Il colpo del cane

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Il colpo del cane

Commedia tra il grottesco e la denuncia sociale, il secondo titolo del talentuoso Fulvio Risuleo sembra apparentemente più leggero del lungometraggio del debutto, ma così non è. Con Guarda in alto (2017) aveva saputo raccontare un’avventura ‘possibile’ con le peripezie di giovane panettiere che a Roma durante una pausa dal lavoro - dopo aver visto la singolare caduta di uno strambo uccello - inizia un credibile viaggio sul labirinto dei tetti della capitale. Tra poesia ed avventura, aveva saputo realizzare un piccolo/grande affresco di un mondo lontano dagli occhi delle persone ma non per questo impossibile. Ventottenne, ha iniziato con due corti, Lievito Madre (2014) e Varicella (2015) che erano stati accolti favorevolmente al Festival di Cannes. Cura con grande attenzione la sceneggiatura e nell’ambito della storia spesso i protagonisti sono inusuali. In effetti, in questo caso il cane, le pecore e il pappagallo sono i personaggi chiave della storia. Selvatici, ammaestrati e umanizzati, animali che convivono con gli uomini ma fanno parte di un altro mondo. 

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I migliori anni della nostra vita

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I migliori anni della nostra vita

Sono passati oltre cinquant’anni da quando Un uomo, una donna (Un homme et une femme, 1966) vinse l’Oscar e successivamente la Palma d’Oro a Cannes. L’ottantunenne Claude Lelouch, non sappiamo se per mancanza di idee o per malinconia, ha realizzatio I migliori anni della nostra vita (Les plus belles années d’une vie), dove fa incontrare nuovamente i protagonisti Jean-Louis Trintignant e Anouk Aimée (88 e  87 anni), dopo averli già proposti nel 1986 con Un uomo, una donna oggi (Un homme et une femme, 20 ans déjà), un sequel indifendibile scritto assieme all’attore e sceneggiatore Pierre Uytterhoeven: lo stesso era stato cosceneggiatore anche del film originale e in questa terza parte della storia ha scritto i dialoghi aggiunti.

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Selfie di famiglia

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Selfie di famiglia

Selfie di famiglia è il sesto lungometraggio di finzione da regista della sceneggiatrice, attrice e produttrice della cinquantaquatrenne francese Lisa Azuelos, dopo i successi al botteghino per LOL - Il tempo dell'amore  (LOL - Laughing Out Loud, 2008) e il mediocre seguito LOL - Pazza del mio migliore amico (LOL, 2012). Il suo pregio maggiore è quello di raccontare storie possibili dove i toni della commedia convivono con quelli del dramma, creando prodotti sempre interessanti che riescono a coinvolgere il pubblico. Oltretutto, sono film brevi e questo aiuta.  

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C'era una Volta... a Hollywood

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C'era una Volta... a Hollywood

L’ottavo film di Quentin Tarantino ha un soggetto basato su di un argomento che conosce ed ama moltissimo: il cinema, soprattutto quello della sua infanzia. Ambienta tutto nella Hollywood delle frustrazioni dove un attore televisivo compera una casa per dimostrare di esistere, col suo migliore (forse, unico) amico e stuntman che è anche un po’ il suo tuttofare provvedendo anche alla manutenzione della villa trasformandosi quando serve in autista. Ambedue bevono molto, si drogano, sono insoddisfatti della propria esistenza e, forse, invidiano quella dell’altro. Tarantino propone telefilm e film in bianco e nero rispettando le dimensioni originali quasi a volere dire che quello era il modo giusto per raccontare – il colore viene sopportato e non amato – in maniera più credibile. Specializzato in ruoli da cattivo, il protagonista dà parecchio lavoro alla sua controfigura in scene che a volte sono al limite del suicidio. 

