal bilancio di oltre 120 cento milioni di dollari, è stato affidato alle mani di Ron Howard, un sapiente confezionatore d’opere superspettacolari (Cocoon, 1985; Apollo 13, 1995; A Beautifull Mind, 2001; Cinderella Man, 2005).

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