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Tolkien

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Tolkien

Difficile pensare ad un film tanto ‘vecchio’ come questo, dove Tolkien viene raccontato seguendo lo stile di un cinema superato da altro modo di fare biografie che riescono ad interessare, che sono cinema in cui si racconta una storia basata sulla vita di persone note per quanto hanno fatto. Solo per citare alcuni recenti titoli Steve Jobs (2015) di Danny Boyle, Stanlio e Ollio (Stan & Ollie, 2018) di Jon S. Baird, Nureyev (2018) di David e Jacqueline Morris ma anche Get on Up: La storia di James Brown (Get on Up, 2014) di Tate Taylor, erano riusciti a raccontare interessando, con prodotti in cui film e storia erano un tutt’uno. Il finlandese – ma di origine cipriota - Dome Karukoski ha invece confezionato un prodotto in cui probabilmente la parte storica potrà essere credibile (ma certe enfatizzate bevute di te in locale signorile degli amici e compagni di studio appaiono poco credibili per la carenza di denaro del protagonista) senza peraltro interessare: Tolkien era orfano di padre, la madre non si era risparmiata per dargli una vita più che decorosa, era morta dopo essere riuscita a fare prendere in casa il figlio da ricca benefattrice. 

 

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La mafia non è più quella di una volta

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La mafia non è più quella di una volta

La mafia non è più quella di una volta diretto da Franco Marenco, ex sodale di Daniele Ciprì, è stato il terzo film italiano nella competizione alla 76ma Mostra D’arte cinematografica di Venezia che lo ha gratificato anche di un premio speciale della giuria.  Meglio, più che un film si tratta di una sorta di documentario sull’impresario di manifestazioni neomelodiche Ciccio Mira, una sorta di sodale con la mafia e sulla fotografa Letizia Battaglia il cui lavoro ha documentato le peggiori nefandezze del potere criminale. Sin dall’inizio, situato nel 25mo anniversario della morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la pellicola che ha il taglio di un documento e sembra voler dimostrare che i palermitani hanno del tutto dimenticato quei due magistrati e si dimostrano, almeno, restii a denunciare o condannare la Mafia. 

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It - Capitolo due

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It - Capitolo due

Anche questa seconda parte del film basato sul omonimo romanzo di Stephen King è diretto da Andres Muschietti. Del libro prende soprattutto le atmosfere horror, non disdegnando di inserirle all’interno di una commedia spesso divertente con protagonisti una banda di nerd bene assortita, capace di trovare coesione e grande coraggio nel momento in cui il perfido clown vorrebbe uccidere anche alcuni di loro. Qui li vediamo ragazzini e 27 anni dopo quando si rincontrano nella cittadina dove sono nati e cresciuti. E’ un prodotto furbo ma che piace, non entusiasma ma soddisfa una grande fascia di spettatori che qui trovano un concentrato di generi ottimamente amalgamati tra loro, in più con una sceneggiatura che non perde un colpo, in grado di utilizzare ogni occasione per creare un piccolo evento narrativo. Difficile pensare ad un film di 167 minuti così pieno di ritmo, di trovate, di buone battute, di un cast particolarmente ben curato, di personaggi che rimangono facilmente nella memoria. 

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Mio fratello rincorre i dinosauri

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Mio fratello rincorre i dinosauri

Opera prima del talentuoso Stefano Cipani, è basato sul bel romanzo di formazione scritto da Giacomo Mazzariol che racconta la sua esperienza, a soli cinque anni con due sorelle che spadroneggiano in casa, che desidera un fratellino per fare con lui giochi da maschio. Il dramma di scoprire che il figlio in arrivo è soggetto alla Sindrome di Down trova impreparati i genitori che non avevano fatto nessun controllo nel corso della maternità, il peso di accettare prima loro e poi tutta la famiglia questa realtà che condizionerà per sempre la loro esistenza ‘normale’. E’ una storia raccontata (e probabilmente vissuta nella realtà) con grande serenità, accettando questa diversità come un qualcosa che può arricchire tutti. Quando una sera i genitori gli annunciano che avrà il desiderato fratello e che è speciale, lui è felicissimo pensando che abbia superpoteri, un supereroe venuto, forse, da un altro pianeta. Il vero protagonista della storia è questo happy brother che seguiamo in tutta la sua vita, quantomeno fino all’Università; lo si vede dapprima entusiasta, poi preoccupato quando capisce cosa voglia dire Down, per divenire undicenne che soffre di quella diversità sino a giungere al Liceo dove dirà, per paura di essere preso in giro, che quel fratello è morto. Bello come viene raccontato il suo primo rapporto con una coetanea (ha scelto indirizzo liceale ‘impossibile’ in scuola a 40 chilometri da casa pur di seguire i suoi sentimenti), scoprendo un microcosmo che neppure la vicinanza con le sorelle lo aveva portato a conoscere o immaginare. Una puntata verso il mondo dei social network con la scoperta che il fratello down ha imparato a fare video che vengono proposti su youtube; qui c’è il suo terrore che si scopra quel suo mondo che lui negava. 

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Effetto Domino

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Effetto Domino

Questa commedia con risvolti sociali e di dramma è liberamente ispirato al romanzo omonimo di Romolo Bugaro; secondo lungometraggio di fiction del documentarista Alessandro Rossetto dopo Piccola patria (2013) - in cui raccontava di due ragazze che vivono in un piccolo paese di provincia, una vivace e trasgressiva Luisa che ha relazione con ragazzo albanese, l’altra più debole e bisognosa d'amore, ma anche arrabbiata e in cerca di vendetta – era atteso con interesse. In quella occasione il regista era stato all’altezza del compito, come quando aveva codiretto con bravura L'Orchestra di Piazza Vittorio: I diari del Ritorno (2007). Buone le aspettative, deluse da un film poco credibile, con scene inutili (i nudi integrali del protagonista, l’ipertatuato Diego Ribon, e della figlia nel finale) ed altre non girate creando scompensi nella costruzione narrativa. Il taglio vorrebbe essere quasi documentaristico, ma le intenzioni non hanno riscontro in quanto si vede. L’inizio della (dis)avventura è la chiusura del credito di una banca che produce un effetto domino senza fine, travolgendo le esistenze di tutti. Grandi costruttori, piccoli imprenditori, camionisti, le loro tranquille e serene famiglie: una valanga che inizia a rotolare travolgendo tutto a causa della miopia di uomini ossessionati dal lavoro, dal denaro e dal potere. Qui l’espressione bancaria segnalazione a sofferenza può essere letta per molti come una metafora perfetta della loro esistenza.

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Blinded by the Light - Travolto dalla musica

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Blinded by the Light - Travolto dalla musica

Tratto da un libro di buon successo, il film della inglese di origini keniote Gurinder Chadha dovrebbe essere un inno al coraggio, all’amicizia, alla speranza ma anche una dura presa di posizione con lo scontro tra generazioni in una famiglia tradizionale pakistana; purtroppo, in pochi minuti si trasforma in melodramma peggiorato da un numero incredibile di testi e musiche scritte dal Boss, citato come Luce Divina. Racconta di Javed, adolescente britannico figlio di emigranti, che vive a Luton. Siamo nel 1987 nel momento in cui i tumulti razziali e la grave situazione economica rendono impossibile la convivenza tra le varie etnie. Per sopravvivere a questa situazione, scrive poesie deriso da tutti e osteggiato dall’inflessibilità tradizionalista di suo padre. Ma quando un suo compagno di classe pure lui pakistano gli fa conoscere la musica del Boss, scopre molti punti di contatto con la sua vita da classe operaia. Una sua illuminata insegnante capisce le sue potenzialità e lo porta a divenire importante scrittore. Ispirato ad una storia vera, è basato sulle memorie di Sarfraz Manzoor Greetings from Bury Park: Race, Religion and Rock’N’Roll riviste tramite la sceneggiatura di Manzoor, Chadha e Paul Mayeda Berges. 

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